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Pignoramento dell’Italia in arrivo PDF Stampa E-mail
Scritto da Alfredo IBBA   
Lunedì 21 Giugno 2010

Ho scritto precedentemente che la questione della riforma radicale del sistema monetario finalizzata alla sovranità monetaria, rende nullo il discorso sulle manovre finanziarie, che servono per pagare i debiti con i finanziatori degli stati.

Tuttavia, il fatto che al momento questo sistema monetario c’è lo dobbiamo subire, ci impone di denunciare come la manovra finanziaria che il governo Berlusconi sta preparando, come tutte le altre in Spagna, Germania, Regno Unito etc., consista nell’imporre sacrifici sempre a noi “normali”, sacrifici che non serviranno allo scopo dichiarato di recuperare la disponibilità dei mercati a finanziare gli stati per via della recessione economica che diminuisce la ricchezza che può si prelevare con il fisco, ma al contrario ad accelerare i tracolli per realizzare il pignoramento degli stati, acquisendo quanto resta di pubblico.

La manovra di risanamento dei conti che il centrodestra sta preparando deve essere ancora definita nei dettagli, ma già sappiamo che a pagare saranno i normali cittadini, che verranno vessati da terribili salassi fiscali, aumenti dei pedaggi autostradali, inefficienza dei servizi pubblici a causa dei mostruosi tagli a sanità (meno sale operatorie, stanze letto, medici e infermieri), trasporti, scuola, che comporteranno licenziamenti e blocco di assunzioni, invalidando anni di studi universitari. A seguire tagli delle pensioni e dei salari dei lavoratori statali.

 

Invece, i promessi tagli ai costi della politica, tra cui l’abolizione delle province con meno di 220 mila abitanti, no, non ci saranno, hanno fatto subito marcia indietro. A vuoto è caduta la proposta di tassare del 10-15% i capitali, prima illegalmente trasferiti all’estero, poi tornati in Italia con scudo fiscale (pagamento del 5% sulla somma trasferita prima fuori Italia, dopo di che, anonimato e impunità garantiti). Di incamerare le ricchezze accumulate dalle “cricche” varie non se ne parla. E al pensiero di tassare gli immobili della Chiesa aventi anche carattere aziendale, questi scalda sedie si sentirebbero male.

Diciamo che, dopo tutti i vergognosi privilegi, le mastodontiche ruberie, le depravazioni di cui hanno dato prova i politici, se adesso si riducessero gli stipendi del 15% ad esempio, sarebbe ipocrisia, quasi a voler fingere una comunanza, una condivisione delle sorti del popolo che essi non hanno e non potranno mai avere. Ma poi, se l’Italia va in bancarotta e viene pignorata dal grande capitale bancario, da quello industriale e da quello immobiliare, cosa volete che succeda a questi onorevoli senza onore? Avranno modo di prendere parte alla privatizzazione delle funzioni pubbliche (e già i partiti hanno in effetti privatizzato l’amministrazione pubblica). Parlo di privatizzazione delle funzioni pubbliche, perché tanto in Italia cosa altro è rimasto da privatizzare? Molte aziende statali sono state privatizzate nei primi anni ’90; la privatizzazione totale di acqua, università e altri servizi essenziali è stata avviata l’autunno scorso da questo stesso mal-governo di destra; telefonia e energia hanno subito mega-privatizzazioni con i governi della sinistra; molti immobili sono stati svenduti ai parassiti immobiliaristi da entrambe le coalizioni del malaffare partitico. Restano qualche azienda come l’ENI, che in fin dei conti si comporta come una multinazionale privata, un po’ di spiagge e le terre agricole da accaparrare quando gli ultimi agricoltori getteranno la spugna. Dopo, semplicemente le funzioni dello Stato. Dal nuovo assetto i politici troveranno modo di sofisticare i loro privilegi e le loro ruberie, come hanno dimostrato di saper fare con le altre misure di mercatizzazione dei servizi pubblici. Le municipalizzate SPA sono state un modo per aumentare gli stipendi di sindaci e assessori, e per sistemare i “trombati”, quelli che in seguito ad una tornata elettorale hanno perso la poltrona che avevano; molte società private partecipi di società miste pubblico-privato sono guidate da familiari dei signorotti, lo stesso dicasi per molte cliniche private convenzionate.

L’assetto prodotto dalla privatizzazione dello Stato comporterà che ad esempio, carceri, ospedali, pronto soccorso, assistenza ai disabili, forze dell’ordine, l’organizzazione della rete stradale, forse i tribunali stessi, saranno gestiti interamente da società private, come succede da tempo in Israele e in vari paesi del terzo mondo caduti prima di noi nelle rete del debito; mentre chi è un po’ informato vede che le politiche in ambito monetario, commerciale, industriale, militare, in parte anche sanitario e ambientale, più la politica estera, che le nazioni seguono, non sono più decise dai parlamenti o dai governi, ma decise apertamente da istituzioni internazionali come il Fondo Monetario Internazionale, la NATO, l’ONU, la Banca dei Regolamenti Internazionali, l’Organizzazione Mondiale del Commercio, l’UE etc., tutelate dalla segretezza circa il loro agire e da immunità giudiziarie; ora sono queste istituzioni a costituire più dei governi e dei parlamenti nazionali, la vera maschera dietro cui agiscono multinazionali, banche e massonerie.

Quando parlo di capitale industriale e di capitale bancario che si preparano a dare l’assalto a quel che resta della nazione, voglio precisare che essi tendono a essere sempre più la stessa cosa, nel senso che gli industriali sono sempre più anche banchieri e viceversa, analogamente per i capitalisti immobiliari o monopolisti di servizi: un articolo apparso sul “Fatto Quotidiano” il 5 giugno, dedicato al numero di cariche ricoperte dai grandi del capitalismo italiano, mostrava come esistano industriali con decine di cariche in altrettante aziende diverse, non solo industrie ma anche banche, case assicuratrici, imprese immobiliari, catene commerciali; seguono banchieri con cariche in svariate banche, ma anche in industrie; e poi immobiliaristi, assicuratori, con cariche in banche e industrie(1). Diversificare i settori da cui si ricava profitto è sempre una strategia conveniente in mercato, perché permette di compensare le perdite di un settore con i migliori andamenti di un altro. Ma c’è di più: questi intrecci consentono di fondere le varie branche del capitalismo in un unico blocco compatto di interessi, tale da agire unito nei confronti delle controparti con interessi diversi da quelli del capitale. Lo scopo di questo blocco dirigente è quello di godere delle risorse sempre più limitate sulle spalle del popolo, da sfruttare e a cui riservare la quantità minima possibile delle risorse; la disoccupazione giovanile intenzionalmente creata servirà a fornire soldati per le guerre contro nazioni e popoli a cui depredare le risorse o distruggerne l’identità, per contrastarne la resistenza dietro la maschera di “operazioni di pace”, per guerre contro potenze rivali nel controllo delle risorse e delle sfere di influenza politico-culturali.

In questa prospettiva si colloca la ristrutturazione neoliberista del mondo del lavoro.

Per quanto concerne i lavoratori della grande industria manifatturiera, si cerca di imporre condizioni lavorative caratteristiche dei paesi dove si va a de-localizzare, con la minaccia di chiudere le fabbriche qui lasciando impiegati ed operai senza la possibilità di mantenere famiglie e pagare debiti, con i 3/4 dei sindacati che approvano da bravi agenti del capitalismo sfruttatore e la propaganda che fa passare coloro che non sono disposti a perdere i diritti conquistati con sangue e sacrifici, come poltroni e traditori della patria; ma gli stessi che accusano di “tradimento della patria” sono coloro che vogliono l’invasione del capitale straniero, quando dicono che le chiusure dei lavoratori arroccati nella difesa dei loro diritti scoraggiano gli investimenti stranieri. Emblematico il caso della fabbrica Fiat di Pomigliano. Riuscire ad instaurare nelle fabbriche italiane un clima da caserma è un obiettivo che vogliono conseguire in fretta per beneficiare in termini di costi, perché de-localizzare non sarà più conveniente come prima, per 2 motivi:

  1. aumento dei costi di trasporto su lunghi viaggi delle merci prodotte all’estero ma dirette al mercato nazionale, per via del rincaro del petrolio;
  2. preoccupanti fenomeni di ribellione allo sfruttamento in alcuni serbatoi di manodopera a basso costo, in primis la Cina, dove gli operai in rivolta pian piano costringono gli schiavisti a delle concessioni, che chiaramente alzano i costi aziendali. Senza contare l’esplosione dei problemi psicologici che riducono la produttività.

Per quanto concerne invece i giovani e giovani adulti che non hanno famiglia da mantenere, prevalentemente nei settori del terziario ma anche dell’edilizia, ridotti se va bene a lavoratori a singhiozzo, si affinano le tecniche di flessibilizzazione occupazionale:

  1. Compressione dei salari; se prima mediamente il giovane precario percepiva intorno ai 500 euro, adesso siamo arrivati ai 400 euro, spesso anche 300.
  2. Ricorso da parte di molte imprese al lavoro gratuito mascherato da “stage”, quindi diventa normale per un giovane trovarsi a lavorare gratis per mesi con il pretesto di un percorso formativo.
  3. Ricorso a contratti come le “partite IVA”, che dichiarano collaborazione con imprenditori privati, che in realtà sono lavoratori dipendenti. In pratica, l’impresa ti assume con un contratto che ti fa risultare come impresario privato che fornisce un servizio all’impresa, così che tu lavori come un lavoratore dipendente, con gli stessi doveri ma senza alcun diritto, tra cui l’indennizzo per infortunio. Inoltre, l’impresa non deve pagare per te né Irap né i 2/3 di previdenza, i quale diventano a tuo carico.

Il giovane precario, così viene ridotto alla dipendenza dal nido familiare, antico ma efficiente strumento di controllo dei giovani, e ha meno mezzi per informarsi e fare impegno politico (secondo indiscrezioni, l’incubo attuale del Bilderberg Group è la gente con “troppo” denaro e tempo per informarsi e impegnarsi per le proprie idee, perché potrebbe innescare un “risveglio globale”).

Altri provvedimenti vengono elaborati. Il più significativo è quello sulle intercettazioni, che, con il paravento del nobile intento di tutelare il cittadino dall’intrusione del grande fratello elettronico e dei cattivi magistrati, persegue l’obiettivo di disattivare i meccanismi d’indagine sui potenti e di impedire ai cittadini di essere informati sulle malefatte del potere, visto che tra le varie “delizie” vi saranno il divieto di pubblicare anche per riassunto gli atti di un procedimento giudiziario sino al primo processo, e quello di riprendere e registrare senza autorizzazione, segando le gambe al giornalismo di inchiesta.

Parimenti agli assalti della tecnocrazia mondialista, tra la gente qualcosa si muove; l’astensionismo elettorale aumenta sempre più. Tuttavia, l’astensionismo non deve tradursi in indifferenza, in disfattismo, in “mi faccio gli affari miei e vaffanculo”. Bisogna al contrario, organizzarsi e impegnarsi anima e corpo per il trionfo delle nostre idee e della nostra visione del mondo.

Per costruire la nostra resistenza, occorrono essenzialmente due cose:

  1. Liberarsi del pensiero debole, quella sotto-cultura fondata sul disprezzo dell'azione, della virilità, del coraggio, della lotta, dell’eroismo, dell’idealismo, del sacrificio (accettato nella odierna società borghese solo se finalizzato a conseguire obiettivi professionali e materiali), e che ha elevato a virtù il misero tornaconto e l’egoismo. Sotto-cultura che è stata formata da diversi agenti culturali, anche contrapposti: buona educazione piccolo-borghese, pseudo-cristianesimo imposto dalla Chiesa, laicismo ateo e progressista negatore di ogni principio superumano, edonismo, gran parte del filone femminista, antifascismo.
  2. Uscire dall’atomizzazione per imparare ad organizzarsi in gruppi vasti capaci di difendere diritti e identità dalle controparti, assumendo da se quei compiti che Stato, sindacati, amministrazioni comunali, non svolgono più.

Riguardo il secondo punto, un esempio di organizzazione comunitaria per riappropriarsi di ciò che appartiene può essere la famosa “rivolta delle carriole” a L’ Aquila, quando i cittadini della città devastata dal terremoto dopo mesi che vedevano il centro della città vietato all’accesso dei cittadini, ma lasciato abbandonato con quasi tutte le macerie ancora lì, hanno deciso di forzare il divieto per mettersi a raccogliere i detriti e le macerie, svolgendo una funzione che le istituzioni tardavano a svolgere.

 
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