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Un dramma sociale chiamato lavoro PDF Stampa E-mail

Dal n° 357 - Marzo 2016

Scritto da Daniele PROIETTI   

Da questo numero abbiamo il piacere di ricevere e pubblicare gli articoli del giovane camerata Daniele Proietti. Ci ha contattati, dopo aver conosciuto “Avanguardia” e il corso politico della omonima comunità politica, affermando che ritiene l’esperienza politico-culturale delle stesse tra le poche affini al suo pensiero e stile di vita.

Il termine dramma in Italia viene spesso e volentieri abusato. Le fonti di informazione, come ad esempio i telegiornali delle maggiori reti televisive italiane, utilizzano tale parola nei loro servizi giornalistici per riferirsi alle cose più futili, come la fine di un matrimonio tra una coppia famosa oppure il termine della carriera di un calciatore tecnicamente valido. Purtroppo i cittadini ripropongono nelle strade lo stesso linguaggio che odono approcciando durante la giornata a tali mezzi, i quali trovano la loro finalità nel distrarre la massa dai problemi veramente importanti, causati dal sistema capitalista transnazionale che governa la nostra nazione. Uno dei temi che si pone nella propria gravità in tutta evidenza è quello del lavoro, davanti al quale da sempre il capitalismo mostra tutti i suoi limiti. Nonostante le allegre recenti dichiarazioni dell’attuale ministro del lavoro Giuliano Poletti, il quadro che ci troviamo davanti è a dir poco desolante. L’ultima riforma varata in materia dal governo Renzi non ha avuto alcun elemento di discontinuità rispetto a quelle antecedenti ad essa, e ha proseguito sulla loro falsa riga. Gli effetti infatti sono i medesimi, ovvero costante riduzione dei diritti sociali dei lavoratori e al contempo progressivo ampliamento della libertà di licenziare da parte del datore di lavoro. I governi che in questi decenni si sono succeduti alla guida dell’Italia hanno avuto la completa libertà di fare il bello e il cattivo tempo anche perché chi, almeno secondo gli schemi convenzionali, avrebbe dovuto assumere una posizione di difesa nei confronti dei lavoratori, si è rivelato essere complice del sistema. Lo strumento del sindacato infatti da tempo ha smarrito la sua caratteristica originaria di elemento estraneo al gioco politico avente a cuore esclusivamente gli interessi di chi lavora per diventare un gruppo di pressione usato ad orologeria dall’una o dall’altra parte politica nei momenti in cui è necessario un avvicendamento al comando della nazione. Si determina pertanto una situazione nella quale il lavoratore si sente smarrito, non protetto, e, davanti alle difficoltà della vita quotidiana si trova costretto ad accettare quello che gli viene imposto, anche quando questo è contrario ad ogni logica di salvaguardia della dignità di un essere umano. La malattia del secolo infatti ha un solo nome, e non si cura con un vaccino, come forse piacerebbe alle case farmaceutiche multinazionali: si chiama precariato.

I politici rifiutano questo termine, che per il loro linguaggio risulta forse essere troppo diretto, e pensano di confondere le persone parlando di flessibilità. Ad introdurre questa parola nel vocabolario politico italiano in maniera esplicita e prepotente nei modi fu Marco Biagi, che ricopriva la carica omologa di Poletti in un governo presieduto da Silvio Berlusconi. Egli nel duemilatre si rese artefice di una riforma che sostanzialmente introduceva in maniera definitiva la flessibilità, e quindi il precariato, in Italia. Lo fece in prima istanza attraverso l’istituzione della modalità di contratto a progetto, e in secondo luogo attraverso una serie di norme interne al provvedimento che davano la possibilità al datore di lavoro di sciogliere un rapporto di collaborazione con un dipendente in maniera molto più semplice, mettendo a rischio quindi il futuro di milioni di persone. Come ha ammesso lo stesso Matteo Renzi nel corso di una conferenza stampa in cui presentava il provvedimento attraverso cui il suo esecutivo ha pochi mesi fa regolamentato il mondo del lavoro, tale provvedimento riprende in tutto e per tutto le linee guida della legge Biagi, e, a conferma di ciò, possiamo trovare molte somiglianze se guardiamo i dati relativi all’andamento occupazionale nel periodi immediatamente successivi all’entrata in vigore delle due norme. Fermo restando che in questo preciso momento storico stiamo attraversando la fase ascensionale della crisi economica e quindi generalmente le condizioni risultano essere peggiori rispetto a tredici anni fa, similare è ad esempio l’ aumento degli occupati in questo tempo di assestamento all’indomani dell’entrata in vigore delle normative. Ma per quale ragione il dato riguardante il numero dei cittadini aventi un posto di lavoro aumenta, dando cosi sostanza apparente all’esaltazione dei membri del governo di turno e di conseguenza dei media? Ciò si determina solamente perché la flessibilità applicata nella concretezza fa si che se da una parte sia più agevole licenziare dall’altra sia più facile assumere. Furbescamente quello che agli italiani viene presentato come “dato degli occupati a livello nazionale”, contiene al suo interno anche coloro che hanno un contratto di lavoro a tempo determinato, ovvero i precari, essendo tale dato il frutto di un analisi del tutto contingente, nella quale si esamina la situazione della persona al momento dell’elaborazione dello stesso. Concretamente quindi se un ragazzo ha un contratto della durata di tre mesi e in quel lasso di tempo viene fatta l’indagine, quel ragazzo risulterà essere tra gli occupati. I giornali, i telegiornali, le radio, tutto ciò non lo spiegano a chi li vede, legge o ascolta, e cosi l’italiano medio resta convinto che la situazione sta migliorando grazie alle misure prese da questo o quel governo. La precarizzazione del lavoro innesca una molteplicità di effetti tutti a favore della grande finanza nazionale e in prospettiva internazionale. Nel momento in cui il lavoratore assiste al proprio indebolimento come categoria all’interno della comunità nazionale e vede i propri diritti calpestati dopo una primissima fase di voglia di adoperarsi per cambiare le cose, rendendosi conto di essere solo e indifeso finisce di accontentarsi di ciò che il sistema gli propone. Al contempo, colui che non ha lavoro e ne è in cerca, osservando una situazione cosi poco edificante, abbassa le proprie pretese. Ne consegue inevitabilmente che il capitalismo ottiene qui la sua vittoria, in quanto mette tutti al proprio servizio, consapevole del fatto che ognuno ha la consapevolezza di poter essere sempre sostituito essendoci milioni di persone pronte ad accettare di tutto. Si innesca perciò una competizione al ribasso che fa il gioco degli imprenditori, e che viene sensibilmente amplificata dal fenomeno migratorio, provocato dalle aggressioni economico finanziarie e militari dell’occidente mercantilistico nonché lascito per certi versi dell’epoca di sfruttamento coloniale operato dalle potenze plutocratiche, che trova il proprio senso nel far arrivare nel nostro paese migliaia di individui, che il capitalismo vede come potenziali lavoratori da sfruttare, che, accontentandosi spesso di avere ancora meno, fungeranno da nuovi competitori per i lavoratori italiani. In questo tipo di discorso si inserisce una considerazione importante. Negli ultimi decenni in Italia hanno avuto accesso alle istituzioni parlamentari dei partiti comunisti, che spesso hanno contribuito a formare la coalizione di governo. Ci si potrebbe domandare perciò come mai queste forze politiche non sono mai andate oltre ad un opposizione di facciata dettata da ragioni puramente elettorali e che è stata sempre artatamente centrata sugli effetti dei problemi inerenti al lavoro e mai sulle cause. Il motivo è che la sinistra, il comunismo o come vogliamo classificare una determinata area politica, non può permettersi di portare a fondo una critica totale e politicamente fondata al capitalismo, perché alterna l’attenzione alla classe più debole all’accoglienza agli immigrati, non comprendendo che assecondando il fenomeno migratorio si fa il gioco del capitale. È improcrastinabile quindi addentrarsi in un discorso proficuo che verta esclusivamente sui problemi e sulle necessità che ora vivono e hanno gli italiani. Occorre pertanto affrontare il problema del lavoro partendo dagli elementi causali che lo determinano. La domanda da porsi per identificare tali elementi è la seguente: Chi ha interesse nel fatto che ci siano milioni di disoccupati e milioni di precari? A chi fa comodo che un giovane oggi si trovi nella condizione di fare fatica a progettare un futuro essendo le proprie condizioni economiche incerte? In tutti e due i casi la risposta è la medesima: al sistema. Il capitalismo e il comunismo sono due sistemi simili per un verso, entrambi vogliono l’uguaglianza nella miseria, anche se la ottengono in maniera diverse. Una persona economicamente instabile è una persona sottomessa, costretta ad usufruire degli strumenti attraverso i quali il capitale interagisce con i cittadini. Ad esempio è innegabile il fatto che se oggi comprare una casa diventa difficile di conseguenza aumenterà il numero dei prestiti emessi dalle banche, per la felicità dei soliti noti, che possono tenerci perennemente sotto il loro ricatto usuraio. Scorrendo mentalmente i nomi di coloro che hanno occupato nei governi italiani nel corso dei decenni un ruolo di fondamentale importanza come è quello di ministro del lavoro notiamo il fatto che si tratta sempre di persone proveniente da un certo ambiente, inclini quindi a favorire costantemente l’interesse della parte forte rispetto a quella debole nella contesa duale tra datore di lavoro e lavoratore. Una delle caratteristiche fondanti del capitalismo risiede nel fatto che esso spersonalizza l’individuo, rendendolo da persona creativa un mero soggetto di produzione, in lotta con altri soggetti per il presente, non potendo mai guardare al futuro. La mancanza di una visione di prospettiva della propria esistenza è qualcosa che sta diventando comune a molte persone, le quali impegnate a fronteggiare giornalmente i problemi che la crisi del lavoro determina, dimenticano di preoccuparsi del proprio avvenire, vedendolo come qualcosa di lontano e quindi al momento poco importante da esaminare. Il capitalismo, essendo un sistema economico che fa del cinismo la propria peculiarità, si approfitta anche di tutto questo. Da molti anni infatti il sistema pensionistico nazionale risulta essere sotto attacco, e questo rientra perfettamente nell’ottica di uccidere il poco stato sociale ancora rimasto in Italia, fine che da tempo muove le azioni della partitocrazia nazionale. Le riforme fatte dai vari governi in materia, parimenti a quelle riguardanti il lavoro, essendo animate da uno spirito sostanzialmente affaristico e mai popolare, sono risultate essere tutte peggiorative sia nella parte in cui regolamentavano la fine di un rapporto professionale e quindi il termine di una carriera lavorativa e le modalità di uscita dal mondo del lavoro e di ingresso in quello pensionistico, sia laddove si esprimevano specificatamente riguardo a coloro che sono in pensione e al loro trattamento economico. L’età lavorativa è stata aumentata, questo non tenendo in nessun modo conto di diversi fatti. Il primo è che non tutti i lavori sono uguali, e se un anno o due per chi svolge una professione sedentaria può significare poco, in altri ambiti può fare la differenza, il secondo è che tenendo per altro tempo una persona impegnata professionalmente si impedisce a un giovane che vuole entrare nel mondo del lavoro di farlo.

Da tempo abbiamo capito che per i governi italiani, che concordano con la linea liberista di un Europa ormai palesemente serva degli Usa, la prospettiva da cui guardare il problema del lavoro è solo ed esclusivamente quella aziendale, e mai quella del lavoratore. Partendo da questo possiamo facilmente intuire che posticipare l’andata in pensione di un dipendente per l’azienda vuol dire per prima cosa non doversi preoccupare almeno nell’immediato di assumerne un altro, in secondo luogo vuol dire anche posticipare la data nella quale il dipendente in questione viene liquidato. Ciò dimostra come l’azienda non abbia alcun interesse ad attuare un ricambio. Il risultato sono giovani disoccupati e persone mature costrette ad attendere quello che già dovrebbero avere. I pensionati dal canto loro sono alle prese con altri problemi. Risultano essere al centro di ogni campagna elettorale, ogni candidato gli promette di tutto, ma a fronte di un costo della vita che aumenta in maniera esponenziale il loro trattamento economico resta intatto, anzi, in alcuni casi recede. Purtroppo non è assolutamente facile ipotizzare un miglioramento della situazione qui descritta nel breve o nel medio termine, essendo ormai l’Italia da decenni in una condizione di sovranità completamente azzerata, incapace perciò di prendere delle decisioni che vadano a contrastare la deriva capitalista di un’Europa incapace di esprimere se stessa. Solo un governo che ha a cuore gli interessi del proprio popolo può mettere la questione lavoro al centro dell’agenda politica nazionale e ridare all’Italia e agli italiani la dignità che meritano. Di certo non lo faranno mai dei burocrati che agiscono per interessi di altri, preoccupati solo di mantenere intatto l’ordine delle cose.

 
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