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Poste e ferrovie: esempi di fallimento delle privatizzazioni neoliberiste PDF Stampa E-mail

Dal n° 365 - Gennaio 2017

Scritto da Comunità Politica di Avanguardia   

In un’Italia sempre più votata al suicidio economico, ostinata a perseguire l’utopia del benessere propagandata dal capitalismo neoliberista e dai suoi seguaci, niente resta immune al sostanziale regresso che il seguire questa teoria economica errata, nelle sue fondamenta teoriche, determina.

Anche quelli che una volta potevano essere considerati enti di Stato negli anni hanno subordinato la propria esistenza al mercato, immergendosi in esso, e mettendo così a rischio la stabilità economica di una nazione intera, oltre che delle famiglie dei dipendenti, non più convinte, come accadeva nei decenni scorsi, di poter contare su un posto di lavoro e un ‘TFR’ sicuro sul quale fare affidamento per mantenersi.

Per quanto riguarda Poste Italiane, nata nel milleottocentosessantadue, il processo di privatizzazione si compì attraverso una legge datata 29 gennaio 1994, che convertì l’azienda da ente autonomo quale era stata fino a quel momento, ad ente pubblico economico.

Questo passaggio era solo il preludio rispetto a quanto sarebbe accaduto pochi anni più tardi: il ventotto febbraio millenovecentonovantotto Poste Italiane divenne una società per azioni, concretizzando quindi il proprio ingresso nel mondo della borsa, al quale una classe politica inefficiente e avida mirava da tempo.

I fautori di questa radicale trasformazione, per mezzo della quale veniva concesso all’umore dei mercati anche quel poco che era rimasto sotto il completo controllo statale, giustificarono quella scelta facendola apparire necessaria ai fini di un aumento dei servizi, delle funzionalità e quindi anche dei posti di lavoro.

Veniva fatto il confronto con un passato contraddistinto da una gestione clientelare e prospettata l’avanzata della meritocrazia.

Non è assolutamente nostra intenzione negare il fatto che spesso le assunzioni siano state frutto di raccomandazioni, di voti di scambio e di altre spregevoli pratiche similari, ma siamo fermamente convinti che le promesse paventate non siano state mantenute, e anzi, la situazione sia peggiorata rispetto a prima.

Le cause di questa evoluzione negativa che ogni giorno possiamo facilmente sperimentare entrando in un ufficio postale qualunque della nostra penisola sono addebitabili al fatto che oggi Poste Italiane, per le ragioni descritte in precedenza, è un’azienda che trova il suo fine ultimo nel profitto e non nello svolgimento del ruolo istituzionale, diretto alle esigenze della popolazione che al momento paga tariffe in continuo aumento ricevendo un servizio pessimo e in continuo stato di peggioramento.

In essa è rappresentato il connubio peggiore, in quanto da una parte, essendo sul mercato, è chiamata a perseguire tale finalità, dall’altra, essendo lo Stato l’azionista di maggioranza ad oggi, è ancora quest’ultimo ad occuparsi delle nomine della classe dirigente, spesso frutto di compromessi politici e quindi basate non sulla competenza ma sull’amicizia personale.

Se ne deduce che i cittadini italiani oggi si trovano davanti ad un’azienda dal volto capitalista e dalla mente centralizzata nel senso più negativo della parola.

L’aumento dei servizi a cui si era fatto riferimento al momento dell’evoluzione liberista, che avrebbe dovuto portare a nuove assunzioni, si è tradotto nell’esatto contrario, come accade in ogni società che entra nelle fauci del capitalismo.

Quella che si è determinata è una spaccatura insanabile tra dipendenti dello stesso ente: da una parte c’è una classe dirigente costituita da nominati arroccata dietro i propri privilegi e le proprie poltrone, che non subisce gli effetti della crisi economica e sociale in quanto sente dietro la protezione dello Stato; dall’altra c’è una parte di dipendenti, assunti con le nuove regole del mercato del lavoro, che vivono sotto il precariato più radicale, dovendosi spesso accontentare di contratti che si sviluppano in brevi periodi.

Tali ingressi non sono certo il frutto di un aumento numerico determinato dal moltiplicarsi dei servizi offerti, ma rappresentano la risposta all’inevitabile necessità di sostituire chi va in pensione nel modo meno dispendioso possibile: di fatto l’azienda sostituisce una persona avente un contratto a tempo indeterminato con più persone che si alternano di sei mesi in sei mesi, o anche meno, legate ad essa da vincoli facilmente estinguibili e dal costo di bilancio inesistente.

A fronte di tutto ciò, dopo aver privato lo Stato italiano, e quindi il popolo, di un qualcosa che in senso figurato poteva dirsi suo, i servizi sono davvero aumentati? Forse solo numericamente, ma non certo nella qualità: non basta infatti mettere in campo nuove opzioni e spacciarle per progresso se non si è capaci di farle diventare fruibili nell’interesse della propria utenza.

All’aumento dei costi è corrisposto al cittadino un assoluto decremento dell’efficienza: sempre più spesso ad esempio capita che le consegne, che dovrebbero essere rapide, abbiano forti ritardi; allo stesso modo accade che il trasferimento di denaro per mezzo di carte di credito postali subisca un forte posticipo.

Non parliamo di servizi di poco conto, ma delle basi sulle quali dovrebbe fondarsi il corretto funzionamento di una rete postale nazionale.

Spedire soldi o oggetti a qualcuno spesso è di vitale importanza, e questi ritardi possono in alcuni casi determinare conseguenze negative per chi non li riceve.

Riteniamo che se viene richiesto un pagamento, a volte anche oggettivamente elevato, per accedere alla possibilità di fare qualcosa, non si debbano verificare intoppi simili.

Frequentemente succede anche che non ci sia la possibilità di prelevare denaro, e le persone siano perciò costrette o ad entrare nell’ufficio postale aspettando il proprio turno o a dirigersi verso un altro sportello, sperando di avere maggiore fortuna.

Il quadro che esce purtroppo trionfante da tutto ciò è quello di una casta di dirigenti sorretta dallo Stato che vuole giocare al capitalismo solo per trarne profitto e lo fa sia sulla pelle dei comuni cittadini sia su quella dei nuovi dipendenti. Non ha alcun senso voler entrare in un’ottica di mercato, comunque perdente, senza togliere tutta quella macchina burocratica che negli anni ha ingessato, e continua a farlo, il servizio delle poste in Italia.

La storia è sempre la stessa: per coprire le perdite di bilancio derivate da una gestione sbagliata, non si possono certo smantellare le funzionalità offerte, ma si è costretti a diminuirne progressivamente la qualità.

D’altronde una società gestita in senso capitalista conosce solo i seguenti modi per riparare ai suoi errori: abbassare lo standard qualitativo mantenendo intatti i costi, precarizzare sempre di più il lavoro, e, quando non basta, iniziare una politica di licenziamenti. Oggi Poste italiane, attraverso una fase di maggiore ingresso di privati nell’ente, ...annuncia una nuova ondata di licenziamenti. Altra gente gettata nello stillicidio della disoccupazione e della neopovertà!

Proprio i licenziamenti in questo periodo stanno colpendo in maniera massiccia i lavoratori delle Ferrovie dello Stato, che da anni vivono una situazione di estrema instabilità.

La necessità di dover fare a meno di diversi lavoratori, e di precarizzarne la posizione di altri che oggi vengono comunque inseriti nei dati di chi si occupa di fare ricerca nella categoria di “dipendenti”, alimentando cosi nella maggioranza del popolo l’erronea convinzione che la nostra maggiore azienda ferroviaria versa in ottime condizioni di salute, è stata dovuta al fatto che, al pari di Poste Italiane, l’evoluzione “di mercato” non ha portato i frutti sperati, ma anzi ha determinato non solo l’abbassamento qualitativo dei servizi offerti, ma la riduzione sostanziale degli stessi.

Il 24 maggio del 2011 le Ferrovie dello Stato divennero a tutti gli effetti una società per azioni, a conclusione di un processo di destatalizzazione iniziato dalla fine degli anni ottanta.

Non può assolutamente essere un caso se la maggiore involuzione dell’ente in questione si sia verificata proprio da sei anni a questa parte, in assoluta coincidenza temporale con la trasformazione descritta.

In questo periodo si è assistito ad una riduzione del servizio offerto, accompagnata da un decremento non trascurabile del numero dei passeggeri.

Come si è arrivati ad una situazione del genere, considerando che la propaganda istituzionale ci parla di treni a velocità sempre più alta, di collegamenti più rapidi e di mezzi più confortevoli? La risposta si trova ancora una volta nel fatto che non basta aumentare la quantità dell’offerta, ma occorre renderla alla portata della popolazione, sia dal punto di vista economico sia dal punto di vista meramente logistico - temporale.

È doveroso fare riferimento al lato economico in quanto per molti il prezzo dei biglietti per accedere ai treni più veloci è impossibile da pagare. All’interno della rete ferroviaria si è di fatto determinata una situazione che potremmo definire classista e discriminatoria: se da una parte è vero che questi mezzi molto rapidi rappresentano un progresso che agevola la vita di chi ne fa uso è anche vero che sono destinati alla parte più ricca del paese, proprio per l’esosità dei costi che hanno; ne consegue che i più ricchi risultano essere agevolati, mentre per i poveri la situazione non cambia.

Infatti, nessun tipo di miglioramento è stato apportato ai treni regionali o a quelli a bassa velocità, anzi, spesso e volentieri le condizioni interne sono peggiorate, i ritardi sono frequenti, e la sicurezza è inesistente. Parliamo poi anche di una discriminazione di carattere territoriale, che vede il meridione completamente estraneo a ogni tipo di innovazione, lasciato in un abbandono colpevole da quella che dovrebbe essere l’azienda che tutela tutti i cittadini italiani. La Sicilia, ad esempio, ha di fatto una rete ferroviaria peggiore a decenni addietro. Quasi in linea con quella esistente nel regno dei Borboni. Spesso ci sono problemi per quanto concerne il rimborso dei biglietti o l’acquisto degli stessi.

Tutte queste ragioni hanno fatto si che in molti tra coloro che devono percorrere lunghe distanze preferiscano prendere l’aereo, come dimostrano i dati che indicano un incremento del traffico dei passeggeri che lo utilizzano, mentre chi prima si muoveva con dei treni regionali opti per altre scelte vedendone, come detto, peggiorata la qualità. A fare le spese della situazione sono come sempre da una parte i cittadini, che vedono un servizio a loro destinato depauperarsi, dall’altra i lavoratori, che proprio per la flessione delle attività, rischiano di essere messi in mobilità e doversi accontentare delle briciole, quando gli va bene.

Gli scioperi sono frequenti, in virtù della preoccupazione che alberga in molti viste le proposte al ribasso dell’azienda, ormai entrata nella spirale mortifera della ricerca del profitto a tutti i costi.

La Comunità Politica di Avanguardia da anni denuncia - il disservizio e la cattiva gestione delle poste, ad esempio, negli anni ha comportato danni su danni all’economia ed alla gestione della rivista nella distribuzione e diffusione - le carenze evidenti in settori strategici come quello postale e ferroviario, e ne determina le cause sia nella conversione di Poste Italiane e di Ferrovie dello Stato in società per azioni, sia nell’inefficienza di una classe politica inadeguata che per anni ha prodotto in tali enti un modello gestionale contraddistinto da immobilismo e burocrazia.

Ribadisce la propria vicinanza ai lavoratori e alle loro famiglie, che vedono il loro avvenire in balia delle decisioni di dirigenti e affaristi vari, col totale assenso dei sindacati di regime, che spesso hanno dimostrato di essere senza scrupoli. Allo stesso modo si pone dalla parte dei cittadini che ogni giorno sperimentano nella praticità le mancanze elencate, le quali provano, se ce ne fosse bisogno, l’inadeguatezza, l’egoismo e la voracità del sistema capitalista.

 
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