--> -->
Art.21 della Costituzione italiana: "Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione."
CPA
Home Le Opinioni nostre L’esigenza di un cambiamento radicale del sistema economico
L’esigenza di un cambiamento radicale del sistema economico PDF Stampa E-mail
Scritto da Alfredo IBBA   
Domenica 14 Febbraio 2010

Lavoratori dell'Alcoa di Portovesme in presidio a Roma

Lavoratori dell'Alcoa di Portovesme in presidio a Roma

Le lotte drammatiche dei lavoratori dell’Alcoa, della Vinyls, dell’Alcatel, dell’Eutelia-Omega, dello stabilimento Fiat di Termini Imerese, citando solo i casi più clamorosi tra le tantissime situazioni disperate presenti in tutta Italia, testimoniano il fallimento del sistema economico che possiamo più ragionevolmente definire turbo-capitalismo transnazionale, e la necessità di liberarcene, instaurando un nuovo ordinamento economico definito socialismo nazionale, fondato sulla partecipazione dei lavoratori alla gestione delle aziende, sul dirigismo statale, sull’autarchia.

La dipendenza per vivere e lavorare da un sistema dove in una nazione buona parte dell’occupazione è data da aziende straniere dalla dirigenza residente a migliaia di chilometri di distanza e svincolate dallo Stato, dove il capitalismo improduttivo finanziario-speculativo è permesso, dove si è impotenti di fronte a società dall’oscura proprietà che fanno e disfano come vogliono, sta mostrando tutta la sua inconsistenza.

Decine di migliaia di imprese medie e piccole chiudono perché le banche dopo che si sono impelagate con la finanza creativa, dopo che il mercato si è ingolfato al punto da rendere poco proficuo cercare di spremere queste aziende con il prestito ad interesse, sono diventate severe nell’esigere il pagamento dei debiti e nel concedere credito, perché lo Stato, indebitato fino al collo e dominato da caste di rapaci, non dà significativi aiuti fiscali alle piccole imprese, perché la speculazione finanziaria sulle materie prime, con transazioni che avvengono su computer usando semplicemente i click del mouse che fanno alzare in un solo giorno il prezzo di una partita di materia prima (per esempio, rame, piombo, grano) di 10 volte, si ripercuote gravemente sui costi che le imprese devono sostenere. Ci sono le multinazionali, i colossi industriali, poco esposti con le banche perché per finanziarsi si rivolgono prevalentemente al mercato azionario, che anche avendo i bilanci a posto, usano la crisi come scusa per mettere in atto strategie aziendali finalizzate al conseguimento di profitti maggiori, in primis la de-localizzazione: chiudono gli stabilimenti in Italia e spostano la medesima produzione in paesi dove costa meno la manodopera, dove ci sono meno vincoli ambientali, dove ci sono meno tutele nel mondo del lavoro, in Asia, Est Europeo, Arabia Saudita, America Latina. Altre aziende di vaste dimensioni, con più manager di un’azienda pubblica, tagliano i salari, incrementano gli orari lavorativi, tagliano sulla sicurezza facendo ricadere in caso di incidenti le responsabilità sugli stessi lavoratori, riducono le assunzioni, tolgono concessioni ai lavoratori come fondi previdenziali, e aumentano gli stipendi e i privilegi ai manager, i dividendi agli azionisti. Infine, buona parte del capitalismo produttore di beni e servizi prende la strada del capitalismo finanziario: praticamente i proprietari di molte aziende, essendo semplicemente eredi di famiglie imprenditoriali che non hanno ne voglia ne capacità di fare impresa soprattutto in un mercato altamente concorrenziale come quello attuale, interessati ad assicurarsi una rendita sicura che li consenta di mantenere un alto tenore di vita lavorando poco o niente, smantellano il patrimonio delle aziende di famiglia, chiudendo o facendo lavorare la gente senza pagare lo stipendio, intascandosi i soldi degli stipendi, dei contributi dei lavoratori, i pagamenti delle ultime commesse. Una metà del bottino viene conservata nei paradisi fiscali, l’altra metà viene investita in finanza speculativa sicura, sicuramente in futures sulle materie prime. Gli investimenti finanziari speculativi garantiscono un guadagno immediato, mentre i cosiddetti investimenti industriali possono richiedere tempi lunghi per ammortizzarsi. Queste dismissioni spesso comportano la vendita di rami dell’azienda a società misteriose che hanno sempre lo scopo di intascarsi soldi di stipendi, contributi previdenziali, contributi pubblici, capitale dell’azienda, chiudendo gli uffici o gli stabilimenti. Da notare come queste società sono a loro volta possedute da un insieme di altre società con sedi nei vari paradisi fiscali, rendendo quasi impossibile risalire alla proprietà: così i padroni avranno gioco facilissimo nel sottrarsi alla legge se ci sono responsabilità penali.

Ma quale è la risposta dei sindacati e della “politica”? In sostanza, un bel niente! L’unica cosa che sanno proporre è inseguire la multinazionale in fuga oppure cercare acquirenti per lo più asiatici o arabi, che si sa, avranno meno scrupoli dei predecessori a schiavizzare i lavoratori locali, e più tardi, a rimpiazzarli con lavoratori provenienti dai loro paesi se i locali non corrisponderanno ai loro maniacali standard. Politica e sindacati non sanno proporre altro. Vorrebbero calmare le ansie dei disperati con l’illusione che le cose si risolvano con soluzione sistemiche, quando invece sarebbe ora di liberaci da questo sistema fallimentare che come soluzioni può offrire solo sistemazioni gravide di tristi conseguenze per il nostro avvenire. Imbonitori e parassiti che non vogliono, per lavaggio del cervello subito o per l’ insieme di interessi che li legano a questo sistema, concepire e promuovere cambiamenti graduali si, ma radicali. Quando li sentiamo lagnarsi contro le multinazionali “cattive”, sembra che vivano nel mondo delle favole, in quanto è del tutto naturale in un mondo dominato dalle leggi del profitto, senza più barriere alla circolazione delle merci e dei capitali, che una multinazionale vada dove ha più possibilità di guadagno, che un’ azienda in difficoltà finanziarie chiuda o ridimensioni, che dei rampolli eredi di una società privata non abbiano voglia di gestirla e facciano in modo di smantellarla, accumulando denari che in buona parte verranno investiti in speculazioni sicure. Ma si tratta di cose che non potrebbero accadere in un diverso sistema economico, che sindacati e politica avrebbero il dovere di condurne la graduale edificazione. Bisognerebbe che lo Stato nazionalizzi le fabbriche abbandonate dai loro ex-padroni e che ne avvii la socializzazione, il che vuol dire che i lavoratori, di tutti i gradi, le gestiscono direttamente e si dividono equamente gli utili tra loro. Bisognerebbe incominciare a difendere la piccola-media impresa della nazione, ponendo finalmente argini alle merci provenienti da fuori, comprese quelle prodotte da società di imprenditori italiani che hanno de-localizzato in Asia o Est Europa.

Certo, logico che un lavoratore dell’Alcoa alle prese con il problema immediato di far quadrare i conti a fine mese, vedendo che il sistema è ancora questo, protesti chiedendo urgentemente che la multinazionale non chiuda, lasciando al momento questioni “più grandi”. Naturalmente nella transizione da un assetto ad un altro, bisogna saper trovare soluzioni temporanee, anche legate al vecchio ordine, per permettere alla gente di tirare comunque avanti. Avendo chiaro però come obiettivo finale il cambiamento radicale che definirà un sistema nuovo, che non sarà perfetto al 100% ma sicuramente sarà di gran lunga più stabile, gestibile, sicuro, di quello attuale. Noi riteniamo che nazionalizzare le aziende dimesse per poi socializzarle, porre barriere alle merci provenienti da fuori, vadano già nell’ottica di una transizione graduale e sostenibile.

Secondo molti che leggeranno sembreremo utopici, le nostre soluzioni potranno sembrare sogni di chi ha perso il treno. Ma, il procedere del disordine causato dall’attuale compagine economica, l’insostenibilità sempre più oppressiva di questo modello di sviluppo, l’incapacità della società dei consumi di dare risposta alle ansie dell’uomo del terzo millennio, l’esplosione di tutto un insieme di contraddizioni sociali, culturali, geopolitiche, finirà con l’imporre in modo del tutto naturale un ordine nuovo rispondente alla nostra visione del mondo; i nostri principi e il nostro modo di concepire il funzionamento dell’economia come della politica finiranno per essere visti come automatici e non concepibili altrimenti.

 
Nessun evento
ebrguerra.resized.jpg
CelticaCPA