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Sanano i debiti pubblici aggravandoli PDF Stampa E-mail
Scritto da Alfredo IBBA   
Venerdì 04 Giugno 2010

La crisi dei debiti pubblici sta mostrando come la sovranità monetaria dei moderni Stati sia del tutto inesistente, perché dipendono per reperire i soldi di cui necessitano da soggetti privati o addirittura Stati stranieri, soggetti che hanno interessi diversi, contrastanti con quelli della nazione che da essi prende i soldi. Un qualsiasi stato che abbia in vigore il sistema monetario occidentale, purtroppo ormai adottato da quasi tutti gli stati del pianeta ad eccezione di, guarda caso, Iran, Cuba, Siria, Corea del nord (il Venezuela sta abbandonando il modello monetario occidentale, avviandosi verso la sovranità monetaria), per ottenere i soldi vende titoli di Stato, che sono promesse di pagamento del valore nominale dei titoli, più gli interessi.

Una parte di questi titoli vengono venduti alle banche centrali, di fatto e anche giuridicamente, banche private, possedute tramite azionariato da società private, in gran parte banche ma non solo. Le banche centrali producono ed emettono le banconote, in cambio dei titoli di Stato guadagnando la differenza tra il valore nominale delle banconote più degli interessi e il costo di produzione delle banconote che è di pochi centesimi; questa differenza si chiama signoraggio. Un’altra parte dei titoli lo Stato li colloca invece nei mercati finanziari. Anche le banche centrali vendono una buona parte dei titoli di Stato, che hanno ottenuto in cambio delle banconote, sul mercato azionario; così lo Stato dovrà pagare questi titoli alla loro scadenza, non alle banche centrali ma ai portatori correnti dei titoli. Attraverso questo sistema, una banca centrale si tutela nel caso lo Stato non riesca a pagare i titoli con gli interessi, in quanto la banca centrale li ha venduti a terzi, per giunta ad un prezzo maggiore rispetto al quale li aveva acquistati dallo Stato, il che implica un guadagno maggiore per la banca centrale; guadagno dato dalla differenza tra il prezzo cui li ha venduti e quanto lo Stato li avrebbe pagati se essa fosse rimasta la detentrice di quei titoli. Le società private azioniste delle banche centrali sui redditi da signoraggio, non pagano tasse. Di questa enorme massa di denaro, allo Stato va certo una parte molto piccola definita dalla sua bassa partecipazione alla propria banca centrale (nel caso della Repubblica Italiana, la sua partecipazione in Banca d’Italia è del 5.50%).

 

Se gli stati non sono più in grado di pagare i titoli, i mercati finanziari diventano poco o niente propensi all’acquisto dei titoli di Stato; una parte degli investitori, molti dei quali raggirati dai fondi comuni di investimento oppure costretti dalle banche, di cui sono clienti o dipendenti, a comprare titoli di cui quelle banche vogliono sbarazzarsi perché hanno capito essere spazzatura, vanno in rovina, falliscono; altri invece, molto ricchi, con agganci nelle istituzioni soprattutto internazionali, pretendono invece privatizzazioni, acquisizioni di aziende statali, di terreni, di immobili statali, e adesso, visto che molto è stato ormai già privatizzato, di risorse essenziali come l’acqua e delle funzioni dello Stato stesso. Questi soggetti, che sono banche d’affari, “edge funds”, multinazionali, investitori di ignota provenienza, sanno che questo scopo possono raggiungerlo, perché controllano il mercato finanziario; le stesse agenzie di “rating”, che sono società private adibite alla valutazione della capacità di pagare i debiti riguardo entità pubbliche e società private, sono controllate da quella gente.

Di fronte all’indebitamento crescente delle nazioni occidentali, che le rende sempre meno solvibili sui mercati azionari, si sarebbe dovuta porre al centro la sovranità monetaria: invece hanno varato dei prestiti, definiti erroneamente aiuti, per consentire a paesi come la Grecia o che si troveranno nelle sue condizioni, di pagare i portatori dei loro titoli sul debito, che finiranno per aggravare il problema del debito pubblico, dando al capitalismo apolide il pretesto per privatizzare le istituzioni stesse.

I piani di aiuto, già in atto, sono 3:

  1. prestito di 110 miliardi di euro, 30 dal FMI, gli altri dai paesi europei, per consentire alla Grecia di pagare i suoi debiti correnti sul mercato finanziario.
  2. piano di emergenza di 750 miliardi di euro, di cui 250 stanziati dal FMI, per soccorrere (si fa per dire) quei paesi dell’Unione Europea che dovessero trovarsi in grosse difficoltà debitorie (l’Italia è a rischio elevatissimo).
  3. acquisizione, da parte della Banca Centrale Europea, di titoli di stato dei paesi deboli dell’area euro detenuti da soggetti privati.

Anzitutto, questi piani replicano i famosi piani salva-banche del 2008. Anche adesso infatti stanno dando miliardi e miliardi di denaro per salvare le banche, che sono molto esposte con i titoli del debito pubblico dei “PIIGS”. Ma stavolta l’effetto potrebbe non essere tanto salvifico per le banche, poiché la quantità di titoli tossici in loro possesso dei PIIGS sarebbe maggiore di quella che dichiarano; secondo, perché è fortemente aumentata la difficoltà dei privati a pagare i debiti con le banche.

Poi, ovvio, i soldi che arrivano alla Grecia per pagare i creditori, tolgono le castagne dal fuoco a molti risparmiatori semplici, ed evitano al momento un collasso economico peggiore di quello del 2008 per i titoli spazzatura sui mutui sub-prime, un collasso però solo rimandato di pochi mesi, forse anche solo di qualche settimana.

Questi aiuti, infatti, essendo a carico degli Stati, aggraveranno i già allarmanti debiti pubblici, sia degli anelli deboli tipo Spagna e Portogallo, sia dei paesi forti come Germania e Francia, che stanno avendo i loro guai. L’Unione Europea, e le istituzioni finanziarie globali come il FMI, hanno imposto ai paesi europei manovre sui conti pubblici a base di intensi tagli alla spesa pubblica e aumenti della pressione fiscale, con gli intenti dichiarati di un recupero di credibilità delle nazioni dinnanzi ai mercati finanziari, di poter pagare i debiti con i portatori dei titoli di Stato e, nel caso della Grecia, di poter restituire con gli interessi gli aiuti internazionali. Oltretutto, sono richiesti programmi di liberalizzazione del lavoro e privatizzazioni.

Ma queste finanziarie, che si presentano ai contribuenti europei con tutto i loro traumatico carico, finiranno paradossalmente per aggravare il debito pubblico, ne la Grecia sarà in grado malgrado lo svenamento della nazione, di restituire gli aiuti se non in minima parte. Aggiustare le cose sarebbe forse possibile se ci trovassimo in un periodo di mega-espansione economica, invece ci troviamo in forte recessione, gli ultimi dati economici provenienti dagli Stati Uniti rivelano che anche la piccola ripresa americana si sta fermando sul nascere. Da questa recessione sarà impossibile uscire, non tanto per l’ingolfamento del motore economico causato dalla crisi del 2008, ma dalla diminuzione di molte materie prime a fronte di una domanda crescente di esse per l’irruzione sulla scena mondiale di nuove e popolose potenze capitaliste: Cina, India, Brasile quelle più “pesanti”. I dati macro-economici di questi mesi segnalano nel mondo occidentale un forte rincaro dei costi della produzione industriale e dei prezzi delle merci trascinato dall’energia (petrolio!) e dagli alimentari, il che mette la parola fine ai sogni di scoppiettante ripresa. Vi offro dei dati per farvi capire come la situazione sia grave: oltre la metà del petrolio esistente sul pianeta è stato consumato, quello che resta sui giacimenti è un petrolio pesante, carico di zolfo e di sabbia, molto più costoso di quello quasi esaurito da estrarre e da lavorare; negli ultimi decenni l’agricoltura mondiale ha perso il 30% delle sue superfici.

In una fase recessiva, le finanziarie lacrime e sangue possono in un primo momento prendere soldi per pagamenti urgenti, ma a medio-lungo termine aggravano il debito perché drenano potere d’acquisto ai contribuenti e potere di investimento alle imprese, sicché alla fine il gettito fiscale si riduce drasticamente. Una delle ragioni principali del veloce tracollo delle finanze pubbliche è stato il fatto che la recessione indotta dalla crisi dei mutui sub-prime ha abbassato i redditi di lavoratori e buona parte delle imprese diminuendo il volume di denaro ricavabile con le tasse.

I tagli al settore pubblico (quindi licenziamenti, blocco delle assunzioni, abbassamento degli stipendi, a danno dei lavoratori del pubblico impiego) e alle pensioni riducono la capacità contributiva di cospicue categorie sociali parallelamente al loro potere d’acquisto, il che significa meno soldi per gli acquisti, il che crea difficoltà alle imprese che vedono assottigliarsi i profitti, e quindi quello che possono pagare in tasse. Va ricordato che il calo degli acquisti significa meno soldi che vanno allo Stato e agli altri enti pubblici sotto forma di tasse indirette come accise e IVA. L’aggravamento della pressione fiscale su cittadini e imprese (quelle che non hanno molti soldi e influenza politica) abbassa il potere d’acquisto dei lavoratori mentre riduce il capitale delle imprese, innescando stagnazione economica, quindi impoverimento e fallimento di molte piccole-medie imprese (quelle più tartassate), quindi meno soldi da prelevare nel circuito economico. Ad abbassare la capacità contributiva e di acquisto ci si metteranno le politiche di liberalizzazione del mondo del lavoro.

Il risultato delle recenti politiche contabili sarà quindi ritardare di un pochino il crollo dei “paesi deboli” dell’euro-zona e nell’accelerare il crollo dei forti. A quel punto ne gli Stati, ne gli altri enti pubblici come ad esempio comuni, regioni (o stati federali nel caso di paesi federali) saranno in grado di pagare i debiti agli investitori. Una buona parte degli investitori fallirà, innescando un corto circuito del sistema economico più devastante di quello che si trascina ancora adesso, mentre quelli più ricchi, che hanno maggiore controllo della politica specie quella internazionale, chiederanno il conto, pretendendo la privatizzazione delle funzioni degli enti pubblici e di tutte le risorse naturali, da realizzarsi sotto il commissariamento degli Stati da parte di istituzioni internazionali da essi controllate. Stiamo parlando della stessa gente che con intrighi e manipolazioni ha negli ultimi secoli imposto il sistema monetario delle “banche centrali private” (La grande usura bancaria!), il finanziamento degli Stati attraverso il mercato (per ricattarli meglio), la globalizzazione, il foraggiamento di classi politiche sprecone e di sistemi di consenso sociale finalizzati a mantenere milioni e milioni di persone senza far nulla mentre chi lavorava veniva fatto lavorare il doppio e tartassato.

Per sconfiggere le resistenze useranno la repressione poliziesca, l’inasprimento delle leggi a tutela dei potenti e pesanti per i dissidenti, le più sofisticate tecniche di manipolazione mentale, le azioni sporche come i crimini sensazionali da attribuire ai movimenti antagonisti per criminalizzarli, l’alternanza di corruzione e ricatti per indurre la collaborazione di tutte le strutture religiose e culturali organizzate. E non è da escludersi l’infiltrazione, o persino la creazione, di movimenti d’opposizione con lo scopo di impadronirsi delle nazioni e dei territori sotto mentite e rassicuranti spoglie, sacrificando parte della vecchia classe dirigente nazionale per dare l’illusione di un cambiamento alla masse arrabbiate per i problemi arrecati sulle loro vite dalle crisi che stiamo vedendo.

Queste classi dominanti una volta realizzata l’acquisizione delle funzioni pubbliche, avranno come scopo il godimento delle risorse rimaste sul pianeta a discapito dei popoli, cosa che del resto avviene già. Il loro assetto di potere avrà come ostacoli la resistenza popolare, la competizione per il controllo delle risorse diminuite con altre potenze imperialiste rette da oligarchie simili o con potenze anti-imperialiste.

Pian piano, i popoli perdono passività: in Grecia soprattutto, ma anche in altri paesi, la resistenza sta crescendo, con azioni sempre più incisive e sempre più partecipate. In Grecia è iniziata una lotta di popolo contro la classe politica responsabile degli ultimi guai e contro le oligarchie economiche massoniche transnazionali che operano per cancellare la sovranità del popolo greco e di tutti gli altri popoli, una lotta contro quelli che sono i veri “diversi”, che ci considerano peggio di quanto possano considerarci gli extraterrestri. È chiaro che da ora la resistenza contro le classi capitalistiche apolidi, contro i ceti politici servili e complici, contro la spoliazione delle sovranità nazionali, dovrà essere feroce. Così come deve essere febbrile l’attività di diffusione di conoscenze poco note, che comunque adesso stanno vedendo sensibile diffusione, pensiamo ad esempio alla questione monetaria. Grazie all’allargamento della consapevolezza del funzionamento del sistema monetario, si fa strada l’esigenza di una rivoluzione monetaria che restituisca alle nazioni la funzione di produrre ed emettere il proprio denaro, senza debito. Lo Stato con sovranità monetaria pone la parità moneta-lavoro, significa cioè che il valore nominale di una moneta o di una banconota corrisponde ad una prestazione lavorativa misurata quantitativamente e qualitativamente. Emette il suo denaro senza debito, pagando le prestazioni che richiede con i soldi che esso produce direttamente. Chiaramente dovranno esserci organismi di controllo che vigilino sul fatto che l’emissione di denaro non superi in valore la quantità di beni e servizi disponibili per evitare tendenze inflative e accaparramenti di beni, che comunque l’attuale sistema monetario non previene.

Con un siffatto assetto valutario, gli Stati sarebbero molto meno ricattabili da soggetti privati e stranieri, molte tasse scomparirebbero, non avremmo i guai che stiamo vivendo. Il tema della sovranità monetaria rende fuorviante tutta la discussione su chi debba pagare di più con le manovre finanziarie, perché si parla di problemi che non ci sarebbero se il nostro debito non fosse tenuto per le palle da soggetti stranieri e privati.

Adesso avete capito perché la Grecia non è stata lasciata al proprio destino? Pur con sacrifici, avrebbe probabilmente raggiunto la sovranità nazionale, diventando indipendente, ottenendo successi economici anche significativi, e aggregandosi all’asse anti-sionista che si sta formando in Medioriente, che raggruppa Iran, Siria e Turchia. Uno stato sfuggito alla tutela dell’alta finanza, dei giganti industriali e della massoneria, costoro non potevano permetterlo.

 
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