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Home Le Opinioni nostre I 150 anni dell'unità d'Italia: ma qualche volta ci racconteranno la storia veramente come è stata?
I 150 anni dell'unità d'Italia: ma qualche volta ci racconteranno la storia veramente come è stata? PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
Martedì 18 Maggio 2010

Durante queste ultime settimane lo stato borghese sta cercando di suggerire una di quelle sue idee che per anni sono state intoccabili. Una di quelle idee che sono buttate nel piatto della politica ogni volta che sono scoperti quei maleodoranti calderoni che compromettono sempre più le basi della repubblica nata dalla resistenza. Questa volta tocca alle celebrazioni per i centocinquanta anni dell’unità d’Italia a fare da paracadute per i rovinosi capitomboli di questa disgraziata repubblica. Paracadute peggiore lo stato borghese non poteva scegliere, visto che questa parte di “storia patria” è stata da qualche tempo delegittimata dagli storici, anche se l’attuale presidente della repubblica scoprendosi il garante dell’unità nazionale sì è anche sentito in dovere di mandare velate minacce a chi osa mettere in dubbio la validità di quella parte di storia. Siamo alle solite la storia deve essere solo e sempre quella raccontata e voluta dalla borghesia imperante in questo stato. Già la premessa è in sostanza un falso storico poiché nel 1861 esisteva ancora lo Stato del Vaticano di cui faceva parte Roma. Inoltre le città di Trento (con la regione del Trentino e del Sud Tirolo poi ribattezzato Alto Adige) e Trieste (con la Venezia Giulia, l’Istria e la Dalmazia) diventeranno italiane quasi sessant’anni dopo il 4 novembre 1918, data quella che dovrebbe rappresentare il compimento dell’unità d’Italia. Il 17 marzo 1861 quindi non ci fu l’unità d’Italia ma la nascita del regno d’Italia sotto la guida di casa Savoia che allarga così i suoi possedimenti. Altro che sacrificio nel rinunciare a Nizza e alla Savoia! I futuri regnanti d’Italia si prendono in un sol boccone la penisola italiana dall’Emilia-Romagna in giù con l’aggiunta del Lombardo-Veneto. Per non parlare delle casse del Regno delle Due Sicilie che vanno a riempire le asfittiche e deficitarie casse di casa Savoia perché il denaro circolante nel Regno delle Due Sicilie al momento della presa violenta di quello stato sovrano era di circa 440 milioni di lire, il doppio di quello che circolava in tutta la penisola italiana. Per capirci: il Piemonte sabaudo nelle sue casse aveva 20 milioni di lire. Ma aldilà dei conti di bottega esistono anche altri motivi per i quali secondo noi il “risorgimento” non rappresenta quello che i popoli della penisola volevano. È stato un atto sostenuto dalla borghesia illuminista e dalla massoneria che intendevano distruggere quel poco che rimaneva in Europa di Tradizionalismo e i personaggi che saranno i partigiani del risorgimento è assodato che sì possono annoverare nelle schiere dei mercenari e degli avventurieri. La personalità maggiormente rappresentativa del risorgimento italiano è probabilmente Giuseppe Garibaldi. Secondo i casi l’eroe dei due mondi, il duce, il dittatore delle due sicilie. Da qualche tempo però la figura del condottiero risorgimentale ha subito una revisione abbastanza impietosa da parte di diversi storici tanto da non somigliare per niente al Garibaldi che la storia risorgimentale insegnata nelle scuole italiane ci ha descritto. Storia vecchia e taciuta per amor di patria potrebbe dire qualche storico serio che ha avuto il coraggio di rivedere la storia risorgimentale e di raccontare che l’eroe dei due mondi non era certo uno stinco di santo visto che in Sudamerica non si era risparmiato nel brigantaggio e nella pirateria. Storia vecchia e da rivedere quella del Garibaldi studiato sui banchi di scuola, la storia fatta con i motti “Roma o morte”, “qui si fa l’Italia o si muore”, “obbedisco”. Figure oramai smitizzate quelle del generale e dei suoi uomini in camicia rossa. Camicia che era stata voluta da Garibaldi affinché non si vedesse il sangue versato in battaglia ci insegnavano alle scuole elementari occultando, ma anche probabilmente nemmeno sapendo, i motivi infinitamente più prosaici di questa scelta dovuta a un invio di camicie di colore sbagliato. E non ci sono certo motivi per gridare allo scandalo o al revisionismo poiché già a quei tempi Vittorio Emanuele II° scrivendo a Cavour dava di Garibaldi un’opinione non certamente benevola definendolo un personaggio non certamente onesto, di talento militare molto modesto, che si circonda di canaglie seguendone i cattivi consigli. E continuava, probabilmente riferendosi all’Italia meridionale, di furto del denaro di tutto l’erario con effetti tremendi per quella parte d’Italia. Dunque il futuro re d’Italia considerava il Garibaldi persona poco affidabile che si circondava di canaglie e una delle persone più vicine al generale è senz’altro quel Nino Bixio che, descritto come un cavaliere senza macchia e senza paura nei libri di scuola, sarà poi associato dagli storici alla strage di Bronte. In questo paese posto alle falde dell’Etna durante la spedizione dei mille Nino Bixio su ordine di Garibaldi reprime una rivolta di contadini contro i latifondisti. I promotori e i partecipanti alla rivolta sono condannati a morte. Per mantenere l’ordine si dice. M si dice anche perché i latifondisti della zona erano inglesi che erano i maggiori sostenitori della spedizione garibaldina (eco ancora una volta la borghesia e il neonato capitalismo che entrano in campo nelle guerre risorgimentali) e il generale in camicia rossa non voleva certo farseli nemici. Bisogna inoltre rilevare che le rivolte contadine erano spronate da agenti di Garibaldi e Bixio affinché i loro uomini trovassero la strada spianata e facilitata nei paesi da occupare. Poi quando arrivavano i garibaldini reprimevano le rivolte anche perché la maggior parte di loro era di estrazione borghese e quindi del tutto estranei ai veri bisogni del popolo. Anche il cosiddetto fenomeno del brigantaggio altro non era che la guerriglia attuata dai sostenitori del regno delle due sicilie nei confronti dell’esercito garibaldino. Erano naturalmente definiti briganti al fine di denigrarli.

E secondo l’illuminato parere del presidente della repubblica italiana bisognerebbe accettare “in toto” e senza discutere la storia finora sciorinataci nelle scuole, sulla stampa borghese e alla televisione di stato senza dibattere della figura di Garibaldi o di Bixio, senza parlare del massacro di Bronte o di altri massacri attuati dai mille, senza parlare delle casse del regno delle due sicilie finite in altre reali casse, chiudendo il discorso della lotta delle popolazioni del sud contro i Savoia con il termine di “brigantaggio”.

 
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