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Lavoro: problema irrisolto PDF Stampa E-mail

Dal n° 365 - Gennaio 2017

Scritto da Daniele PROIETTI   

L’inefficacia del modello di società liberista è cosa nota, anche se alcune delle sue croniche mancanze vengono sapientemente nascoste dagli oracoli di regime che i detentori dell’autentico potere (uomini e strutture dell’Alta Finanza giudaico-mondialista) mettono a condurre i programmi più visti dal popolo italiano, ormai nella quasi totalità annichilito e manipolato.

Tuttavia ci sono dei settori strategici della vita di una comunità le cui lacune non riescono ad essere soffocate nemmeno dai menestrelli di più alto lignaggio, perché tali settori corrispondono a quelle parti che per l’esistenza di un contesto sociale possiamo definire fondamentali, in quanto ne scandiscono la vita quotidiana e ne determinano il futuro. È sulle politiche in materia lavorativa che il capitalismo non riesce in alcun modo a darsi un’immagine positiva, e questo avviene perché esso si basa principalmente sul valore negativo dell’iniquità, facendo discendere da questa caratteristica le sue altre peculiarità.

Cambiano i politici, i nomi dei ministri chiamati ad occuparsi di una questione tanto importante, ma non viene modificata la linea tracciata, e non può esserlo, in quanto imposta da quegli organi transnazionali dei quali spesso parliamo, che costituiscono un impedimento permanente alla libertà dell’Italia e di tutta l’Europa.

Potremmo quindi partire dal percorso intrapreso nella Prima Repubblica, quando la Democrazia Cristiana dava luogo ad una politica privatistica e padronale, basata sul togliere progressivamente diritti ai lavoratori tutelando i capi delle aziende, facilitati nel licenziare ed esentati spesso e volentieri dall’adempiere obblighi base come dovrebbero essere quelli della tutela della salute e della sicurezza dei propri dipendenti.

Stessa cosa che dalla fine dello scorso millennio a pochi anni fa hanno fatto i governi sia di centro-destra sia di centro-sinistra, nei quali le aree “sociali”, (o presunte tali), delle varie coalizioni hanno sempre volutamente avuto un ruolo marginale, teso a mantenere il seggio conquistato a forza di compromessi.

Il governo Monti, quello Renzi e oggi quello di Gentiloni hanno continuato sul percorso tracciato, e hanno potuto farlo senza avere più nemmeno il piccolo impedimento. Prima, anche se nelle aule parlamentari si decideva sempre nella medesima direzione, c’era almeno lo spauracchio della piazza, e la paura di perdere il consenso elettorale.

Tutto ciò non mutava l’epilogo delle cose, ma rendeva l’idea di un teatrino in qualche modo credibile agli occhi dei più superficiali.

Oggi, per mezzo dell’americanizzazione della politica che ha portato alla scomparsa di fatto dei partiti, trasformati esplicitamente in comitati elettorali che mirano solo ad avere il sostegno dei principali gruppi di pressione in quanto, proprio come accade negli Stati Uniti, sono loro a determinare la vittoria dell’uno o dell’altro, l’affluenza alle urne è vistosamente calata e la militanza politica scomparsa.

Il fatto che molta gente sia uscita dalle logiche di Sistema e non creda più alle messe in scena democratiche sarebbe da considerarsi cosa positiva, se non fosse che ad esso si accompagna una pericolosa apatia.

Sarebbe opportuno che il popolo comprendesse che al Sistema per mantenersi in vita non occorre la partecipazione politica, gli basta che la parte minoritaria degli aventi diritto al voto si rechi alle urne per prolungarsi, e quella componente ci sarà sempre, perché è rappresentata da coloro che fanno parte di quei gruppi di pressione ai quali prima si accennava.

Ecco perché non basta uscire dal Sistema rifiutando il voto dopo averne compreso l’inutilità, ma occorre mobilitarsi al di fuori dello stesso, non rimanere inermi sotto questa dittatura silenziosa, che continua a levare i diritti alle classi più povere favorendo le banche e le grandi aziende.

Rompere con il Sistema non vuol dire perciò solo dire basta alla partitocrazia parlamentare, ma tagliare i ponti con tutti i suoi protagonisti. I sindacati, ci riferiamo principalmente a quelli maggiori, da tempo hanno smesso (ammesso che mai lo abbiano fatto), di difendere gli interessi delle classi lavoratrici in maniera disinteressata e apolitica. Negli anni il sindacato da avversario del padronato ne è diventato prima interlocutore e oggi alleato.

Esempio lampante di ciò è la parabola della Fiom, l’organizzazione degli operai metallurgici, che ha come segretario quel Maurizio Landini partito come antagonista e rivoluzionario e finito per essere un degno rappresentante della sinistra radical e salottiera. Questo sindacato muoveva importanti critiche alla Cgil, che giudicava essere troppo morbida e a cui rimproverava l’aver smarrito il proprio scopo costituente.

Col tempo però la stessa Fiom ha intrapreso il medesimo percorso, tanto che oggi non è ancora chiaro se essa debba essere considerata una forza sindacale o politica.

Sono iniziati i primi compromessi sulla pelle dei lavoratori, e gli intenti rivoluzionari si sono ammorbiditi di molto.

L’accordo firmato il 26 novembre scorso riguardante il nuovo contratto nazionale del metalmeccanici, sottoscritto oltre che dalla Fiom anche da UILM e FIM,( altre organizzazioni di categoria minoritarie), rappresenta non solo la cessazione di ogni ipotesi di appoggio ad un confitto sociale che oggi sarebbe non solo giustificato ma addirittura auspicabile, ma sancisce l’ingresso concreto della classe dirigente del sindacato nei palazzi del potere.

Entrando nello specifico, a tutti i lavoratori verrà riconosciuta l’inflazione con gli aumenti nel contratto nazionale. Essa verrà calcolata il prossimo maggio, quando l’Istat renderà noto l’indice dei prezzi a livello europeo.

Le stime che ad ora, pur senza dati certi alla mano, vengono fatte, fanno immaginare un aumento di cinquantuno euro in busta paga tra tre anni, insomma, non proprio quella svolta di cui i lavoratori avrebbero bisogno per cambiare in meglio le loro condizioni di vita, ad oggi notevolmente precarie.

Si deve tenere poi conto del fatto che, semmai questo scenario si rivelasse veritiero, questi cinquantuno euro non sarebbero frutto di una politica, seppur minimale, di innalzamento dei salari, ma si tratterebbe sempre di un adeguamento legato all’inflazione corrente, tradotto significa che per l’operaio il potere di acquisto rimarrebbe il medesimo di oggi.

Ma qual è il motivo per il quale non esitiamo a scrivere che questo accordo significa non solo la “cessazione delle ostilità”, ma la vera e propria cooperazione tra sindacato e potere?

Le aziende verseranno per conto di ogni lavoratore la cifra di centocinquantasei euro all’anno ad un Fondo sanitario metalmeccanici denominato mètasalute, istituito nel duemilaundici dalle organizzazioni sindacali firmatarie dell’accordo in questione.

Questi soldi andranno a finire alle assicurazioni, anziché, come sarebbe giusto, in busta paga.

Queste ultime incasseranno la larghissima parte dei profitti, lasciando agli operai le briciole.

È da sottolineare il fatto che il lavoratore non avrà la scelta di dire no, ma sarà automaticamente obbligato ad aderire a questo fondo, se non vuole perdere anche i pochi euro che le assicurazioni gli lasciano.

Veniamo al punto: mètaSalute opera tramite un’assicurazione sanitaria chiamata Uni-Salute, che fa parte del famoso gruppo Unipol Assicurazioni.

Da tutto ciò si delinea facilmente un quadro di estrema collaborazione nel quale i burocrati del sindacato finiscono per diventare di fatto complici e soci in affari dei capitalisti della sanità privata.

Se tutto ciò non bastasse dall’anno in corso le aziende daranno una parte del salario ai lavoratori sotto forma di buoni spesa. La cifra che l’azienda potrà corrispondere in questo modo all’operaio sarà di un massimo di cento euro per il 2017, centocinquanta per l’anno successivo e fino ad arrivare ai duecento per il duemiladiciannove.

C’è da scommettere che le aziende useranno questa formula il più possibile, essenzialmente per due ragioni: per prima cosa i buoni spesa non saranno soggetti a contributi, somigliando in tutto e per tutto a pagamenti in nero; in secondo luogo l’azienda pagherà questi buoni dopo che il lavoratore li avrà spesi, di fatto questa parte di salario invece di essere anticipata in busta paga sarà posticipata.

Problemi infine anche per quel che concerne la legge centoquattro: il nuovo contratto dei metalmeccanici infatti prevede che per avere i tre giorni di permesso che la norma stabilisce il lavoratore dovrà stilare un piano mensile da presentare dieci giorni prima dell’inizio del mese stesso, eccetto casi di urgenza la cui validità però sarà tutta a discrezione del giudizio del datore di lavoro.

Nel momento in cui vengono accettati testi simili sia dai sindacati sia anche dai lavoratori stessi, che nella loro consultazione interna si sono espressi a favore in larga maggioranza, non ci si deve affatto stupire se il capitalismo si sente forte e arriva a superarsi fino a livelli indicibili.

Attraverso una sentenza dello scorso sette dicembre la Cassazione ha stabilito che il licenziamento di un lavoratore è legittimo anche quando i costi dell’impresa dove lavora sono buoni e non vi è crisi economica o spese straordinarie da sostenere. Di fatto basta che un licenziamento sia funzionale a determinare maggiori margini di guadagno del datore di lavoro per renderlo ammissibile.

Tale decisione giudiziaria potrebbe aprire scenari drammatici, in una situazione sociale sempre più compromessa. L’abolizione dell’ “Art. 18” dello Statuto dei Lavoratori, norma che rappresentava in un sistema capitalista un pizzico di stato sociale, ha già determinato per molti o la perdita del proprio lavoro o l’ingresso nel mondo del precariato.

L’utilizzo dei buoni lavoro (voucher), ha inoltre determinato il colpo di grazia per l’intero settore del lavoro in Italia,in quanto attraverso questo strumento si determina l’istituzione di una modello lavorativo all’insegna dell’instabilità. La propaganda capitalista ne continua a sottolineare l’utilità in quanto esalta il fatto che attraverso ciò viene in qualche modo regolamentato il lavoro non a tempo indeterminato.

La verità è che i voucher rappresentano l’ennesimo alibi dietro al quale si trincerano le aziende per non assumere i giovani con contratti stabili. Sempre più infatti la tendenza è quella di servirsi di questi buoni lavoro essenzialmente per due ragioni: la prima è che non obbligano l’azienda ad assumere il lavoratore, la seconda è che per l’azienda i costi sono pari a zero o quasi, perché i voucher di fatto sono frutto di fondi statali.

Qual è il risultato di tutto ciò? Al lavoratore, (sempre se ha fortuna) vengono offerte due alternative: precariato vero e proprio o lavorare attraverso i buoni lavoro. Quasi tutti scelgono la seconda ipotesi, ma di fatto parliamo di due forme di precariato, in quanto la differenza è davvero minima, considerando che spesso infatti su cinque ore di lavoro solo a una o due viene corrisposto il pagamento attraverso i buoni, le altre tre sono svolte completamente “in nero”. Quando si sente parlare di aumento dell’occupazione e gli organi di informazione decantano questo o quell’altro governo bisognerebbe leggere accuratamente i dati, partendo dal presupposto che gli occupati sono coloro che hanno un posto stabile, e quindi un futuro dignitoso garantito, ogni altra forma di lavoro è precariato, e questo deve essere chiaro a tutti.

La Comunità Politica di Avanguardia, ribadendo la propria contrarietà più netta al modello liberalcapitalista ed alla globalizzazione mondialista, individua nel ripristino delle basi minime dello stato sociale che oggi in Italia sono state tolte il primo tassello di cambiamento, denuncia gli effetti negativi dell’ultima riforma del lavoro che si è posta in assoluta continuità rispetto a quelle ad essa precedenti producendo precariato e disoccupazione, e continua la sua battaglia per una svolta radicale in senso nazionale e socialista.

 
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