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La cortina di inganni dietro la distruzione del mondo del lavoro PDF Stampa E-mail
Scritto da Alfredo IBBA   
Venerdì 15 Ottobre 2010

I diritti dei lavoratori, oggetto di conquiste tanto del vituperato Regime Fascista, quanto di lotte dure e tenaci dei lavoratori e di militanti sindacali che in altri tempi credevano in quello che facevano, sono sotto pressante attacco da parte di certo padronato e delle caste parassitarie che preferiscono sempre vivere nel lusso sfrenato tassando la produzione. Lo vediamo tutti i giorni, senza che ci sia il bisogno di annoiarvi riportando casi di proteste e di vertenze aziendali. Sentiamo dire che ci vuole “elasticità” perché c’è la crisi, sentiamo parlare di competitività con le produzioni cinesi e indiane, assieme agli elogi dei “bravi” lavoratori cinesi e dei diligenti studenti indiani, perché lavorano e studiano molto, sul classico modello della lode alla “pecora” addomesticata. Scopriamo che il futuro, il progresso, non sono, come ci insegnavano da piccoli, più diritti, meno lavoro, ma tutto il contrario. Ci domandiamo, se tutta questa globalizzazione fosse necessaria, e perché continuare a tenercela. Ma quello che ancora di più è insopportabile è l’assenza di trasparenza delle classi dirigenti, che conducono il gioco dicendoci un sacco di balle, perché perseguono scopi che vanno al di là di un po’ di euro in più.

Cito un esempio che tutti avrete presente: lo stabilimento Fiat di Pomigliano, dove è passato il famoso “accordo”, che poi accordo non è ma è un principio di “sodomizzazione” (scusando il linguaggio non proprio galante) avente pure lo scopo di fare scuola per cambiare le regole di lavoro nell’industria manifatturiera italiana, chiesto di firmare ai dipendenti dietro la prospettiva “o mangi questa minestra o ti butti dalla finestra” per dare al padronato una sorta di legittimazione democratica alla trasformazione del mercato del lavoro, visto che si tratta probabilmente anche di imporre cose che violano la stessa Costituzione. Uno dei punti più controversi di questo accordo è l’aumento delle ore obbligatorie di straordinario, che dalle regolari 40 all’anno previste dal precedente contratto adesso salgono di 80 arrivando a ben 120 all’anno! Lo scopo sarebbe fabbricare più macchine da vendere. Ma come si può pretendere di risolvere la crisi di una casa automobilistica, comune a tutto il settore auto perché la domanda di auto è da molto tempo in forte calo, producendo più auto? Sarebbe un piano che non sta ne in cielo ne in terra: il mercato dell’auto è fermo perché il potere d’acquisto si è notevolmente abbassato, e in assenza dunque di incentivi statali e mutui a scarsa affidabilità, macchine se ne comprano molto poche; a scoraggiare in maniera significativa l’acquisto di auto anche gli alti costi dei carburanti, per ragioni strutturali legati alla quantità e alla natura del petrolio ancora disponibile, e il costo delle assicurazioni, delle riparazioni, delle multe salatissime per piccole infrazioni; inoltre, nei paesi del nord Europa come la Germania, l’Olanda, l’Inghilterra, sono in atto da parte delle autorità processi di disincentivazione dell’uso dell’auto attraverso graduali cambiamenti della vita dei cittadini, che sempre di più trovano conveniente, per ragioni che vanno ben oltre i costi di acquisto e mantenimento delle auto, andare a piedi, in bicicletta o in tram. Negli USA, in molti paesini e cittadine di provincia, si rende impossibile l’uso dell’auto, a meno che non ti compri un fuoristrada, rimuovendo l’asfalto dalle strade e i lampioni della luce. Resterebbero i mercati emergenti di paesi come Cina, ma a parte il fatto che la Cina sta cercando di stimolare i consumi interni attraverso produzioni cinesi e di prodotti provenienti da paesi africani e sudamericani che la riforniscono delle materie prime di cui necessita, ponendo barriere di ogni tipo ai prodotti occidentali, le auto arriverebbero lì maggiorate dai costi di trasporto e dai dazi, e non sarebbero a questo punto più convenienti da acquistare delle auto fatte in Cina. Tornando a Pomigliano, se l’obiettivo di queste 80 ore aggiuntive fosse quello di produrre e vendere di più, tanto varrebbe vista l’opposizione dei dipendenti, assumere nuovo personale che faccia queste ore. Per capire meglio, uso un po’ la matematica, che molti odieranno, ma almeno sappiate che non è un’opinione: nella fabbrica Fiat di Pomigliano ci lavorano 5000 persone. Provo a moltiplicare 80 per 5000, e ottengo 400.000 ore di straordinario in un anno. Adesso considerando l’orario base settimanale che è di 40 ore, lo moltiplichiamo per 4 (settimane) e poi per 12 (mesi), ottengo 1920 ore base annuali per ogni lavoratore. Significa che è possibile assumere nuovo personale, 208,33 nuovi addetti per la precisione, che ottengo dividendo il totale di ore straordinarie in più che dovrebbero fare i dipendenti per le ore normali che fa ogni lavoratore in un anno, se veramente si ha l’intenzione di produrre e vendere di più. Vista l’incertezza del mercato, si potrebbero assumere a contratto a tempo determinato, mettiamo per 6 mesi e poi se il mercato tira si rinnova, li si mette a tempo indeterminato. D’altronde gli straordinari dovrebbero essere pagati per cui mi chiedo cosa cambierebbe significativamente in termini di costi con la mia proposta.

Invece temo che non si voglia aumentare la produzione, ma semplicemente, tenendo conto che la domanda di auto è quella che è, abbattere i costi bloccando le nuove assunzioni, il cosiddetto “turn-over”, e scaricare quel po’ di produzione che resterà da fare sugli operai che rimangono, diminuiti progressivamente di numero come quelli più anziani vanno via.

Una proposta, per rendere competitive in termini di prezzi le merci della Fiat come di tutte le aziende in generale, cioè per abbassare molto i prezzi delle merci e poter riuscire a vendere tanto sui mercati emergenti quanto in occidente, è quella di ridurre molto le tasse sulle aziende e sulle buste paga dei lavoratori; tali tasse rappresentano un fattore che alza significativamente i prezzi dei beni. Ma sulle tasse ci mangiano oltre i politicanti e i burocrati, ancora di più molte società private, soprattutto banche e assicurazioni, perché, come ho scritto altre volte, lo Stato per finanziarsi vende sulle piazze finanziarie titoli di stato, che sono promesse di pagamento del denaro prestato più gli interessi. Queste cambiali vengono comprate in buona parte dalle banche centrali in cambio delle banconote e di altri denari “virtuali” creati a costo quasi nullo, e a loro volta tali banche vendono i titoli che hanno acquisito ad altri soggetti, determinando un aumento degli interessi che lo Stato dovrà pagare. A comprare questi titoli, come quegli altri che non sono passati per le banche centrali, sono sia persone come noi, sia ancora banche, multinazionali, fondi di investimento. Gli interessi da pagare vengono decisi dai “mercati” e dalle banche centrali. Le banche centrali sono possedute in azionariato da società private, per lo più banche (in passato la Fiat è stata azionista di Banca d’Italia). Anche una parte dell’imprenditoria industriale ci mangia con le tasse pagate dai contribuenti, o perché detengono molti titoli di stato, o peggio, perché ricoprono incarichi dirigenziali dentro società private, specie banche, azioniste di banche centrali, o perché ne sono soci. Ecco quali interessi si danneggiano abbassando le tasse e conferendo allo Stato le quote di privati nella banca centrale. Per analoghe ragioni è ancora più improponibile condonare parte dei debiti verso le banche come si faceva invece periodicamente nell’antichità. Tenete presente che se sono un industriale e sono consigliere di amministrazione di una banca, i denari scritturali tipo bonifici, assegni, che questa banca in cui siedo presta per comprare le mie merci, una volta che arrivano alla mia industria come pagamento delle merci, ne posso fare quello che voglio perché mi valgono come denaro normale (banconote e monete). Solo chi ha acquistato le mie merci attraverso quel denaro, è obbligato a pagare il debito con gli interessi, facendomi guadagnare ulteriormente.

Lo stesso amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, che già guadagna 437 volte quanto un operaio, non vive solo di Fiat: è consigliere di amministrazione di altre società private, tra cui la famosissima e enorme banca svizzera UBS.

Quindi semplici soluzioni, non estremiste, che si possono applicare, col fine di risolvere parecchi casi di lavoro distrutto, entro il recinto di questo sistema prima che imploda per ragioni strutturali, non trovano risposta, o perché non sono più fattibili per difetti strutturali del sistema che a noi nascondono per ragioni di governanza socio-politica e perché tentano di sfruttare la situazione per acquisire maggiore dominio, oppure per la solita avidità di queste classi dirigenti che non vogliono mollare l’osso per quanto la cosa non gli costi molto.

La conclusione è che bisogna cambiare tutto, è utopico sperare di cambiare le cose dal di dentro. Abbiamo a che fare con potentati di gente sleale, falsa, astuta, che si concepisce come altro da noi, e vede noi come cose per soddisfare i suoi capricci.

 
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