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APE: l’evoluzione dell’usura PDF Stampa E-mail

Dal n° 364 - Dicembre 2016

Scritto da Daniele PROIETTI   

In ogni fenomeno soggetto al tempo, quindi non statico, di qualsiasi natura esso sia, si attua un processo evolutivo attraverso il quale tale singolo aspetto si modifica di volta in volta, adattandosi ai tempi, restando identico nei caratteri fondamentali ma divergendo in dettagli a volte non piccoli.

Capita spesso che con il passare degli anni e poi dei decenni qualcosa si riveli essere inadeguato, semplicemente perché non risponde più alle esigenze del tempo presente, e finisce quindi prima per diminuire il suo significato concreto e poi infine per spegnersi.

A volte però si innesca l’opposto, ovvero con il passare del tempo un concetto non solo mantiene intatto se stesso, ma aumenta la sua portata e il suo raggio di azione, ampliandosi e ripensandosi in nuove vesti oltre quelle abituali.

L’usura ha accompagnato fedelmente la società nelle sue diverse epoche, reimpostandosi ogni volta in modo tale da mantenere il suo senso e la sua efficacia.

È iniziata per strada attraverso lo strozzinaggio, è proseguita dentro le attività commerciali, e nella società moderna si sviluppa, in modo del tutto legale, attraverso l’istituzione bancaria e organi creati dagli esecutivi in maniera apposita, come oggi è ad esempio Equitalia.

Ma è con il progetto di riforma previdenziale per l’anno duemiladiciassette che l’attuale (ex) governo, prosecutore dell’opera iniziata dai precedenti avente per fine lo smantellamento totale dello stato sociale italiano, mostra il carattere prettamente evolutivo del fenomeno usuraio.

Dal prossimo anno infatti si potrà andare in pensione tre anni e sette mesi prima rispetto all’epilogo naturale dell’esperienza lavorativa. Se ci si fermasse superficialmente a leggere questa frase, senza sapere cosa in realtà questo comporta per il lavoratore, si potrebbe addirittura pensare ad un’azione meritoria, finalizzata magari a dare la possibilità a chi lavora da tanti anni di riposarsi prima del tempo, oppure, ma ci rendiamo conto che è anche troppo solo il pensarlo, che possa essere una mossa propedeutica all’inserimento negli organici delle diverse aziende di tanti giovani che oggi si trovano nella difficoltosa condizione di essere senza lavoro.

Niente di tutto ciò. Conosciamo bene il tipo di sistema che purtroppo ci governa e sappiamo che gli interessi della popolazione vengono all’ultimo posto rispetto a quelli dei grandi potentati economici.

Rivolgendo uno sguardo più accurato al testo della riforma che con tutta probabilità entrerà in vigore di qui a poco ci accorgiamo facilmente che sono le banche ad occuparsi di dare all’usura quel nuovo senso al quale precedentemente accennavamo.

Fino ad oggi questa vergognosa pratica che da millenni impedisce a migliaia di persone di vivere un’esistenza tranquilla, trovava la sua concretezza nella materialità delle cose.

L’usura infatti viene applicata sull’acquisto di un bene materiale, sia esso un immobile, una macchina o qualsiasi altra cosa.

Se è vero che è nel lavoro che si ha l’elevazione spirituale di una persona, e questo ha da sempre costituito la base di quel socialismo a cui noi ci sentiamo fortemente legati, allora è giusto parlare di evoluzione, perché per la prima volta la speculazione verrà fatta sul terreno lavorativo.

Occorre fare una distinzione fondamentale ai fini della comprensione del discorso: è assolutamente vero che si può intendere per usura anche l’ora di lavoro che il capitalista decide di non pagare al lavoratore, perché essa rappresenta senza dubbio un lasso di tempo in cui una persona a messo al servizio di un’altra la propria creatività senza averne una giusta ricompensa.

Tuttavia quell’ora si staglia in un sistema purtroppo ben delineato, e le sue ripercussioni sono essenzialmente materiali, (soldi in meno), assolutamente non futuribili.

Quanto delineato nel provvedimento che riformerà un campo tanto importante della vita nazionale invece avrà si ripercussioni materiali, ma assolutamente più dannose nella prospettiva di vita sia della singola persona e sia del nucleo famigliare che essa rappresenta.

L’ora tolta giornalmente è si un odioso torto reiterato, ma qui si va ben oltre ciò.

Per tutto il lasso di tempo che al lavoratore resta da vivere a partire dal termine della sua carriera egli dovrà vedere i suoi sforzi decennali sminuiti o ne casi peggiori quasi vanificati, in quanto parte del reddito che sarebbe dovuto essere stato il frutto di anni di lavoro verrà decurtata e servirà a coprire la rata di un prestito.

In questo senso parliamo correttamente di evoluzione, per la prima volta un prestito, e gli interessi che discendono da esso, non serviranno a pagare un qualcosa di concreto, ma a legittimare qualcosa che non dovrebbe essere soggetto a transazioni economiche di alcun genere, ovvero la possibilità, che in alcuni casi diventa purtroppo necessità, di ritirarsi dal lavoro in un’età consona, nella quale non si sia costretti a mettere giornalmente a rischio la propria salute personale.

Negli ultimi decenni tutti i governi che si sono succeduti al potere hanno adottato in ambito pensionistico la stessa politica di fondo, e ciò non fa altro che confermare il fatto che tutti i partiti siano chiamati a seguire determinate logiche che gli vengono imposte da noti organismi transnazionali.

Il ragionamento che puntualmente accompagnava tutte le riforme che si succedevano era che siccome la vita si era allungata dovesse incrementarsi di pari passo ad essa anche il periodo nel quale un essere umano è nella possibilità di svolgere una mansione.

La precarietà di tale ragionamento del tutto errato diveniva lampante dal momento in cui esso non solo si limitava ad una sorta di banale proprietà commutativa non applicabile a vite umane, ma non prendeva minimamente in considerazione due aspetti fondamentali: il primo è il dovere da parte di un esecutivo di favorire l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro, l’altro è la doverosa distinzione tra i diversi tipi di occupazione.

È facilmente deducibile come quindi tali riforme fatte costantemente nello stesso senso abbiano portato fondamentalmente a due effetti, che oggi non a caso rappresentano due piaghe davanti alle quali il nostro paese è chiamato a porsi seri interrogativi.

Per prima cosa la stagnazione ha portato ad un tardivo ricambio generazionale, che in alcuni casi, come dimostrano i recenti dati che attestano la disoccupazione giovanile alla preoccupante soglia del quaranta per cento, non c’è stato per nulla, e ha costretto in tanti a fare il proprio ingresso dalla porta secondaria, ovvero quella del precariato, non avendo perciò la possibilità di firmare un contratto minimamente stabile che consentisse a queste persone di impostare la benché minima progettualità.

In secondo luogo la non salvaguardia dei lavoratori operanti nei settori più faticosi e il costringerli a restare attivi fino a un’età avanzata unita alla cronica mancanza di efficaci norme riguardo la sicurezza sul lavoro hanno favorito l’accadimento di molti incidenti, che in alcuni casi purtroppo hanno anche portato ad avere vittime. Si pensi che solo nei primi cinque mesi dell’anno corrente si sono verificati circa duecentosettantaduemilacinquecento infortuni, ben settemilaquattrocento in più rispetto allo scorso anno, nel quale si era comunque registrata una crescita rispetto ai precedenti.

Questo (l’ex) esecutivo capitanato da Matteo Renzi, pur proseguendo incessantemente sulla scia degli altri, attraverso gli organi di informazione ai quali è legato fa passare il messaggio di essere in netta antitesi rispetto al passato.

Infatti, interi servizi di telegiornale e anche le prime pagine dei quotidiani più venduti rimarcano il fatto che questo governo offre la possibilità di andare in pensione prima. Le domande da porsi sono due: la prima è quale sia in questo caso il senso da dare alla parola possibilità, la seconda, e più importante è: a che prezzo?

Per Ape si intende anticipo pensionistico. Quello che però non viene detto è che andare in pensione prima sarà possibile grazie a prestiti da parte di banche e assicurazioni erogati attraverso l’Inps che dovranno poi essere restituiti con rate mensili per la durata di venti anni. Una sorta di mutuo della vecchiaia nella quale il lavoratore non solo dovrà restituire alle banche i soldi che esse gli hanno prestato per consentirgli di andare in pensione prima ma si dovranno far carico anche dei gravosi interessi che le banche decideranno di imporre.

In questo modo le banche accompagneranno la maggior parte dei cittadini di fatto per tutta l’età adulta. In quanto questa mossa non appare altro che un sistema teso a far rimanere più persone possibili nella condizione di essere schiavi del denaro fino all’ultimo giorno di vita.

Ma gli usurai si sa, nemmeno la morte li ferma, ecco perché, vista l’età avanzata dei contraenti dei prestiti in questione, hanno pensato bene di cautelarsi preventivamente anche in caso che il pensionato muoia durante la restituzione del debito.

La legge infatti prevede in maniera ben chiara che chi decide di andare in pensione in anticipo deve attivare un’assicurazione, che in caso di morte provvederà a rimborsare alla banca la parte del prestito ancora non restituita. Tutto è previsto con accuratezza, ogni possibilità è vagliata e a qualsiasi problema viene posta preventivamente una soluzione. L’importante per chi governa le nazioni, la nostra in questo caso, svuotata di ogni tipo di sovranità, è che le banche, uniche destinatarie delle attenzioni del mondo politico, strettamente connesso a quello economico e finanziario, abbiano ciò che è stato stabilito.

Anche i sindacati sono entrati pienamente nelle logiche padronali e iperliberistiche, e costituiscono non, come dovrebbe essere per definizione, organi sostanzialmente apolitici che si occupano della difesa del lavoratore, ma gruppi di pressione utilizzati dalle diverse parti politiche per destabilizzare il governo avverso, o addirittura teatri di nascita di più o meno durature carriere politiche.

È questo il motivo per il quale il lavoratore, sentendosi non tutelato da alcuno, finisce per accettare di essere vittima dell’usura in cambio di un riposo anticipato, che uno stato sociale efficiente dovrebbe saper garantire gratuitamente.

La Comunità Politica di Avanguardia, nelle sue analisi, pone l’accento proprio sulla progressiva demolizione dello stato sociale in Italia, un processo di cui è stato scritto l’ultimo capitolo attraverso l’abolizione dell’articolo diciotto, il quale, seppur all’interno di un sistema ferocemente liberista, garantiva una piccola base su cui poggiare una minima tranquillità. Il capitalismo, avendo assunto ormai ciò che voleva, ovvero il controllo del mondo, ha smesso di fingersi buono e ci sta offrendo il peggio di sé. Per noi, che non ci siamo mai lasciati illudere al contrario di altri, buono non lo è mai stato, e lo combatteremo per sempre.

 
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