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Lavoro: la sostituzione di cui non parla nessuno PDF Stampa E-mail

Dal n° 361 - Settembre 2016

Scritto da Daniele PROIETTI   

Mentre la “destra radicale” italiana conferma ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, di basare la propria azione politica sul razzismo becero e di individuare i propri nemici in base al colore della pelle, come se un sincero rivoluzionario nero fosse peggiore di un banchiere bianco, e al fine di alimentare questa violenta avversione continua a parlare del piano Kalergi, quel progetto che sarebbe finalizzato alla distruzione nei prossimi decenni dell’Europa bianca attraverso la sostituzione, per mezzo dell’immigrazione, dei bianchi europei con persone di razza differente, il grande capitalismo internazionale, di cui essa è alleata da tempo, studia le prossime mosse per distruggere definitivamente il mondo del lavoro.

Piano che in larga parte, comunque, è stato già avanzato, come dimostrano gli ultimi dati disponibili riguardo l’occupazione, che evidenziano l’ennesimo calo evidente della stessa, specialmente per quel che riguarda la fascia giovanile, ovvero quella che dovrebbe, se gli fosse consentito di farlo, mandare avanti la nostra nazione per i prossimi anni.

Lo scopo del fenomeno migratorio non è, come alcuni affermano (abbagliati da teorie complottiste perdono di vista quella che è la realtà delle cose), quello di distruggere una razza specifica: il capitalismo non guarda a questo genere di cose, esso persegue unicamente l’obiettivo del profitto, e si adopera per ottenerlo con i minori costi possibili utilizzando nuovi schiavi. La finalità dell’immigrazione nella mente di chi, attraverso una serie di guerre imperialiste, di fatto l’ha foraggiata, è quella di creare un fenomeno concorrenziale tra lavoratori, del quale il datore di lavoro si serve per giocare al ribasso in ottica salariale.

 

Il mercato del lavoro è vasto, tante sono le professioni richieste, o almeno, cosi era fino ad ora. Quante volte i nostri governanti hanno pronunciato la parola “adattabilità”, spacciandola per una virtù di carattere personale? In realtà il significato di quel termine è che o il lavoratore si adatta a fare quello che serve e si accontenta di quanto gli viene offerton (pena la sostituzione immediata che, dall’entrata in vigore della riforma del lavoro varata dal governo Renzi, non ha neppure più bisogno di essere motivata), oppure sta a casa.

Da adesso in avanti però, in molti casi, non basterà nemmeno rinunciare ai propri sogni e sapersi adattare per ricevere l’elemosina mensile che questo stato ci offre per tenerci in vita e poterci ricattare per mezzo dell’usura: i maggiori esperti di economia mondiale infatti hanno lanciato un allarme sottaciuto dai più ma tremendamente importante. Nei paesi maggiormente industrializzati, parliamo perciò di nazioni come la Cina, gli Stati Uniti e dei maggiori stati dell’Europa stessa, entro il duemilaventi ben cinque milioni di persone rischieranno seriamente di perdere il proprio posto di lavoro perché verranno rimpiazzate da macchine. È chiamata la quarta rivoluzione industriale, in realtà di rivoluzionario non ha nulla, in quanto la sua realizzazione non fa altro che dare una forte accelerata a quel processo già iniziato da tempo, finalizzato alla riduzione costante dei costi legati alla manodopera.

Attraverso l’utilizzo di robot il lavoro di milioni di persone diventerà superfluo. Non è un caso se gli acquisti di questo tipo di aiuti tecnologici da parte delle maggiori società mondiali sono aumentati a livello globale di oltre il quaranta per cento. Già oggi è la tecnologia a svolgere nei settori altamente automatizzati, come ad esempio quello automobilistico, quasi il novanta per cento delle mansioni richieste. In generale i robot svolgono tutti quei compiti che possono essere standardizzati, e l’incremento della loro presenza sta già provocando molti licenziamenti in settori come contabilità, finanza e amministrazione. Si calcola che su ogni quattro lavoratori che perderanno il loro impiego solo uno avrà la fortuna di ricollocarsi. Quali saranno gli effetti di tutto ciò? Ovviamente quelli che il sistema ha sempre desiderato: l’abuso della tecnologia favorirà enormemente i fornitori di capitali, come azionisti e investitori.

Ci sarà inoltre un divario di ricchezza sempre maggiore tra il mondo del lavoro, ridotto in schiavitù, e quello del capitale, che godrà sempre più alti profitti. Viene perciò posta in essere in maniera sempre più esplicita una situazione nella quale andranno a svanire completamente gli avanzamenti di carriera dettati dai meriti personali: chi avrà i soldi se li terrà e investendoli bene potrà moltiplicarli, mentre chi non li ha, a prescindere dal suo grado di preparazione personale, dovrà mettersi l’elmetto e combattere la guerra tra poveri voluta dal sistema, sperando che i robot abbiano ancora lasciato qualche briciola per cui lottare. Tutto questo determinerà, nei paesi maggiormente industirializzati, un progressivo calo dei redditi per gran parte della popolazione, per un motivo molto semplice: se prima, pur nella concorrenzialità data dal fenomeno migratorio, le professioni da poter intraprendere erano molteplici, adesso il numero degli aspiranti lavoratori rimane il medesimo, ma, assottigliandosi quello dei lavori da poter fare si verifica una situazione per la quale la domanda diminuisce e le richieste permangono identiche, anzi, con i licenziamenti previsti sono destinate ad aumentare progressivamente. Il motivo per il quale oggi ci troviamo in questa situazione in cui il lavoratore è sostituito nei suoi compiti da una macchina è facilmente deducibile: come detto precedentemente gli esperti di economia mondiale hanno chiamato questo passo del capitalismo verso il suo processo di “emancipazione dall’uomo”, quarta rivoluzione industriale.

È proprio dalla prima che sono nati tutti i problemi che oggi si sono radicati e rischiano di dare il colpo di grazia definitivo al mondo del lavoro. Fin dall’inizio era chiaro l’intento che portò i capitalisti all’inserimento di macchinari nella dinamica lavorativa: se da una parte indubbiamente c’era la necessità e la voglia di fare un lavoro di qualità maggiore rispetto a ciò che avrebbe potuto realizzare l’uomo, dall’altra immediatamente si pensò di ridurre il numero dei salariati o, quando l’occhio umano si rivelava essere indispensabile,a rendere il lavoro dell’uomo marginale, quasi ininfluente, cosi da poter abbassare il compenso economico da dargli. Le organizzazioni sindacali di allora, seppur numericamente potenti e, almeno in certi casi, non colluse con il potere come accade oggi, sottovalutarono colpevolmente il pericolo e si limitarono a vedere le conseguenze positive che sarebbero derivate per l’operaio dal fatto di avere un aiuto esterno, ovvero la minore fatica nel compiere il proprio dovere e tutto ciò che da questo consegue.

La storia avrebbe dovuto ricordare però che i capitalisti non fanno mai nulla per il bene di chi gli consente con il proprio sudore e la propria fatica di avere un alto profitto, anche se questo convergesse con i propri interessi solo in minima parte. All’imprenditore o al proprietario terriero di turno non interessava affatto che l’uso dei macchinari potesse garantire una condizione di vita migliore ai suoi dipendenti, l’unica cosa che gli importava era risparmiare denaro utile ad incrementare il proprio capitale accumulato. Il sindacato, colpevolmente o meno, chiedendo condizioni di lavoro migliori ha fatto il gioco delle grandi aziende, le quali hanno risposto a questa esigenza riempiendo i luoghi di lavoro di macchine ma di fatto svuotandoli di personale.

C’è già una lista infinita di mestieri antichi che prima svolgevano un’importante funzione a livello occupazionale ed ora, per colpa della tecnologia, non hanno più ragione d’essere. La sensazione, che pare essere sempre più una certezza, è che quella lista si allungherà ulteriormente se il processo di tecnologizzazione del lavoro non si arresterà. I proprietari delle società non vedono questo tipo di tecniche innovatrici come un supporto al lavoro umano, ma come un modo per sostituire le persone, a cui non avranno più motivo di dare uno stipendio, seppur basso, ogni mese.

Dall’altra parte agli errori sindacali si sommava la subalternità di una destra radicale eternamente contraddittoria, che nelle parole, nelle propagande, si lanciava in termini importanti come socializzazione, corporativismo e altro, mentre nella realtà, sia per mero opportunismo politico sia per pura incapacità, non ha mai saputo porsi come soggetto a difesa della classe lavoratrice, elaborare una strategia sindacale adeguata, o ancor meno anticipare le mosse prevedibili dei capitalisti, ai quali anzi spesso e volentieri stringeva la mano e chiedeva consensi. Il lavoratore perciò, lasciato senza una rappresentanza politica adeguata, non ha avuto la forza necessaria per porsi come interlocutore autonomo nelle dinamiche di contrattualizzazione, ed è stato usato spesso dalla politica come elemento di pressione per scopi diversi nel corso degli anni.

La Comunità Politica di Avanguardia, ravvisata tale assenza di rappresentatività della classe lavoratrice all’interno delle istituzioni politiche, intende, attraverso i propri mezzi, dare voce alle istanze sociali di coloro che dal punto di vista economico sono i più deboli, e quindi le prede preferite dell’usura transnazionale. A tal fine propone a questi ultimi di compattarsi sotto le insegne dell’antimondialismo e dell’anticapitalismo e dare il via, senza fare alcun compromesso con il sistema, a quel progetto di cambiamento radicale dei rapporti di forza all’interno della comunità nazionale e non solo che da tempo persegue.

 
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