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Adolf Hitler, il mio amico di gioventù PDF Stampa E-mail
Tematiche - Il Mondo della Tradizione
Scritto da Parsifal   
Giovedì 26 Febbraio 2015

Introduzione e 1° capitolo

 

Quegli amici che hai e la cui amicizia hai messo alla prova,

aggrappali alla tua anima con uncini d’acciaio.” (W. Shakespeare)

Nell’analisi storica è sempre stato un mio cruccio non riuscire a trovare biografie esaustive circa personaggi storici di rilievo. Ciò che ha sempre smosso il mio interesse era la ricerca di fonti che descrivessero bene non solo le fasi della maturità di un dato personaggio storico, ma anche la sua vita giovanile e i suoi anni relativi ai primi tentativi di formazione culturale. Il lettore pensi ad esempio alla figura di Giacomo Leopardi: cosa potremmo noi oggi capire del pensiero di questo grande poeta italiano se non avessimo a disposizione i suoi diari e, ancora, che idea potremmo farci del suo pensiero se fosse a noi ignota la sua primissima giovinezza? Probabilmente oggi avremmo dei pensieri completamenti diversi da quelli attuali e certi suoi scritti, come il sublime “Dialogo della Natura con un Islandese”, sarebbero criptici o perlomeno dal significato meno profondo.

Spostiamo quindi il nostro sguardo a un personaggio della storia più recente: Adolf Hitler. Inutile aggiungere qualcosa sulla sua persona, visto che egli probabilmente è la figura storica sulla quale più è stato scritto negli ultimi decenni. Il lettore dovrebbe però tenere a mente un concetto particolare: che si riconosca in Hitler un genio della politica o un demonio incarnato, egli è stato comunque un punto unico di svolta nel corso storico. Nel bene o nel male, non solo la Germania o l’Europa, ma il mondo intero subì un processo di cambiamento che proprio nella figura del Führer del popolo tedesco vede il suo epicentro: proprio come l’orizzonte degli eventi di un buco nero la comparsa di quel giovane caporale austriaco rappresentò il punto di non ritorno dello sviluppo storico mondiale.

Il lettore quindi può capire l’interesse che dovrebbe caratterizzare ogni storico circa l’analisi della biografia di Adolf Hitler. Chi scrive, in particolare, dopo avere analizzato le biografie canoniche circa la vita politica del Führer, era profondamente interessato circa la conoscenza dei suoi anni giovanili. Purtroppo però, a meno di rincorrere le fantasie di certi scrittori che cadono nel mitico o nel grottesco, abbiamo poche fonti che raccontano le vicende della vita di Hitler riguardanti gli anni antecedenti al primo conflitto mondiale. Una sicuramente attendibile è quella parte del Mein Kampf intitolata Mein Leben, sezione autobiografica nella quale sono trattati anche gli eventi riguardanti la prima giovinezza del futuro Führer. Si tenga però a mente che il Mein Kampf era uno scritto d’esposizione ideologica improntato alla propaganda, di conseguenza anche tale biografia potrebbe essere in qualche modo “propagandata”.

Pur con tutti i suoi limiti ideologici e le sue analisi talvolta davvero acute, talvolta grettamente di parte, un altro testo di degna importanza è l’ “Hitler. Eine biographie” scritto da Joachim Fest. Questo importante testo, pur nei limiti già citati, tratta già un quadro più ampio sugli “anni oscuri” della giovinezza del Führer. La lode più importante da enunciare è l’indicazione di tutte le fonti analizzate da Fest prima della stesura del testo e proprio tra queste fonti ho trovato un testo che potrebbe gettare nuova luce circa la giovinezza di Adolf Hitler.

August Kubizek,1907

August Kubizek,1907

Nella bibliografia non manca infatti la voce “Adolf Hitler, mein Jugendfreund” scritto da August Kubizek. Chi era costui? Non penso di sbagliare nel dire che era l’unico col quale il giovane Hitler, orfano proletarizzato nell’Austria di inizio Novecento, strinse forte amicizia. In questo libro Kubizek racconta la relazione d’amicizia che lo strinse al futuro Führer del Reich, descrivendo la vita che conducevano nella Linz del tempo, le passioni, le idee e le speranze che alimentavano lui ed il suo amico. La domanda immediata che dovrebbe sorgere è la seguente: “La testimonianza di Kubizek è del tutto affidabile?” . La risposta non è altrettanto immediata. Sicuramente August non fa parte di quella serie di traditori che dopo la guerra smisero il bracciale del partito per rimpinzarsi con i dollari statunitensi. Egli anzi si iscrisse al NSDAP proprio nel momento in cui le cose per Hitler stavano volgendo al peggio, quasi per dimostrare la sua sincera fedeltà all’amico. Proprio a causa di quest’atteggiamento egli dovrà patire un anno di violenti interrogatori all’interno di un campo di concentramento alleato. D’altronde però bisogna per correttezza d’analisi dire che un tale eccesso di fedeltà verso un caro amico avrebbe potuto portare Kubizek a ingigantire alcuni eventi eda smorzarne altri. A questo si deve aggiungere che egli scrisse il libro quasi per “riabilitare” la vituperata immagine di Hitler e che già durante gli anni d’ascesa del regime egli fosse stato contattato per scrivere una biografia autorizzata sul Fuhrer.

In ogni caso, nonostante l’interesse che un tale racconto potrebbe destare, non esiste traduzione italiana dell’Adolf Hitler, mein Jugendfreund . Ho preso quindi la decisione di tradurre questo testo, così da mettere a disposizione di chiunque sia interessato allo studio storico un ulteriore strumento, che potrebbe rivelarsi più che utile e non poco interessante.

Non voglio quindi dilungarmi oltre nell’introduzione al testo e lascio al lettore informazioni volutamente oscure ed esigue, al fine di non togliere il gusto della lettura. Si tenga però a mente che Kubizek non nutriva alcun interesse circa la politica e che quello che egli racconta quindi può esulare da queste tematiche: August voleva solo raccontare di un’amicizia e degli anni passati in compagnia del suo amico Adolf. Non si può dire se quanto scritto sia sempre e comunque vero, ma certamente è assolutamente verosimile.

Il consiglio quindi non può che essere quello di seguire la pubblicazione dei capitoli del testo sul portale dell’Associazione Culturale Thule Italia e di ascoltare Kubizek che ci parla tramite il suo libro “Adolf Hitler, il mio amico di gioventù” .

Pasquale Piraino

Capitolo 1

Sono nato a Linz il terzo giorno dell’Agosto del 1888. Prima di sposarsi mio padre lavorava come assistente presso un mobilificio di Linz. Di solito consumava il suo pranzo presso un piccolo caffè della città e fu lì che conobbe mia madre, che lavorava in quel luogo come cameriera. Si innamorarono e si sposarono nel Luglio del 1887.

All’inizio la giovane coppia visse nella casa dei genitori di mia madre: lo stipendio di mio padre era troppo esiguo, ma il lavoro era pesante ed inoltre mia madre abbandonò il suo quando scoprì di essere incinta di me. Così nacqui nelle condizioni più misere. Un anno dopo nacque mia sorella Maria, ma morì in tenera età. L’anno successivo nacque Teresa: lei morì all’età di quattro anni. La mia terza sorella, Carolina, si ammalò gravemente, combatté la malattia per alcuni anni, ma morì all’età di otto anni. Il dolore di mia madre era sconfinato. A causa di questo durante la sua vita ha spesso avuto paura di perdermi, poiché io ero l’unico dei suoi quattro figli che le rimaneva e per questo tutto l’amore di mia madre fu interamente riversato su di me.

Nel frattempo mio padre decise di mettersi in proprio ed aprì una tappezzeria presso il n. 9 di Klammstrasse. Il vecchio palazzo Baernreitheraus, vetusto e malandato era eppure ancora in piedi e divenne la casa della mia infanzia e della mia giovinezza; la cupa ed angusta Klammstrasse sembrava ancora più misera se paragonata ai viali luminosi che la circondavano ricchi di prati ed alberi. Le condizioni poco salubri della nostra prima casa devono certamente avere contribuito alla morte delle mie sorelle, ma nel Baernreiterhaus le cose erano differenti. La bottega era al piano terra mentre al primo c’era il nostro appartamento, che consisteva di due stanze ed una cucina. Ma ancora mio padre non era riuscito a liberarsi dai problemi economici, il lavoro andava male: più di una volta egli pensò di chiudere l’attività e di farsi assumere da qualche produttore di mobili. Ma ogni volta riuscì a vincere all’ultimo momento le sue difficoltà.

In seguito iniziai a frequentare la scuola, un’esperienza molto spiacevole. Mia madre pianse spesso per i cattivi voti che portavo a casa e la sua tristezza era l’unica cosa che mi spingeva ad impegnarmi di più. Mentre mio padre non aveva dubbi nel credere che io avessi dovuto continuare la sua attività (perché altrimenti avrebbe fatto da schiavo per tutta la vita?), mia madre desiderava che io continuassi gli studi nonostante i deludenti risultati; lei pensava che per prima cosa avrei dovuto frequentare per quattro anni la scuola di grammatica, quindi iscrivermi al liceo magistrale. Io non volevo sentirne, così fui felice quando mio padre decise di farmi frequentare un istituto tecnico non appena avessi compiuto dieci anni. In questo modo, pensò mio padre, il mio futuro era definitivamente tracciato.

Per molto tempo inoltre fu presente un altro elemento che influenzò la mia vita al punto che per esso avrei sinanche venduto la mia anima: la musica. Questo amore si manifestò pienamente quando, all’età di nove anni, mi venne donato un violino come regalo di Natale. Ricordo precisamente ogni singolo dettaglio di quel Natale ed oggi, in piena età matura, penso che la mia vita cosciente sia iniziata in quel momento. Il figlio maggiore dei nostri vicini di casa era un allievo insegnante e mi impartì le prime lezioni di violino: imparai a suonarlo bene in poco tempo.

Quando il mio primo insegnante di violino andò a lavorare nei paesi io cominciai a frequentare il primo anno del conservatorio di Linz, ma non ne fui molto entusiasta, forse perché possedevo delle conoscenze più avanzate rispetto agli altri allievi. Dopo le vacanze decisi di prendere altre lezioni private, stavolta con un vecchio sergente maggiore della banda dell’esercito austroungarico, che mi fece immediatamente notare come ancora io fossi inesperto e cominciò da principio ad insegnarmi il violino secondo il gusto militare. Ciò che suonavo con il vecchio Kopetzky era davvero un fracasso. Alle volte, quando perdevo la fiducia in me stesso a causa dei suoi rudi modi da sergente maggiore egli mi consolava assicurandomi che, con più impegno, sarei sicuramente stato scelto come apprendista musico presso l’esercito, secondo lui la maggiore gloria per un musicista. Abbandonai in seguito le lezioni con Kopetzky e continuai a seguire i corsi del conservatorio, dove venni seguito dal professor Heinrich Dessauer, un insegnante sensibile, dotato e capace. Così iniziai anche lo studio della tromba, del trombone e della teoria della musica, arrivando a suonare nella banda studentesca.

Cominciavo già ad accarezzare l’idea del rendere la musica il lavoro della mia vita, quando mi scontrai contro la dura realtà. Avevo appena concluso l’istituto tecnico quando dovetti iniziare a lavorare con mio padre come apprendista. A volte in passato, quando c’era carenza di manodopera, dovetti dare una mano in bottega e così il lavoro mi era già familiare. Era piuttosto noioso e consisteva nel ritapezzare i vecchi mobili sostituendo l’imbottitura, tutto tra nuvole di polvere in mezzo alle quali si soffocava. Quali vecchi materassi venivano portati presso la nostra bottega! Tutte le malattie che erano state superate (ed anche quelle non superate) dai loro proprietari avevano lasciato il segno del loro passaggio su questi materassi. Non c’è da stupirsi che i tappezzieri non vivano a lungo. Presto però conobbi anche l’aspetto più piacevole del mio lavoro: in esso sono necessari dei buoni gusti ed un certo sentire artistico, cosa che non lo rende tanto dissimile dall’arredamento degli interni. Quando superai l’apprendistato mio padre volle che iniziassi a lavorare presso altre botteghe: afferrai quale fosse la sua idea, ma il mio pensiero principale era di continuare i miei studi musicali, non di migliorare le mie capacità di tappezziere. Così decisi di rimanere presso la bottega di mio padre, in modo da potere disporre del mio tempo libero più liberamente che sotto un altro datore di lavoro.

“Di solito ci sono troppi violini in un’orchestra, ma mai abbastanza viole.” Oggi sono grato al professor Dessauer per avermi insegnato questa massima e convinto a diventare un suonatore di viola. In quei giorni la vita musicale di Linz si svolgeva su di un alto livello: August Gollerich era il direttore della società sinfonica. Essendo un allievo di Liszt ed un collaboratore di Richard Wagner a Bayreuth, Gollerich era la persona che riuscì a risollevare la vita musicale di Linz, che i maligni chiamavano “città di paesani” . Ogni anno la Società sinfonica teneva tre concerti sinfonici ed un concerto speciale, eseguito con un coro accompagnato dall’orchestra. Mia madre, nonostante le sue umili origini, amava la musica e difficilmente perse uno di questi spettacoli. Sin da ragazzino venivo condotto a questi concerti, durante i quali mia madre mi spiegava tutto ed io, quando imparai a suonare diversi strumenti, li apprezzai sempre di più. Il mio più grande sogno era di suonare in quell’orchestra la viola o la tromba.

Ma ancora il mio lavoro era quello di aggiustare vecchi materassi polverosi. In quegli anni mio padre soffriva tutte le malattie tipiche dei tappezzieri; una volta dei persistenti problemi ai polmoni lo tennero a letto per sei mesi, così io dovetti da solo occuparmi della bottega. Queste sono state le due cose che hanno accompagnato la mia giovinezza: il lavoro , che spesso fiaccò le mie forze e persino i miei polmoni, e la musica, che era il mio unico amore. Non avrei mai creduto che ci potesse essere una connessione tra le due. Eppure ci fu. Uno dei clienti di mio padre era un membro del governo di provincia e si occupava anche del teatro. Un giorno venne da noi per far riparare i cuscini di un set di mobili rococò. Quando il lavoro venne ultimato mio padre mi mandò a consegnarli presso il teatro; il direttore mi disse di sistemare i cuscini ai loro posti, sul palco. Era in corso una prova. Non so quale pezzo stessero provando, ma era certamente un’opera. Ricordo ancora l’emozione che mi prese quando stetti sul palco, in mezzo ai cantanti. Mi sentii rinato, capii di scoprirmi davvero per la prima volta. Teatro! Che parola! Un uomo davanti a me, splendidamente vestito, mi sembrava un essere di un altro mondo. Cantò in modo tanto glorioso che io non potrei immaginare come quell’uomo possa parlare normalmente. L’orchestra gli rispose con la sua potente voce. Adesso mi trovavo in un ambiente familiare, ma tutto ciò che la musica sino a quel momento aveva significato per me non aveva più alcun senso in quegli istanti. Penso che solo nell’unione con il palco del teatro la musica possa raggiungere una vetta più alta e solenne, la più luminosa che si possa immaginare. Eppure io cosa ero, se non un povero artigiano, che sistemava di nuovo i cuscini nelle poltrone rococò. Che triste lavoro! Che triste esistenza! Teatro: questa era la parola che io avevo a lungo cercato. La fantasia e la realtà si confusero nella mia eccitata mente. Quell’imbarazzante figuro con i capelli arruffati, che stava dietro le quinte indossando il grembiule, con le maniche della camicia arrotolate e che smosse i cuscini, quasi per giustificare la sua presenza, era veramente un povero tappezziere? Un povero sempliciotto disprezzato, spinto dai clienti a destra e a sinistra come se fosse un attrezzo, collocato in un dato posto in base alle esigenze del momento e poi messo da parte non appena il suo compito fosse terminato? Sarebbe stato assolutamente naturale se il piccolo tappezziere con i suoi strumenti nelle sue mani si fosse fatto avanti da dietro le quinte e, ad un cenno del direttore d’orchestra, iniziato a cantare la sua parte solo per provare al pubblico in platea, anzi a tutto il mondo, che egli in realtà non era un pallido ed emaciato assistente della tappezzeria nella Klammstrasse, ma che il suo posto era veramente sul palco del teatro!

Così mi cullai tra il sogno e la realtà. Nessuno a casa aveva sentore del mio stato d’animo; piuttosto che spiccicare una sola parola riguardo alla mia aspirazione segreta, mi sarei morso la lingua. Nascosi le mie speranze ed i miei progetti persino a mia madre, ma lei in qualche modo capì quello che occupava i miei pensieri. Avrei dovuto aggiungere altro alle sue già molteplici preoccupazioni? No, e così non c’era nessuno con il quale potermi confidare. Mi sentivo terribilmente solo, come un reietto, così triste come lo può essere solo un ragazzo al quale per la prima volta sono rivelate la bellezza della vita ed i suoi rischi.

Il teatro fece nascere in me un nuovo coraggio. Non persi una singola rappresentazione delle opere, per quanto stanco io potessi essere dopo il lavoro, nulla mi poteva trattenere dal recarmi lì. Naturalmente, a causa del basso stipendio che mio padre mi passava, potevo permettermi solo i biglietti per la galleria. Così mi recavo spesso nella così chiamata “Promenade”, dalla quale avevo la vista migliore; inoltre scoprii che nessun altro settore del teatro possedeva un’acustica migliore. Appena sopra la Promenade vi era il palco reale, sostenuto da due colonne in legno: queste erano molto ricercate dai frequentatori della Promenade, perché erano l’unico appoggio che permetteva di sollevare il proprio sguardo e di godere di un’ottima vista del palco. Per quelli che invece stavano contro il muro queste colonne erano perennemente un ostacolo alla visuale scenica. Ero piuttosto felice di riposare la mia stanca schiena contro quei lisci pilastri dopo un’intensa giornata lavorativa. Naturalmente, per assicurarsi quei posti, occorreva arrivare prima degli altri.

Spesso sono le cose più banali che rimangono più a lungo impresse nella memoria. Posso ancora vedere me stesso mentre corro al teatro, ancora indeciso se sedermi accanto al pilastro a destra o a sinistra: accadde una volta che una delle due colonne, quella a destra, fosse già presa. Qualcuno era ancora più impaziente di assistere all’opera di quanto lo fossi io.

A metà tra l’offeso e l’incuriosito fissai il mio rivale. Aveva un colorito piuttosto pallido, un giovane smunto della mia stessa età circa; i suoi occhi luccicavano mentre osservava la rappresentazione. Ipotizzai che provenisse da una classe sociale migliore della mia, poiché era vestito con particolare cura e manifestava un certo atteggiamento altero. Ci osservammo a vicenda senza proferire parola. Poco tempo dopo l’intervallo dell’opera iniziammo a parlare: nessuno di noi due ne apprezzava la messa in scena. Discutemmo insieme e fummo entrambi felici della nostra critica negativa. Mi impressionarono sin da subito la sua padronanza dialettica e la sua sicurezza nel parlare, in questo lui mi era indubbiamente superiore. D’altronde però quando cominciammo a parlare di questioni riguardanti prettamente la musica, mi accorsi della mia superiorità culturale. Non ricordo esattamente la data di quell’incontro, ma sono sicuro che fosse intorno al giorni di ogni Santi del 1904.

La discussione proseguì per un po’ di tempo, ma lui non mi raccontò nulla dei suoi affari personali e neanche io credetti fosse necessario parlargli dei miei. In maniera sempre più concitata cominciammo a parlare di tutte le rappresentazioni teatrali viste e ci accorgemmo che entrambi provavamo lo stesso entusiasmo per il teatro. In seguito, finita la rappresentazione, lo accompagnai a casa sua, presso il n. 31 di Humboldtstrasse. Quando ci salutammo egli infine mi disse il suo nome: Adolf Hitler.

 

http://thule-italia.com/wordpress/?p=10819

 
Knut Hamsun, l’ultimo pagano PDF Stampa E-mail
Tematiche - Il Mondo della Tradizione
Scritto da Parsifal   
Mercoledì 15 Gennaio 2014

E’ escluso che i giovani no global lo celebreranno, eppure se si dovessero rintracciare i precursori del nuovo movimento, tanto corteggiato dai vari leader della sinistra, da Cofferati a Bertinotti, affiorirebbero nomi impresentabili e tra questi vengono in mente subito Nietzsche, Hesse e Hamsun. Stranamente quest’anno ricorrono due anniversari: 40 anni della morte di Hesse, ricordati assai in sordina dai vari Goethe-Institute (rammento, invece, i due grandi convegni del 1992 promossi dai “Goethe” a Roma e a Milano, ma allora la politica culturale tedesca era in altre mani). Ma se qualche mostra e concerto per Hesse ci sarà, su Hamsun, di cui ricorre il 50° anniversario della scomparsa, cala ancora un ostinato, anacronistico silenzio, interrotto solo dal consueto coraggio culturale della casa editrice Adelphi, che ha appena ristampato Pan (pagine 190, € 13,43), il capolavoro dello scrittore norvegese, nato nel 1859 e morto il 19 febbrario 1952 nel completo isolamento a Nørholm, dopo tre anni d’internamento, dal ’45 al ’48, in un manicomio per la sua adesione al nazismo e il suo appoggio al governo collaborazionista di Quisling, e dopo un continuato ostracismo, che lo scrittore seppe squarciare con uno dei più amari e tremendi libri Per i sentieri dove cresce l’erba.

fameTutti sanno del suo attaccamento caparbio alla terra, a quel suo piccolo universo tra il fjord e il marken, la terra arabile, ma questo radicamento proviene, paradossalmente, da una conoscenza per quel tempo approfondita e vasta del mondo. Hamsun, ovvero Knut Pedersen come ancora si chiamava, era di umili origini, aveva fatto tutti i mestieri e per anni, in due riprese, era emigrato in America, insieme a tanti altri suoi ‘paesani’ alla ricerca di una improbabile fortuna, che invece incontrò in patria per la sua ostinata volontà di scrivere. Da giovane conobbe la vita randagia e se ne tornò in Norvegia, tra i boschi, con un risoluto piglio di rivolta e di anarchico rifiuto di quella modernità, sostanziata dallo sfruttamento e dalla bruttezza. Si ribellava, come Nietzsche e come Jack London (cui assomiglia anche per analoghi percorsi esistenziali) al mondo moderno, alla società capitalista, ma anche alla democrazia che omologava tutti, al socialismo massificante. E condannava e denunciava la minaccia che pesava sulla natura insidiata dai selvaggi processi dell’industrializzazione, allora (come in gran parte ancora oggi) incontrollati e distruttivi. Imbevuto di filosofia nietzschiana, affascinato dalla scrittura demonica di Dostoieewskij, nordicamente pessimista e insieme realista, senza illusioni sulle ideologie progressiste, Hamsun trova rapidamente, con Fame nel 1890, la sua originalità narrativa, incontra la sua lingua, il suo universo, cui rimase fedele, cocciutamente, nella raffigurazione epica dei suoi racconti, pervasi da brezze suggestive di animosità (più che di intellettualità) anarchica, antiborghese, reazionaria e insieme romantica, poeticissima.

Lavorava racconto dopo racconto, dramma dopo dramma, alla grande figura del vagabondo, libero e maledetto, senza meta, senza dimora, senza amore eppure col cuore gonfio di un caldo, estatico sentimento della natura. I successi si susseguono gli anni Novanta sono prodigiosamente creativi; Pan è del 1892-94; mette in cantiere due trilogie, lavora con un impeto straordinario anche a drammi, seguendo la grande lezione di Ibsen. In breve viene riconosciuto come il principale scrittore del Nord; Thomas Mann ne parla come del “più grande vivente”
e nel 1920 gli viene conferito il Premio Nobel. Ma l’orizzonte comincerà ad oscurarsi rapidamente con la sua inclinazione per il movimento hitleriano, che gli alienò numerose simpatie nel campo intellettuale.

Ma lui procede tenace nella sua ricerca con le sue scomode convinzioni. In Hamsun affiora un cosmo complesso, fosco persino tetro, disperato, ma anche robusto, tenace e irrefutabile nella sua coerenza e nella sua intima, seducente durezza. E’, il suo, un universo privo di orpelli, di facili lusinghe, di scorciatoie false, di accomodamenti e compromessi. Più che nazista, la sua fede è radicata in una sorta di mistica unione con la natura, vissuta paganamente, misteriosamente e insieme con l’ansia di chi sa, di chi prevede la prossima fine di un’epoca. Il suo credo è quello neopagano, destinato a frantumarsi non perché contraddetto o superato, ma perché è stato semplicemente ‘dimenticato’, derubricato; i vincitori non si sono nemmeno presa la briga di contrastare quel pensiero, di confutare quelle bizzarre tesi. Con lui avviene ciò che era successo con gli ultimi fedeli della religione pagana: gli dei sono morti, Pan è morto e ciò è ancora più atroce e definitivo di una contestazione, di una polemica. La divina, immensa natura madre del nord viene cancellata con le risate e le chiacchiere intorno al televisore, il nuovo idolo, il grande comunicatore. Non sembra possibile che sia esistita – ed era ancora ieri – un’epoca in cui l’uomo sapeva tacere, sapeva ascoltare la crescita dei fili d’erba.

Oggi in Italia Hamsun viene ricordato da un solitario foglio indipendente, “Margini” delle Edizioni Ar. Anche all’interno della comunità letteraria la sua lezione sembra esaurita, affondata da tutti i minimalisti globali. Ma forse non è proprio così: Peter Handke continua, come prova il suo recentissimo romanzo, la sua rivisitazione in un universo sempre più desolato e sempre meno cittadino e globale. E torna in mente uno strano giudizio di Benjamin sui personaggi di Hamsun. Nel 1929 il critico berlinese affermava che lo scrittore norvegese era “un maestro nell’arte di creare il personaggio dell’eroe sventato, buono a nulla, perdigiorno e malandato”. Ma questa strana resurrezione dell’eroe nella letteratura così antieroica del Novecento costituisce un fiume carsico che non si è mai interrotto che esplode in superficie improvvisamente con Ernst Jünger, con André Malraux o con Manes Sperber, avventurieri e scrittori di destra e di sinistra, in realtà sovranamente anarchici. Le nostre patrie lettere hanno D’Annunzio e non è poco, forse persino troppo per una letteratura che vive sempre più marginale e marginalizzata ai confini dell’impero, anche se talvolta – e lo dimostra proprio Hamsun all’estremità del mondo abitato – è proprio nelle lande più remote, in quelle meno protagoniste del grande show mediatico, che si avvertono gli scricchiolii e le nuove tendenze: penso al recente Il terzo ufficiale ( pagine 316,€15), il romanzo ‘eroico’ di Giuseppe Conte, appena uscito da Longanesi.

un-vagabondo-suona-in-sordina Neopaganesimo, contatto con la natura, eroe, sono i temi dell’epica di Hamsun e questi racconti tramano l’eterna vicenda degli archetipi. Si può leggere la narrativa di Hamsun come una grandiosa rappresentazione sacra e insieme nudamente priva di dei, intesi quali comode speranze e arrendevoli comandamenti. Nella sua pagina affiorano, silenziosi, ostinatamente muti, gli antichi dei del Nord, i numi norreni delle saghe arcaiche, quando l’uomo vichingo si lanciava, incosciente del pericolo, su tutti i mari del mondo e la sua civiltà brillava da costa a costa, dalla Sicilia alla Normandia, dal Volga alle sponde ignote del Nuovo Mondo. E’ quel DNA che viene trasmesso dalle trilogie di Hamsun, come quella potente, intramontabile dei “Vagabondi”, intagliati nel legno duro degli outsider anarchici e dei ribelli.

L’autore intuisce nella natura la nostalgia segreta dell’anima moderna. L’uomo contemporaneo, gettato nelle metropoli di asfalto e cemento, nasconde un sogno struggente: il bosco e il mare. In tanti libri, da Fame a Pan, da La nuova terra del 1893 a Victoria del 1898 a Hamsun rincorre questo tema come il leitmotiv, che pervade la sua opera, continuamente diversa e costantemente fedele fino a una straordinaria monotonia, monomania, che ossessivamente cattura il lettore, riplasmandone l’immaginazione e la sua capacità di ricezione sia letteraria che esistenziale.

Ma il suo libro più stupefacente è Per i sentieri dove cresce l’erba del 1948, la sua ultima fatica letteraria, pubblicata a novant’anni. E’ uno scritto autobiografico, un diario stupendo e atroce, dettato dalla disperazione e da un’umiliazione tremenda. Come Ezra Pound e Céline, Hamsun fu uno dei rari intellettuali di fama mondiale ad aderire al fascismo, ad oltrepassare la frontiera, a volgere le spalle al proprio paese. Non si accorse, il grande vecchio, che il nazismo era l’estrema propaggine di quella degenerazione globalizzante che era il totalitarismo, e insieme una impotente e straziante negazione della modernità, da cui era pure completamente compenetrato. Per tutta la vita legato ai suoi dei segreti, come ricorda un altro suo libro bellissimo Misteri del 1892, ostinato e caparbio, aperto al richiamo della foresta simile a London, a D.H. Lawrence e a Hesse, anche Hamsun comprese con la sua narrativa, potentemente allucinata, visionaria, che l’uomo non può rinunciare alla natura se vuole sopravvivere. Solo che i sentieri dove cresce l’erba l’avrebbero dovuto condurre a una diversa coscienza, lontana dalla politica. Tuttavia il suo messaggio, ruvido e lirico, è ancora nella memoria antica dell’Occidente, in quel mondo senza età in cui Odino ascolta ancora gli incantesimi delle valchirie. Ecco la magia evocatoria di Hamsun.

* * *

Tratto da Il Giornale del 18 febbraio 2002.

 

http://www.centrostudilaruna.it/knut-hamsun-lultimo-pagano.html

 
Il ritorno degli Olimpici PDF Stampa E-mail
Tematiche - Il Mondo della Tradizione
Scritto da Parsifal   
Sabato 11 Gennaio 2014

di Adriano Romualdi

 

Se il cristianesimo, se certi ambigui «tradizionalismi», ci appaiono inadeguati a dare un nuovo contenuto spirituale all’Europa, antiche immagini tornano a visitarci.

La cristianità appartiene al passato, ma simboli ancor più antichi sembran guardarci con nuova freschezza. La scoperta delle Americhe si compì a bordo della Santa Maria; lo sbarco sulla luna col missile Apollon. Cristo e Maria sbiadiscono, ma il volto apollineo della razionalità ariana rifulge di nuovo. Allo stesso modo − spezzata la cerchia gotica e cristiana delle antiche città − noi riprendiamo a guardare la natura come fonte di meditazione religiosa. La nebbia nei boschi al mattino, i profili azzurri dei monti ci parlano di purità e di distanza.

Da Goethe in poi, gli Olimpici sono tornati ad esserci più familiari del Crocefisso. Come ci ha lasciato scritto Walter Otto:

«Ed ecco che di nuovo ci si fa incontro l’antichità classica nella sua grandezza; non perchè noi ci perdiamo nella sua imitazione, ma perchè il nostro contatto con essa ci dia ancora una volta la forza di superare il nostro travaglio. Nessuna scoperta scientifica e nessun nuovo metodo di ricerca è valsa a riavvicinarcela, ma è il nostro stesso destino, che in questa epoca di crisi ci fa nuovamente avvertire la voce ammonitrice del mito e dell’antichità. Essa ci viene incontro con i suoi Dei, la cui sostanza vivente, quale più alta realtà dell’uomo e del mondo, le precedenti generazioni non intesero. Hölderlin lo aveva presagito, e la via di Nietzsche è segnata da questo sublime incontro. Nulla è più lontano da noi della tentazione di trastullarci con culti ormai tramontati. Culto e mito devono significare altro per noi da quel che significarono millenni fa. Ma le potenze divine dell’Essere ci attendono per comunicarci alcunchè d’infinito, e il nostro destino saprà trovare la forma, in cui esse torneranno visibili».

* * *

Tratto da Sul problema di una tradizione europea, ed. di Vie della Tradizione, Palermo 1996(2), pp. 53-54.

 

http://www.centrostudilaruna.it/il-ritorno-degli-olimpici.html

 
Dei ed eroi PDF Stampa E-mail
Tematiche - Il Mondo della Tradizione
Scritto da Parsifal   
Sabato 11 Gennaio 2014

Terribili erano l’aspetto e i movimenti di questi uomini, nudi in prima fila, ammirabili per la loro vigorosa giovinezza e bellezza dei tratti” (Polibio)

L’epica di tradizione celtica, cosi come le saghe nordiche, delineano l’immagine di eroe come personaggio di nobili origini che si distingue per il valore guerriero, è dotato di forza soprannaturale e di armi magiche, spesso dono degli dei. Alcuni episodi mitici ritraggono gli eroi in preda ad una smodata violenza, ad un impeto irrazionale, paragonabile allo storico furor gallicus dei guerrieri celtici descritto dalle fonti antiche. Nell’epica questo comportamento ha una radice religiosa e rituale, poiché deriva da un’iniziazione che conferisce ai giovani una forza ferina, solo faticosamente controllabile.

Statua celtica di pietra, seconda metà del VI secolo a.C, da Ditzingen-Hirschlanden, Stoccarda, Wurttembergisches-Landesmuseum.

Statua celtica di pietra, seconda metà del VI secolo a.C, da Ditzingen-Hirschlanden, Stoccarda, Wurttembergisches-Landesmuseum.

È il caso dell’eroe irlandese Cù Chulainn, figlio del dio Lug, che durante il suo percorso iniziatico, prima di diventare membro onorato del proprio gruppo sociale, contravviene al codice comportamentale con abominevoli violenze; solo quando ha compiuto l’intero cammino, il suo furore viene placato con uno stratagemma e il fanciullo-eroe rientra nelle convenzioni sociali. L’iniziazione militare che trasforma l’adolescente in guerriero conferendogli la natura di un animale feroce è un tratto comune di molte popolazioni indoeuropee, dove al furore guerresco spesso si può unire anche la deformazione fisica. È il caso dei berserker, guerrieri al servizio di Odino che affrontavano la battaglia in uno stato di furia visionaria: per il loro atteggiamento si narra che durante il combattimento si trasformassero in veri e propri orsi.

 

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Spengler e l’anima russa. La Russia antica e la “pseudomorfosi” illuminista PDF Stampa E-mail
Tematiche - Il Mondo della Tradizione
Scritto da Parsifal   
Sabato 04 Gennaio 2014

di Stefano Arcella

 

Nel Tramonto dell’Occidente[1], Oswald Spengler si sofferma ampiamente sulle peculiarità dell’anima russa. Tale analisi è collocata nella seconda parte dell’opera, che si intitola “Prospettive della storia mondiale[2], la prima parte essendo dedicata a “Forma e realtà”, ove delinea la sua visione ciclica della storia, definisce l’“anima” di ogni civiltà, con le famose fasi, l’una ascendente (Kultur) e l’altra  discendente (Zivilisation) di ogni ciclo storico, per poi tracciare una morfologia comparata delle civiltà che offre un grande scenario di macrostoria [3].

Altrettanto interessante e stimolante è l’applicazione del metodo comparativo spengleriano per studiare e decifrare l’affinità morfologica che connette interiormente la lingua delle forme di tutti i domini interni ad una data civiltà, dall’arte alla matematica alla geometria, al pensiero filosofico e al linguaggio delle forme della vita economica, essa stessa espressione di una data “anima”, ossia di un “sentimento del mondo” che contraddistingue un certo tipo di sensibilità.

In questa prospettiva, anche i fatti politici, assumono il valore di potenti simboli; per Spengler occorre saper cogliere che cosa significa il loro apparire, l’ “anima” di cui essi sono espressione.

Pseudomorfosi

Nella seconda parte dell’opera, l’Autore colloca lo studio dell’anima russa nel capitolo sulle pseudomorfosi storiche ed è partendo da questa categoria spengleriana che si può comprendere il suo modo di descrivere il mondo russo.

il-tramonto-dell-occidentePer spiegare la pseudomorfosi, Spengler parte da una nozione di mineralogia. Egli attinge  ad un fenomeno naturale per spiegare e definire un fenomeno storico, in ciò accogliendo un procedimento di osservazione scientifico-naturalistico tipico di Goethe, al quale esplicitamente si richiama nella prima parte della sua opera.

Si supponga uno strato di calcare che contenga cristalli di un dato minerale. Si producono crepacci e fessure; l’acqua si infiltra e a poco a poco, passando, scioglie e porta via i cristalli, di modo che nel conglomerato non restano più che le cavità da essi occupate. Sopravvengono fenomeni vulcanici che fendono la montagna; colate di materiale incandescente penetrano negli spacchi, si solidificano e danno luogo ad altri cristalli. Ma esse non possono farlo in una forma propria: sono invece costrette a riempire le cavità preesistenti, e così nascono forme falsate, nascono cristalli nei quali la struttura interna contraddice  la conformazione esterna, un dato minerale apparendo ora sotto le specie esteriori di un altro. E’ ciò  che i mineralogisti  chiamano pseudomorfosi[4].

Dalla nozione di mineralogia passa quindi alle pseudomorfosi storiche.

Chiamo pseudomorfosi storiche i casi nei quali una vecchia civiltà straniera grava talmente su di un paese che una civiltà nuova, congenita a questo paese, ne resta soffocata e non solo non giunge a forme sue proprie e pure di espressione, ma nemmeno alla perfetta coscienza di sé stessa. Tutto ciò che emerge dalle profondità di una giovane animità va a fluire nelle forme vuote di una vita straniera; una giovane sensibilità si fissa in opere annose e invece dell’adergersi in una libera forza creatrice nasce soltanto un odio sempre più vivo per la costrizione che ancora si subisce da parte di una realtà lontana nel tempo”[5].

Di questo fenomeno Spengler ci offre vari esempi quali la civiltà araba – che egli fa risalire,  come sentimento del mondo, al III secolo a.C. – che fu costretta e soffocata nelle forme di una civiltà straniera, quale quella macedone col suo relativo dominio (impresa di Alessandro Magno e civiltà ellenistica).

Non è questa la sede per esaminare la pseudomorfosi araba, perché tale tema ci porterebbe lontano, considerando la peculiarità della visione storica spengleriana, rispetto allo specialismo della storiografia occidentale del suo tempo con la quale egli polemizza e argomenta in modo approfondito.

Altra pseudomorfosi è quella che inizia con la battaglia di Azio del 31 a. C.

Qui non si trattò di una lotta per la supremazia della romanità o dell’ellenismo; una lotta del genere era stata già combattuta a Canne e a Ama, ove ad Annibale toccò il destino tragico di battersi non per la sua patria bensì per l’ellenismo. Ad Azio la nascente civiltà araba si trovò di fronte alla civilizzazione antica senescente. Si doveva decidere il trionfo dello spirito apollineo o di quello magico, degli dei o del Dio, del principato o del califfato. La vittoria di Antonio avrebbe liberato l’anima magica; invece la sua sconfitta ebbe per conseguenza che sul paesaggio di tale anima si riaffermarono le rigide, disanimate strutture del periodo imperiale”[6].

Pseudomorfosi russa

Un ulteriore esempio di pseudomorfosi ce lo offre la Russia di Pietro il Grande. L’anima russa originaria si esprime nelle saghe di Kiev riguardanti il principe Vladimiro (verso il 1000 d. C.) con la sua Tavola Rotonda e l’eroe popolare Ilja di Muros. Qui il pensatore tedesco coglie l’immensa differenza fra anima russa e anima faustina (ossia quella europea tesa verso l’infinito e simboleggiata dalle cattedrali gotiche) nel divario che intercorre fra tali poemi slavi e quelli sincronici – rispetto ad essi – della saga di Malthus e dei Nibelunghi del periodo delle invasioni “nella forma dell’epica di Ildebrando[7].

Il periodo “merovingio” russo (ossia il periodo aurorale) inizia con la liberazione dal dominio tartaro di Ivan III (1480) e si sviluppa attraverso gli ultimi Rurik e i primi Romanov fino a Pietro il Grande (1689-1725). Esso corrisponde al periodo che va, in Francia, da Clodoveo(465-511) fino alla battaglia di Testry (687) con la quale i Carolingi si assicurano il potere  effettivo. Spengler coglie qui un’affinità morfologica.

albe-e-tramonti-deuropaA questo periodo moscovita delle grandi stirpi bojare e dei patriarchi, durante il quale un partito della Vecchia Russia lottò continuamente contro gli amici della civiltà occidentale, segue, con la fondazione di Pietroburgo (1703) la pseudomorfosi, la quale impose all’anima russa primitiva le forme straniere dell’alto Barocco, poi quelle dell’illuminismo e infine quelle del diciannovesimo secolo. Pietro il Grande fu fatale per la civiltà russa. Si pensi alla sua corrispondenza “sincronica”, a Carlomagno, che metodicamente e con tutte le sue energie attuò ciò che Carlo Martello pochi anni prima aveva scongiurato con la sua vittoria sugli Arabi; il sopravvento dello spirito mauro-bizantino”[8].

Nella visione spengleriana, Pietro il Grande impone alla Russia una forma che non le è congeniale, che è lontana dallo spirito contadino, antico, mistico e religioso della Vecchia Russia. Carlomagno avrebbe mutuato in Occidente una forma mauro-bizantina (l’Impero, la struttura gerarchizzata sul modello romano-orientale) che non sarebbe stata congeniale all’Europa dell’alto  Medio Evo (adopero questa periodizzazione per farmi intendere, anche se essa non è affatto spengleriana).

Qui lo studioso tedesco introduce una riflessione che è di rilievo centrale e che contribuisce a far comprendere anche la storia della Russia contemporanea.

Lo zarismo primitivo di Mosca è l’unica forma che ancor oggi sia conforme alla natura russa, ma esso a Pietroburgo fu falsato nella forma dinastica propria all’Europa occidentale. La tendenza verso il Sud sacro, verso Bisanzio e Gerusalemme, profondamente radicata in tutte le anime greco-ortodosse, si trasformò in una diplomazia mondana, in uno sguardo rivolto verso l’Occidente … Furono importate arti e scienze tarde, l’illuminismo, l’etica sociale, il materialismo cosmopolita, benché in questo primo periodo del ciclo russo la religione fosse l’unica lingua nella quale ognuno comprendeva se stesso e comprendeva il mondo[9].

Questa imposizione di un modello straniero generò un sentimento di odio “davvero apocalittico” contro l’Europa, intendendo con tale termine tutto quanto non era russo, anche Roma e Atene, insomma l’Occidente nella varietà ed anche nell’antichità delle sue manifestazioni.”La prima condizione a che il sentimento nazionale russo si liberi è odiare Pietroburgo con tutto il cuore e con tutta l’anima” scriveva Aksakoff a Dostoevskij.

In altri termini, Mosca è sacra, Pietroburgo è Satana e Pietro il Grande, in una leggenda popolare, viene presentato come l’Anticristo[10].

Tolstoi e Dostoevskij

Per Spengler, se si vogliono comprendere i due grandi interpreti della pseudomorfosi russa, occorre vedere in Dostoevskij il contadino, in Tolstoi l’uomo cosmopolita.

L’uno non poté mai liberarsi interiormente dalla campagna, l’altro la campagna, malgrado ogni suo disperato sforzo, non riusci mai a ritrovarla[11].

Qui la lettura di Spengler diviene dirompente e innovativa, con tratti tipici da “rivoluzione conservatrice.

Egli considera, infatti, Tolstoi come la Russia del passato e Dostoevskij come simbolo della Russia dell’avvenire, il che equivale a dire che l’anima contadina antica della Russia, l’anima legata al sentimento delle radici e delle tradizioni, rappresenta l’avvenire, mentre lo spirito cosmopolita e illuminista, di stampo occidentale moderno, è destinato a tramontare.

Peraltro, questa spirito cosmopolita era profondamente divorato da un odio viscerale contro un’Europa moderna da cui non poteva liberarsi, essendovi profondamente legato. In altri termini, una sorta di amore/odio verso l’Europa.

Tolstoi odiò potentemente l’Europa da cui non poteva liberarsi. Egli l’odiò in sé stesso e odiò se stesso. Per questo fu il padre del bolscevismo[12]..

Dostoevskij, al contrario, non nutrì un tale odio ma un fervido amore per tutto ciò che è occidentale, nel senso delle antiche radici culturali dell’Europa.

Un simile odio Dostoevskij non lo conobbe. Egli nutrì un amore altrettanto fervido per tutto quello che è occidentale. “Io ho due patrie, la Russia e L’Europa”[13]. Questa affermazione dello scrittore russo è molto sintomatica delle sue inclinazioni. Spengler passa poi a citare un brano del romanzo I Fratelli Karamazov che è molto eloquente circa quello che lo scrittore russo intende per richiamo interiore verso l’Europa.

“Partirò per l’Europa – dice Ivan Karamazov al fratello Alioscia – io so di non andare che verso un cimitero, ma so anche che questo cimitero mi è caro, che è il più caro di tutti i cimiteri. I nostri sacri morti sono seppelliti  là, ogni pietra delle loro tombe parla di una vita passata così fervida, di una fede così appassionata nelle azioni che hanno compiute, nelle loro verità, nelle loro lotte e nelle loro conoscenze che io, lo so di già, mi prosternerò per baciare quelle pietre e per piangere su di esse[14]

L’Europa, per Dostoevskij, è quella delle radici antiche, della memoria storica, dell’identità, degli avi, delle antiche fedi e delle antiche lotte. In altri termini, l’Europa non è quella dell’illuminismo cui guardava Pietro il Grande, ma esattamente il contrario.

Mentre Tolstoi si muove nell’ottica dell’economia politica e dell’etica sociale, in una dimensione intellettualistica, tipicamente occidentale e moderna, Dostoevskij era al di là delle categorie occidentali, comprese quelle di rivoluzione e di conservatorismo.

Per lui fra conservatorismo e rivoluzione – scrive Spengler – non vi era differenza alcuna: entrambi erano per lui fenomeni occidentali. Lo sguardo di una tale anima si librava di là da tutto quanto è sociale. Le cose di questo mondo gli apparivano così insignificanti, che egli non dette alcuna importanza al tentativo di migliorarle. Nessuna vera ragione vuole migliorare il mondo dei fatti. Come ogni vero Russo, Dostoevskij un tale mondo non lo nota affatto: gli uomini come lui vivono in un secondo mondo, in un mondo metafisico esistente di là da esso. Che cosa hanno a che vedere i tormenti di un’anima col comunismo?[15]

Spengler conclude asserendo che “il Russo autentico è un discepolo di Dostoevskij benché non lo abbia letto, anzi proprio perché non sa leggere. Lui stesso è un pezzo di Dostoevskij[16] .

Per Spengler il cristianesimo sociale di Tolstoi era intriso di marxismo; Tolstoi parlava di Cristo ma intendeva Marx, mentre “al cristianesimo di Dostoevskij appartiene invece il millennio che viene”[17]

la-foresta-e-la-steppaL’analisi spengleriana si proietta nel futuro, anticipando di circa un secolo gli sviluppi della storia russa, in un momento storico in cui trionfava il bolscevismo e tutto sembrava andare in direzione contraria. Il punto è capire cosa intenda Spengler per “cristianesimo  di Dostoevskij”. Lo studioso tedesco ha fatto riferimento a questa vocazione mistica che trascende il mondo dei fenomeni, dei fatti, ai quali l’anima russa non attribuisce un valore decisivo, il mondo metafisico essendo l’oggetto di interesse centrale e prioritario.

L’immensa differenza fra anima faustiana e anima russa si tradisce già nel suono di certe parole.  Il termine russo per cielo è njèbo ed è negativo nel suo n. L’uomo d’Occidente volge il suo sguardo verso l’alto, mentre il Russo fissa i lontani orizzonti. Occorre dunque vedere la differenza dell’impulso verso la profondità dell’uno e dell’altro nel fatto che nel primo esso è una passione di penetrare da ogni lato nello spazio infinito, nel secondo è un esteriorizzarsi fino a che l’elemento impersonale nell’uomo si faccia uno con la pianura senza fine…La mistica russa non ha nulla di quel fervore, proprio al gotico, a Rembrandt, a Beethoven, che si porta verso l’alto e che può svilupparsi fino ad un giubilo che invade il cielo. Qui Dio non è la profondità azzurra delle altezze. L’amore mistico russo è quello della pianura, quello verso fratelli che subiscono lo stesso giogo, sempre nella direzione terrestre; è quello per i poveri animali tormentati che vagano sulla terra,  per le piante, mai per gli uccelli, per le nubi e per le stelle[18].

Il cristianesimo russo-ortodosso è, dunque, per Spengler, un misticismo della Madre Terra, dell’immensa pianura, degli spazi sconfinati.

Fra Spengler e Steiner

Introduco qui alcune mie riflessioni. Questa pianura sconfinata è geograficamente -  e simbolicamente -  un ponte fra Oriente e Occidente. La Russia è una terra che sente storicamente il richiamo di Bisanzio, ossia dell’Impero Romano d’Oriente, come ho dimostrato nei miei contributi su Toynbee e su Zolla ed il loro modo di intendere l’anima russa e i suoi archetipi.

La Russia risente, però, anche di influssi spirituali e culturali spiccatamente orientali.

Un fenomeno che merita di essere osservato con attenzione è quello dell’attuale diffusione del buddhismo in Russia (di cui abbiamo testimonianze e riscontri anche qui in Italia presso i centri buddhisti frequentati dai russi provenienti direttamente dalla loro terra), particolarmente di quello tibetano che, nella sua iconografia e nel suo simbolismo, è segnato da figure luminose, da un senso di chiarità e di Luce spirituale che tradisce anche antiche influenze iraniche, come Filippani Ronconi ha evidenziato in Zarathustra e il Mazdeismo [19].

Questa “mistica della Luce” (adopero qui tale termine in un senso lato, non tecnico) si incontra necessariamente col misticismo della Madre Terra, con propensioni tipiche dell’anima slava.

È a questo punto che va considerata la previsione di Rudolf Steiner, secondo il quale in Russia rinascerà la religione di Zarathustra[20] , ossia una nuova mistica della Luce ed un nuovo sentimento del mondo, quello della lotta fra Luce e Tenebre nella storia, nella dimensione terrena, in forme adatte ad un ben diverso contesto storico, etnico e geografico rispetto a quello in cui maturò la riforma spirituale del Profeta iranico. Nella morfologia delle civiltà di Steiner la civiltà russa sarebbe la sesta civiltà – quella del futuro – dopo le prime cinque (Indiana, Iranica, Egizio-Caldaica-Babilonese, greco-romana, anglo-tedesca) che nel loro susseguirsi denotano una sorta di movimento pendolare da est ad ovest e poi di nuovo verso est. Una tale previsione sulla rinascita della religione di Zarathustra può avere una sua plausibilità ove si consideri appunto la posizione di ponte che la terra russa ha fra Oriente e Occidente e quindi simbolicamente di collegamento, di raccordo spirituale e culturale.

Il bolscevismo aveva significato, per un arco di 70 anni, una interruzione nella comunicazione spirituale fra Oriente e Occidente, un blocco materialistico, nel che può vedersi l’azione di influenze non meramente profane, secondo quella dimensione di profondità della storia che è tipica del “metodo tradizionale”di cui Evola ha parlato ampiamente in Rivolta contro il mondo moderno e sul quale chi scrive è tornato ampiamente ne I Misteri del Sole.

Un tale culto della Luce, ove un domani dovesse diffondersi, dovrà necessariamente innestarsi sul “sentimento della pianura” costitutivo dell’anima russa, per dirla con Spengler, e cogliere nella Madre Terra – la “Santa Madre Russia” – il teatro di una lotta fra Luce e Tenebre, fra Verità e Menzogna, fra elevazione dello spirito e demonìa della materia e dell’economia.

Si colgono, in definitiva, i primi segni premonitori – dal Buddhismo al rilancio dell’Ortodossia – dell’affiorare graduale di una nuova “forma spirituale” che ha profonde connessioni col risveglio del sentimento nazionale russo, di un forte senso delle proprie tradizioni e della propria identità che si esprime oggi nella linea politica di Putin e nel suo rilancio del ruolo di grande potenza della Russia, della sua proiezione mediterranea, del suo interagire e fare blocco con le nazioni del BRICS.

La stessa legislazione contraria alla propaganda dei gay, il rifiuto di Putin a dare i bambini russi in adozione alle coppie gay in Occidente, il forte richiamo alla tradizione religiosa russo-ortodossa, l’opposizione al “politicamente corretto”, sono tutti fatti politici sintomatici di un risveglio dell’anima russa, quella antica, interpretata e sentita da Dostoevskij.

I fatti politici, come diceva Spengler, vanno letti nella loro valenza simbolica, cogliendo i fermenti profondi di cui essi sono espressione e cercando d’intuire e anticipare le linee di tendenza che essi prefigurano.

 


[1] L’opera è del 1917 in prima edizione; la traduzione che ho consultato e studiato fa riferimento alla seconda edizione del 1923.

[2] O.Spengler, Il Tramonto dell’Occidente, Guanda, Parma, 1991, p. 653 ss.

[3] Id., op.cit., p. 89 ss.

[4] Id., op.cit., p.927.

[5] Id., op.cit., pp.927-928

[6] Id., op .cit., pp. 930-931.

[7] Id., op.cit., p.932.

[8] Id., op.cit., p.932.

[9] Id., op.cit., pp.932-933.

[10] Id., op.cit., p. 934.

[11] Id., op.cit., p.934.

[12] Id., op.cit., p. 936.

[13] Id., op.cit., p. 936

[14] Id., op.cit., p.936.

[15] Id., op.cit., p.937.

[16] Id., op.cit., p. 939.

[17] Id., op.cit., p.939.

[18] Id., op.cit., nt.178,  pp.1459-1460.

[19] P. Filippani Ronconi, Zarathustra  e il Mazdeismo, Irradiazioni, Roma, 2007.

[20] R. Steiner, Miti e Misteri dell’ Egitto rispetto alle forze spirituali attive nel presente, Antroposofica, Milano, 2000.

 

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