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Salute: un diritto diventato prodotto PDF Stampa E-mail

Dal n° 367 - Aprile 2017

Scritto da Daniele PROIETTI   

L’emergere ed il consolidarsi di un mercato globale ha effetti negativi in ogni ambito sociale, e di conseguenza in ciascuno dei settori determinanti che scandiscono l’esistenza di un individuo. Non sfugge a questo ormai inoppugnabile dato di fatto neanche la sanità, in quanto è ormai provato che la globalizzazione abbia portato solo ed esclusivamente esiti negativi per quanto concerne la salute delle persone.

Eppure, in linea del tutto teorica, “globalizzare” la sanità potrebbe addirittura essere positivo per i popoli: infatti, se si pensa alla prospettiva di poter avere politiche mondiali univoche per il controllo di malattie infettive che oggi risultano essere devastanti in alcune specifiche aree geografiche della terra non se ne può trarre certo un giudizio negativo.

Il problema è che stiamo parlando di un fenomeno totalizzante, che bisogna analizzare in tutte le sue minime sfaccettature.

La globalizzazione infatti si determina attraverso la svalutazione delle monete nazionali, la privatizzazione dei servizi e l’obbligare l’utente a pagare le proprie cure. In definitiva quindi essa produce un sostanziale aumento delle disuguaglianze. Ecco i motivi per i quali quei caratteri potenzialmente positivi precedentemente paventati cadono miseramente, in quanto essi sarebbero possibili solo se ci fosse una visione solidaristica nella quale, con la collaborazione di tutti gli stati, quindi, in questo senso, globalmente, si desse poi di più a chi ha meno e viceversa.

Il principio del capitalismo però è esattamente l’opposto, infatti la politica liberista ha portato a commercializzare la propria stessa salute: oggi , in un sistema dove tutto si compra, anche la possibilità di vivere più a lungo possibile è messa su un bancone e ha un prezzo, come se la vita fosse un prodotto qualunque.

Ne deriva il fatto che in uno scenario concorrenziale contraddistinto dalla regola del profitto e monopolizzato da specifici gruppi finanziari sostanzialmente vive di più chi più ha da spendere.

Ecco perché è stato calcolato che negli ultimi trentacinque anni l’aspettativa di vita è complessivamente aumentata nei paesi ricchi e diminuita mediamente di cinque anni per quello che riguarda i paesi dell’Africa sub-Sahariana e di due per le nazioni dell’est Europa e per la Cina.

La crescita economica della Cina e dei territori che una volta costituivano l’Unione Sovietica infatti si è avuta prima che queste entità si aprissero al mercato globale, ovvero quando erano in regime di protezionismo economico.

In Africa la situazione di arretratezza ormai purtroppo cronicizzata è aggravata dalle politiche di destabilizzazione operate nell’area in questione dall’occidente usocratico capitalista: l’esistenza di poche oasi benestanti che rappresentano i punti d’appoggio delle potenze imperialiste aumentano sia le disuguaglianze tra i diversi paesi del continente, sia, a volte, quelle all’interno di un paese stesso, dove spesso e volentieri convivono una maggioranza poverissima e una minoranza ricca, coincidente quasi sempre con chi detiene il potere, che non raramente è emanazione della volontà di stati esteri.

Come possiamo vedere quindi a volte la differenziazione non è neppure su base “nazionale”: la globalizzazione favorisce i più ricchi, siano essi residenti in un paese occidentale o no.

Per essere chiari una persona ricca che vive in Burkina Faso ha maggiori possibilità di curarsi rispetto ad una povera che abita negli Stati Uniti.

Nonostante questa premessa però è normale pensare che una nazione con un prodotto interno lordo più alto contenga un maggior numero di persone benestanti al suo interno, e quindi tragga giovamento, in via generale, dalla “mondializzazione”della salute.

Stabilito perciò che sono le disuguaglianze economiche e sociali a determinare la possibilità o meno di usufruire di quello che dovrebbe essere un diritto sacro, ovvero curare il proprio benessere fisico garantendosi una vita più lunga e dignitosa possibile, un’inversione radicale dei rapporti di forza tra paesi ricchi e paesi poveri del mondo si configura essere l’unica soluzione possibile se si vuole arrivare a poter considerare finalmente quello alla salute come un diritto accessibile a tutti.

Questa svolta radicale e al tempo stesso indispensabile non può non passare dalla riorganizzazione della produzione e del mercato del lavoro: la flessibilità, sia essa espressa come modifica della sede geografica di lavoro sia come cambiamento della mansione da svolgere non deve mai significare la possibilità per il lavoratore di rimanere senza uno stipendio dignitoso e sicuro, anche se ci si trova in periodi di crisi del sistema economico come quello attuale.

La sicurezza economica e la stabilità infatti sono essenziali in quanto conferiscono i mezzi e la serenità d’animo necessari per occuparsi della salute propria e delle persone care.

Allo stesso tempo operare una così drastica riforma strutturale è impossibile per un governo chiamato a far fronte a situazioni di debito consolidate ormai nel tempo. E’ il caso delle nazioni più povere, che da sempre vengono tenute al guinzaglio da quelle potenti attraverso obblighi economici quali ad esempio quelli derivanti dalla restituzione di denaro con cadenza continuativa.

I crediti che le grandi potenze vantano nei confronti degli stati meno sviluppati non sono il frutto di una politica di aiuto operata dalle prime verso questi ultimi, ma il risultato di una strategia ben precisa mirata al minare alla base ogni possibilità di progresso per questi paesi, che gli avrebbe potuto aprire la strada dell’autarchia e, in prospettiva, della totale autodeterminazione.

Per dare a tutti la possibilità di ricevere le cure adeguate quindi non esiste altra via che quella che porta alla cancellazione, senza alcuna condizione, del debito degli stati poveri, ma non basta: occorre anche che la parte ricca del mondo si offra, senza pretendere nulla in cambio, di dare a tutti coloro che ne hanno bisogno, quindi nelle quantità necessarie, sia i medicinali, sia le strumentazioni, sia anche la formazione necessaria che consenta nel breve-medio termine il sorgere di numerose figure professionali nel settore sanitario nelle aree geografiche più disagiate.

C’è da osservare poi che una seria redistribuzione della ricchezza, passo decisivo per arrivare nella maniera quanto più vasta possibile a realizzare l’ambizioso proposito di garantire a tutti gli esseri viventi un’esistenza dignitosa che non contempli una mancanza di risorse economiche tale da precludergli diritti fondamentali come quello della salute non è assolutamente possibile senza un controllo e una tassazione delle risorse finanziarie.

Ecco perché oltre la cancellazione del debito per i governi chiamati a dirigere i territori più in difficoltà è necessario avere la possibilità di controllare e tassare le transazioni finanziarie.

Ciò sarebbe utile anche agli esecutivi delle nazioni occidentali, o per meglio dire ai cittadini, in quanto spesso in quei lidi la classe politica è espressione diretta o indiretta del grande capitale e persegue solo ed unicamente un determinato tipo di interesse.

Oggi le bolle speculative e le crisi economiche che arricchiscono i ricchi e impoveriscono i poveri, creando quel divario che spesso va oltre l’appartenenza nazionale e, come detto, crea nel medesimo stato situazioni di sostanziale differenza nella possibilità di usufruire dei servizi sanitari, sono rese possibili dalla facilità e dalla velocità con cui i grandi capitalisti e i medi investitori possono muovere enormi somme di denaro da una località all’altra.

Tuttavia purtroppo dobbiamo ragionevolmente pensare che le soluzioni delineate non verranno mai prese minimamente in considerazione per il motivo che si è descritto poco sopra: è innegabile il fatto che il ceto politico dei paesi occidentali sia diretta emanazione dei grandi potentati economici e finanziari, ed è parimenti innegabile che molti dei paesi in via di sviluppo o del terzo mondo siano amministrati da esecutivi fantoccio in quanto a loro volta risultati di colpi di stato promossi dalle grandi potenze usuraie tesi ad indirizzare il futuro politico di determinate nazioni ed intere aree geografiche verso l’impoverimento progressivo e l’umiliante prospettiva di affogare nel debito.

Se ne deduce in modo piuttosto chiaro che i ceti benestanti, che sono ovviamente maggioritari negli stati ricchi e minoritari in quelli poveri, e coincidono con coloro i quali sono nelle possibilità economiche di curarsi, non abbiano nulla da perdere dalla privatizzazione del settore sanitario, dall’aumento dei costi dei trattamenti medici, e, in via definitiva,da una generale visione classista della sanità: per un ricco infatti poco importa sborsare denaro per curarsi, specialmente se a tale esborso corrisponde un complessivo aumento qualitativo del servizio ricevuto.

La globalizzazione è figlia del capitalismo più radicale, e assume a norma quella legge del più forte che non identifica il più forte con la persona che incarna valori più positivi ma, più materialmente, con l’individuo che possiede una quantità maggiore di denaro.

Se quindi i ricchi non hanno nulla da perdere i grandi capitalisti hanno perfino da guadagnare, e tanto, dando un prezzo alla salute dei cittadini: considerando i medicinali un prodotto essi mettono in pratica iniziative volte a far si che l’utente sia posto nelle condizioni di acquistare la merce.

Non diciamo una bugia se affermiamo con convinzione che i maggiori gruppi di potere traggono profitto quando un cittadino si ammala e ottengono lo scopo in modi ben definiti: sono queste lobbies, che rappresentano i più grandi gruppi dei capitalisti del mondo, che, con la complicità di governi eletti per perorarne le cause e favorirne gli intenti, non si fanno scrupoli a vendere alcolici e tabacchi, o peggio a permettere la diffusione di farmaci che non solo non danno risultati in termini curativi o quasi, ma creano assuefazione, e quindi inducono ad un consumo regolare nel tempo.

Il profitto prima di tutto: e cosi se da una parte, attraverso spot pubblicitari e campagne di sensibilizzazione varie si avvertono i cittadini riguardo i pericoli delle dipendenze dall’altra si incentivano, spesso e volentieri attraverso le medesime tecniche, fino a farle divenire un elemento cruciale dell’economia nazionale.

Ma non solo: la privatizzazione di servizi come acqua e rifiuti costituisce un grosso pericolo per la salute delle persone in quanto esclude dalla possibilità di fruizione di tali servizi una fetta sempre più grande della popolazione, anche nei paesi dell’Occidente liberalcapitalista.

In Italia sappiamo bene come il problema dei rifiuti e della qualità dell’acqua siano diventati, specialmente in alcune zone più degradate del meridione, dei veri e propri indicatori di malessere: basta scorgere le statistiche in modo sommario per rendersi conto che le zone dove sono più frequenti malattie come il cancro siano proprio quelle dove si riscontrano questo tipo di criticità, accompagnate usualmente sia da quell’inquinamento atmosferico alimentato dalla stessa mano sia dalla scarsa/ inesistente genuinità dei cibi che le grandi multinazionali fanno arrivare sugli scaffali dei supermercati sparsi nei diversi continenti.

Una volta malati si giunge al punto che il capitalista desidera: si diventa un consumatore, e si viene spremuti il più possibile.

Se da una parte le tutele sul lavoro per i malati diminuiscono in maniera direttamente proporzionale all’avanzare del liberismo allo stesso modo aumentano i costi di medicinali che spesso sono vitali per le cure delle malattie più diffuse. Si fa sempre più lunga la lista delle medicine per il cui acquisto occorre mettere mano al portafoglio, prodotti che lo stato non è più in grado di garantire ai suoi cittadini e vengono gestiti quindi direttamente dalle aziende produttrici.

Questi colossi finanziari, espressione del potere capitalista transnazionale, seguono la regola del profitto, e i loro animatori sono ancora più soddisfatti se insieme al guadagno raggiungono l’obiettivo di rendere i popoli, quante più persone possibili nel mondo, dipendenti dai loro medicinali, dalle loro sigarette e in generale da tutte le altre forme di assuefazione che nel tempo sono riusciti a creare, settori rigorosamente controllati dalle medesime entità e convergenti verso lo stesso fine: schiavizzare i cittadini rendendoli poco lucidi e di conseguenza completamente disinteressati ad ogni tipo di istanza rivoluzionaria.

La storia ha dimostrato nella concretezza fattuale degli avvenimenti che ogni stato autenticamente socialista ha posto il tema della salute al centro della propria azione politica, assicurando ai cittadini il diritto di perseguire la propria sanità fisica senza impedimenti o odiose restrizioni dovute al possesso o meno di denaro.

Uno Stato organico, Sociale e Popolare, può essere davvero tale solo quando le proprie fondamenta sono solide e nessuno resta talmente indietro rispetto ad altri membri della stessa Comunità da non potersi garantire una base sulla quale poggiare con sostanziale sicurezza il proprio futuro immediato e remoto.

Quando cosi non è, ovvero dal momento in cui nel mondo si creano aree ricchissime e poverissime, e questo dualismo si sviluppa anche internamente ai singoli paesi, la disgregazione sociale è dietro l’angolo, e solo chi può si salva davvero.

 
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