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«Israele globale»: a un passo dal trionfo; a un passo dalla catastrofe PDF Stampa E-mail

Dal n° 368 - Maggio - giugno 2017

Scritto da Mario MARLETTA   

Tutto si compie: la frammentazione della ummah, il rimodellamento del Vicino Oriente e del Nord Africa; l’annichilimento delle ultime repubbliche sociali e nazionali – l’irachena e la libica -; la balcanizzazione della repubblica di Siria, del cui sangue si stanno abbeverando “amici” e nemici; le nuove armi dislocate nell’Arabia occupata [probabilmente anche di tipo nucleare], per l’esclusivo interesse della dittatura sionista, stato d’occupazione della Terra Santa, centro propulsore della metastasi planetaria definita «mondialismo» e/o «globalizzazione». Sol per ciò che riguarda la distruzione della Siria: in un’orgia di depistaggi, in un sabba di bugie strillate su tutti gli schermi televisivi, quasi nessuno riesce più a orientarsi e a comprendere chi sia schierato contro chi; quali siano i fronti, quali gli amici e quali i nemici; eppure, se solo ci si soffermasse a riflettere, se solo si possedesse un po’ di memoria storica; se si avesse la capacità di ordinare e sintetizzare gli eventi succedutisi negli ultimi anni, la verità – una e innegabile! – apparirebbe in tutto il suo fulgore.

Solo pochi anni fa ci fu chi, come Samuel Huntington, teorizzò il concetto di “scontro di civiltà”: per un pubblico rozzo e indotto come quello statunitense, affermare che il “terrorismo islamico” derivi dalla “natura intrinsecamente malvagia dei musulmani”, di “uomini primitivi invidiosi del benessere occidentale”, fu sufficiente a spacciare la giustezza di “Enduring Freedom”. Così, l’Huntington: “L’attuale situazione politica globale è dominata dalle guerre musulmane. I musulmani combattono tra di loro e combattono i non musulmani molto più di quanto non facciano le altre civiltà. Le guerre musulmane hanno rimpiazzato la guerra fredda come forma principale di conflitto internazionale. Queste guerre includono guerre terroristiche, guerre sotto forma di guerriglia, guerre civili e conflitti tra Stati. Questi esempi di violenza potrebbero confluire in un grande scontro di civiltà tra l’islam [in minuscolo – n.d.r.] e l’Occidente o tra l’islam e il resto del mondo” (1). A questo fomentato clima d’odio sarebbe seguito il più plateale casus belli della storia contemporanea, la «Pearl Harbour del XXI secolo»: l’«11 settembre 2001». Così, dello «stato di guerra permanente», di cui il settore petrolifero e il business degli armamenti avevano impellente necessità, si farà ridicolo propagandista George Walker Bush junior: chi sia stato costui e da chi sia stato manovrato, varrà la pena ricordarlo ancora una volta: “… le ebraicissime American Enterprise, il JINSA (Jewish Institute for National Security Affairs) e il PNAC (Project for a New American Century) presero concretamente possesso del governo Bush junior, preparato l’«11 Settembre», elaborato la «dottrina Wolfowitz» e scatenato la superpotenza nella destabilizzazione di tutti i paesi islamici attualmente o potenzialmente ostili a Israele, passata mediaticamente come «guerra al terrorismo globale». Dal Council on Foreign Relations dei Rockefeller sono germinati il Bilderberg Group (una «bilaterale» che lega indissolubilmente i paesi europei alla NATO) e la Trilateral Commission (che unisce nei suoi recessi anche gli interessi privati giapponesi, oltre a quelli euro-americani)” (2). A ulteriore conferma di quanto fin qui affermato, l’ebreo Leon Hadar, ex direttore del «Jerusalem Post» e membro del «Cato Institute» (3), si lascerà sfuggire alcune frasi rivelatrici: “Ora che la guerra fredda è solo un ricordo, il complesso della politica estera americana si è messo alla ricerca di nuovi nemici [sic!]. Possibili candidati al rango di nuovi malviventi globali sono: l’instabilità europea, la proliferazione nucleare, il narcotraffico e soprattutto il cosiddetto “pericolo verde”, cioè la minaccia mondiale islamica … Simbolo di questo pericolo sono i fondamentalismi islamici in Medio Oriente – i «Fundie» - , per usare un termine funzionalmente usato dall’«Economist»”(4).

Se la guerra fredda sovvenzionò per mezzo secolo il business militare degli USA, dei suoi satelliti-NATO e dell’URSS [come ben sanno i popoli di tutti e cinque i continenti emersi], dopo l’avvenuta implosione di quest’ultima, l’allora segretario generale della NATO Willy Claes, identificherà nell’Islâmqualcosa di estremamente pericoloso”, e aggiungerà: “la NATO è molto più di un’alleanza militare. Essa si è promessa di difendere i principi fondanti che uniscono America del Nord ed Europa occidentale” (5). Col crollo sovietico, dunque, gli USA e i loro servi atlantici della NATO avvertiranno immediatamente la necessità di creare [inventandole sempre dal nulla] nuove minacce globali, nuovi pericoli-fantasma legittimanti i più disparati «interventi umanitarî», e sotto tutte le latitudini; per tale scopo verrà coniata tutta una letteratura propagandistica che si avvarrà di roboanti frasi da indirizzare alle greggi lobotomizzate di qua e di là dell’Atlantico, slogans come: «Stato canaglia», «Siamo tutti americani», «Chi non è con noi, è contro di noi», etc., mentre si ripristinerà l’uso di un lessico – vetero-giudeo-massonico – adombrante alle sì dette «primavere» e, successivamente, alle «rivoluzioni colorate». Oggi, dementi a parte, si è finalmente compreso quale sciagura abbia rappresentato per il mondo islamico l’espressione «primavera araba» [fenomeno da qualcuno più giustamente definito «inverno sionista»]. Detto di sfuggita, si rammenterà ancora una volta il reiterato uso dell’espressione giudeo-massonica «primavera», come storicamente attestato dalla rivoluzione borghese del 1848, allora definita «primavera dei popoli». Quest’apparente «primavera araba» rappresenta il capitolo conclusivo di una sequela di conflitti di svariata intensità, il cui obiettivo dovrà coincidere con l’ultimazione della «Grande Israele», processo iniziato con l’incistamento sionista avvenuto sotto copertura britannica, e che ormai conta un secolo d’età: “La stagione degli sconvolgimenti del Levante inizia col crollo dell’Impero Ottomano, nel 1922, e con la successiva spartizione delle terre dell’impero ... La Società delle Nazioni affiderà alla Gran Bretagna un Mandato sulla Palestina. Il fine dichiarato: proteggere questa popolazione, favorendone lo sviluppo. Il fine reale: consentire alla Gran Bretagna l’allontanamento di qualsiasi altra potenza dal canale di Suez, la trachea dell’impero (come avrebbe dichiarato Anthony Eden). Il governo inglese verrà meno agli obblighi di potenza mandataria che le furono affidati dalla Società delle Nazioni quasi da subito. Infatti, dal 1922 fino al 1936, favorirà in maniera indiscriminata l’immigrazione di ebrei sionisti dall’Europa in Palestina [benché l’inizio dell’immigrazione giudaica di massa debba farsi risalire alla fine dell’Ottocento – n.d.r.] … Poi, allo scoppio della seconda guerra mondiale, gli inglesi arruoleranno tra i sionisti in Palestina un esercito, la Divisione Ebraica, che nel 1948 consentirà alla minoranza ebraica presente in loco il colpo di Stato che avrebbe poi condotto alla creazione del sì detto «Stato di Israele» [ciò dovrebbe pure dimostrare l’infondatezza delle teorie di certi bugiardi imbrattacarte i quali, solo pochi anni addietro, hanno ipotizzato l’esistenza di un fantomatico «asse Roma-Berlino-Tel Aviv»]” (6). Dalla fine della seconda guerra mondiale, cioè da quando l’«asse Washington-Mosca-Londra-Tel Aviv» – esso sì, realmente esistito e ancora oggi esistente! – avrà mano libera in Europa e nel Vicino Oriente, i massacri, gli stupri, i furti compiuti contro il popolo palestinese, da parte del terrorismo ebraico, saranno ininterrotti: Deir Yassin [1948], Tantura [1948], Dawayama [1948], Kibbya [1953], Kafr Kassem[1956], Khan Younis [1956], Rafah [1956] fino alla carneficina di Sabra wa-Shatila, organizzata dal premiato macellaio Ariel Sharon [1982], e ciò, solo per attenersi alla Palestina occupata. Più in generale, volendo citare altre crudeli aggressioni patite dal mondo arabo-islamico, ci si chiede: chi ha memoria del colpo di Stato del 1956 – organizzato dalla CIA e dall’MI6 - che in Iran porterà al governo l’agente sionista Reza Pahlevi? Chi si ricorda delle carneficine che il macellaio Teymur Bakhtiar compirà contro il popolo iraniano? E, volendo citare storie a noi più vicine: chi è a conoscenza della bomba nucleare sganciata tra Bassora e il confine iraniano, nel 1991, durante la prima aggressione effettuata contro il popolo iracheno (7)? Chi ricorda la bugia delle “armi di distruzione di massa di Saddam” sventolata dall’infame Powell tra i banchi di quella corrotta assemblea rispondente all'acronimo ONU? Chi ricorda le quasi quotidiane mattanze compiute contro gli shi’iti afgani e pakistani? Chi possiede ancora memoria della resistenza di Falluja [2004], delle raccapriccianti immagini di cadaveri carbonizzati col fosforo bianco americano? E dei bambini di Gaza, smembrati e bruciati dagli F-16 di Tel Aviv [«Operazione piombo fuso»], dei piccoli martiri con gli arti inferiori fusi dal fosforo bianco sionista, chi se ne ricorda? Insomma, quale abisso di mala fede può fingere di ignorare sì tante brutalità a senso unico, puntualmente dettate dall’assoluto disprezzo per la vita umana, dall’istinto alla sopraffazione e al saccheggio dei beni altrui? E sarebbe responsabilità dei Musulmani, se essi stessi, defraudati della propria terra, depredati di tutte le risorse, massacrati in un perenne mattatoio a cielo aperto, minacciati persino d’estinzione, ancora oggi tentino di resistere alle aggressioni dei peggiori criminali di tutti i tempi?

Tutto si compie, certo; ma la battaglia non divampa più in Europa, un continente distrutto nel corpo e nell’anima: qui, ormai, la “scelta” è tra l’invertito che acquista l’utero di una donna sudamericana o Salvini, Macron o la Le Pen, il PD o i «cinquestelle»… Forza Nuova, appendice italiota dell’MI6, o la costola di certa massoneria da operetta meglio conosciuta con l’espressione «Casa Pound» (8): qui la “scelta” è tra il peggiore o il pessimo, protagonisti e antagonisti tutti iscritti sul medesimo libro paga. Ciò accade perché l’occidentale è diventato un informe caos rinchiuso in un involucro di pelle: aspettarsi da costui una forma di signoreggiamento sugli eventi è un’assurdità: ecco perché le sì dette “relazioni interpersonali” stanno fatalmente diventando un Alzheimer collettivo. E coloro i quali, tanti anni fa, fecero di Berlino un ammasso di macerie fumanti; coloro i quali, a Jalta, brindarono col sangue di milioni di vittime sul cadavere d’Europa, oggi, non possono che inseguire la propria coda, mordersela, come si osserva in talune visioni infernali dantesche. Jalta sopravvive ancora, a dispetto del raglio di tanti asini a cui nessuna «Iside» concederà mai salvezza [cfr. Apuleio: «Metamorphoseon libri XI», ovvero: l’«Asinus aureus»]; se non esistessero le due superpotenze che hanno raso al suolo il Terzo Reich, oggi, non sopravvivrebbe la più grande bugia di tutti i secoli: la sì detta «shoah». È col senso di colpa della shoah che si tiene sotto occupazione - fisica e mentale - ciò che resta dell’Europa; ed è sempre per mezzo di questa infernale bugia che si tiene la Palestina occupata con un pretesto. E chi sarebbero i guardiani della sì detta «shoah», oltre la mafia di Tel Aviv, se non Russi e Americani? Chi minaccia con i propri arsenali nucleari chiunque osi mettere in discussione il dogma fondante della globalizzazione [Repubblica Popolare di Corea]? Quanto al sì detto «leader del Cremlino», al quale tanti poveri disorientati “antagonisti” ancora oggi si appellano, è bene ribadire perché costui permetta di utilizzare i fiumi siberiani alla stregua di discariche dell’industria chimica; perché non ostacoli il business della prostituzione globale, di migliaia di belle ragazze del sottoproletariato slavo deportate nei bordelli di mezzo mondo, le cui centrali di smistamento risiedono all’interno dei confini dell’entità sionista [sua cordiale compagna di merende]; perché non lesini persecuzioni ai superstiti storici revisionisti, mentre garantisce l’impunità di noti gangsters della finanza ebraica; sopra tutto, perché confermi, ad ogni «8 maggio», la sua devozione verso uno dei due «sciacalli d’Europa»: l’ormai defunta Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. Ma, a bene osservare, Putin ha il “merito” d’aver saputo tutelare i suoi interessi a Tartous, e per questo ingenuamente scambiato per «benefattore del popolo siriano»: in questo equivoco risiede il punto di forza di tanti buffoneschi russofili nostrani, i quali confondono l’opportunismo affaristico con la filantropia e l’idealismo. Le vie del Signore sono misteriose, si potrebbe dire: che Putin abbia pattugliato e pattugli i cieli di Damasco, a volte rintuzzando le ingerenze NATO in Siria [in un gioco delle parti che non sfocerà mai in un vero conflitto], ha consentito alle Forze Armate della Repubblica Islamica dell’Iran e ai Miliziani di Hezbollah di usufruire di un insperato alleato tattico, benché momentaneo e inaffidabile, contro l’espansionismo guerrafondaio sionista; ma tant’è: a Teheran è stato necessario fare di necessità virtù. Invero, anche nei cieli iraniani, nel corso degli ultimi quattro anni, l’orizzonte è andato viepiù incupendosi: Mahmoud Ahmadinejad, il solo capo di Stato che abbia indetto una conferenza sul revisionismo, il solo capo di Stato che abbia liberamente dimostrato l’infondatezza della shoah, è stato fermato in tempo prima di una quasi certa sua rielezione: quanto abbia influito in siffatta scelta la stessa Guida Suprema – Alì Khamenei –, non è dato sapere. Quel ch’è certo riguarda la figura del mellifluo Hassan Rouhani, rieletto mediante suffragio da molti considerato frutto di brogli. Frantumare il fronte shi’ita antisionista, far dimenticare alle giovani generazioni il retaggio spirituale della Rivoluzione di Khomeyni, la lotta per la liberazione dei Luoghi Santi della Palestina, è l’obiettivo primario delle forze al soldo di Tel Aviv e di Washington, forze purtroppo agenti anche all’interno dei confini della Repubblica Islamica. Oggi, se solo si facesse il paragone tra l’Iran di Ahmadinejad e quello attuale, risulterebbe difficile non provare sgomento: allora l’energia nucleare serviva a conservare la ricchezza nazionale derivante dalle esportazioni petrolifere, sì da ridistribuirla nello Stato sociale [per questo motivo i media occidentali lo descrissero alla stregua di un «nuovo Hitler»], oggi si fa buon viso a cattivo gioco al ricatto internazionale, creando fusioni bancarie col capitalismo russo; e tuttavia, se si osserva con più accuratezza questo nuovo corso politico, non si può non restare ammirati dal genio diplomatico iraniano. È pur vero che a patire di più, per la mancata rielezione di Ahmadinejad, saranno le frange meno abbienti del popolo; è pur vero che Rouhani stia perseguendo il bene dell’alta borghesia cittadina, piuttosto che quello degli oppressi delle campagne; ma è anche vero che, con la rielezione di costui, l’alleanza con Mosca sarà garantita per il bene di tutto il mondo shi’ita, dalla Siria allo Yemen. Si provi a immaginare quali sarebbero state le reazioni moscovite alla rielezione di un presidente che ha negato la shoah: quante probabilità sarebbero sussistite di vedere un’alleanza Ahmadinejad-Putin? È dunque così difficile scorgere l’abilità tattica del governo di Teheran? Qualcuno potrebbe obiettare che, senza scomodare Ahmadinejad, lo stesso Raisi avrebbe garantito la continuità con la Rivoluzione dell’imâm Khomeyni; ma qui è evidente la volontà di rassicurare l’alleato plutocrate del Cremlino, il quale, molto probabilmente, avrebbe poco tollerato l’elezione di un conservatore, di un amico del popolo. E se il covo di criminali del sì detto «CRNI» [Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana] (8), estensione del famigerato gruppo terroristico «Mojahedin-e Khalq», denuncia con veemenza l’avvenuta compravendita di voti che avrebbe consentito la rielezione di Hassan Rouhani (9), significa che la Guida Suprema, Alì Khamenei, ha compiuto un autentico capolavoro diplomatico finalizzato a mantenere in vita la pur scomoda alleanza con la Russia.

Tornando ancora sugli eventi riguardanti la piattaforma continentale anglo-giudeo-statunitense che alcuni ottusamente si ostinano a chiamare ancora “Europa”, essa funziona solo in quanto camera di mungitura delle residue risorse sociali e, sopra tutto, quale testa di ponte NATO per le guerre contro la resistenza antigiudaica e antisionista [oltre all’Esercito Repubblicano Siriano] dei Pasdaran, di Hezbollah, degli Houthi, blocco islamico shi’ita contro il quale, fino ad ora, le onde d’urto del capitalismo guerrafondaio occidentale si sono puntualmente infrante. Che la smidollata ed effeminata “europa” serva anche da laboratorio per taluni esperimenti di ingegneria terroristica, pare ormai accertato; che centinaia di milioni di cavie, di larve subumane ormai inette a tutto, vengano di tanto in tanto fatte esplodere in un teatro, in una scuola o in una pubblica via, conferma la regia occulta manovrante siffatti eventi. Come più volte stigmatizzato da queste pagine, nel secondo dopoguerra si organizzò un terrorismo di piazza rossonero allo scopo di mantenere i “vinti” sotto il tallone dei “vincitori”: per questo motivo si assoldarono schiere di ingenui, di destra e di sinistra, e se ne fece carneficina o carne da galera. Oggi, quella stessa strategia, riassumibile nel vecchio motto “divide et impera”, viene utilizzata allo scopo di garantire la sopravvivenza degli apparati atlantici e, sopra tutto, con l’obiettivo di coprire le spalle all’entità d’occupazione sionista [anche di questo s’è parlato nella recente kermesse di Taormina organizzata dal burattinaio mondialista]. Per far ciò, si terrorizzano ulteriormente le già disfatte masse del laboratorio europeo, sì da diffondere l’odio anti-islamico, fabbricare una fantomatica minaccia sempre aleggiante sulle lobotomizzate masse “computerizzate”, sì da fornire il pretesto di sempre nuovi interventi militari nel Vicino Oriente, sviare i sospetti sul vero artefice di questo piano e, “dulcis in fundo”, militarizzare porti, autostrade, stazioni ferroviarie, aeroporti … [mentre i luoghi di culto, i centri storici delle città, le opere d’arte vengono lasciate in balìa dei deportati dall’Africa, grazie anche al contributo della ex “Marina Militare Italiana”]. Azzerare il concetto di “patrimonio pubblico” in Europa, instillare nel labile immaginario collettivo scaricando la responsabilità di siffatto degrado sull’“immigrato islamico”, rende ancor più inattaccabile il vero nemico annidatosi nelle ambasciate straniere, nelle sale ministeriali, nelle redazioni giornalistiche e, sopra tutto, nelle basi militari della NATO; aizzare, uno contro l’altro, l’aspetto essoterico e quello esoterico dell’Islâm – volgarmente definiti: «sunnismo» e «sciismo» [Fritjof Schuon li definirà: «Islâm contingente» e «Islâm assoluto»]: ecco come si persegue l’interesse dell’internazionale ebraica in generale e dell’entità sionista in particolare, quest’ultima minacciata d’estinzione solo dai centotrentamila missili della Milizia del «Partito di Dio» dislocati nel Sud del Libano, e pronti a trasformare la centrale atomica di Dimona nella giusta Nemesi del solo stato-canaglia della Terra:“Nel 2006, il Movimento di Resistenza Islamica in Libano, Hezbollah, aveva circa 15.000 missili e razzi: durante la guerra dei 33 giorni ha sparato circa 4.300 razzi, una media di 130 missili al giorno, ha scritto Yaakov Katz, editorialista e analista militare del quotidiano «The Jerusalem Post». Oggi si ritiene che Hezbollah abbia circa 130. 000 missili e razzi, e si prevede che possa spararne circa 1.000 al giorno in un futuro scontro con Israele, ha spiegato ancora Katz. Inoltre, l'analista ha precisato che durante la seconda guerra del Libano, nel 2006, i missili di Hezbollah hanno colpito la città di Haifa, a nord dei territori occupati. Ma ora Hezbollah può colpire quasi ogni bersaglio di Israele. I missili di Hezbollah, sottolinea Katz, sono anche armati con testate più grandi, e hanno più precisione di lancio rispetto al 2006. Si ritiene inoltre che il movimento libanese abbia missili Scud, tra cui gli Scud avanzati D, ricevuti dalla Siria, con una gittata di 700 km, che mette nel suo mirino il reattore nucleare di Dimona e la centrale elettrica di Eliat Ashkelon. Hezbollah ha anche migliorato la sua capacità sul terreno: 5.000 dei suoi combattenti attualmente sono in Siria, e hanno raggiunto una grande esperienza sul campo di battaglia, ha ammesso Katz. Nei primi giorni di una guerra prossima, Hezbollah lancerebbe i suoi missili a lungo raggio per infliggere gravi danni e devastazioni a Israele prima che esso possa reagire. Tale devastazione sarebbe qualcosa che Israele non ha mai sperimentato, e l'elevato numero di vittime probabilmente avrebbe un tremendo impatto sulla nazione. Ciò significa che, se Israele vuole minimizzare la portata dei missili offensivi, dovrà essere molto più aggressivo di quanto non sia stato in passato, ha evidenziato l'analista. L'esercito israeliano ha ripetutamente avvertito che Hezbollah non è più lo stesso di dieci anni fa e che ora potrebbe sorprendere Israele con un attacco missilistico inimmaginabile nel caso di un'altra guerra” (10).

Insomma, se la dittatura della «Israele Globale» [dei suoi servi atlantici ed ex comunisti oggi riciclatisi come ipercapitalisti, in Cina, in Russia e altrove] sembra a un passo dal trionfo finale, se il suo disgustoso codazzo multicolore, transessuale, sembra debordare ovunque come liquami fognarî durante un’alluvione, parimenti essa parrebbe ritrovarsi a un passo dalla completa disfatta: ciò significa che non tutto è perduto, e che una nuova Alba potrebbe esser più vicina di quanto gli eventi lascino supporre.

 

NOTE:

  1. Samuel P. Huntington, “The Age of Muslim Wars”, in «Newsweek», gennaio 2002,http://www.msnbc.com/ news/672440.asp;

  2. http://www.maurizioblondet.it/la-beata-superclasse-mondiale-un-identikit

  3. Sul «Cato Institute», estrapolata da wikipedia, si può desumere la seguente ed esilarante prosa: “La sua missione è allargare il dibattito della politica pubblica ispirata ai valori tradizionali statunitensi, ovvero governo limitato, libertà individuali, libero mercato e pace [sic!]”:https://it.wikipedia.org/wiki/Cato_Institute;

  4. Nafeez Mosaddeq Ahmed: “DOMINIO”; Introduzione: “La propaganda del dopo-guerra fredda” [p. 13]. Fazi Editore, Roma 2003;

  5. «The Guardian», 3 febbraio 1995. Citazioni prese dalla stampa occidentale e accademica appaiono in Edward Said, Covering Islam, New York, Pantheon Books, 1981;

  6. Gilberto Roch: prefazione al libro di Antonella Ricciardi: “PALESTINA: UNA TERRA TROPPO PROMESSA” [pp. 5-6]; Controcorrente Edizioni, Napoli 2008;

  7. http://osservatorioiraq.it/l%E2%80%99accusa-del-veterano-la-terza-bomba-nucleare?cookie-not-accepted=1;

  8. www.grandeoriente-democratico.com/GOD_si_unisce_al_suo_Gran...;

  9. https://it.wikipedia.org/wiki/Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana;

  10. http://www.ncr-iran.org/it/notizie/iran-news/6136-cresce-la-vergogna-per-gli-enormi-brogli-dopo-le-elezioni-farsa-in-iran;

  11. http://www.lantidiplomatico.it/dettnews-le bufale che spianano la guerra in siria linquisitrice boldrini in prima linea a diffonderle/82 19841/.

 
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