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I crimini polacchi contro la minoranza tedesca in Polonia PDF Stampa E-mail

Dal n° 355 - Dicembre 2015

Scritto da Pio DE MARTIN   

“In base all’imposizione di Versaglia, la Germania dovette cedere al nuovo Stato polacco 50.000 kmq, ossia un decimo circa del proprio territorio, con 4,4 milioni d’abitanti, ossia un tredicesimo circa della propria popolazione. Con frontiere incredibili, vennero così troncati secolari vincoli storici e culturali, frantumando una regione che costituiva un blocco economico compatto. La Prussia orientale venne privata di ogni continuità territoriale col Reich; la città prettamente tedesca di Danzica, posta sotto l’autorità polacca; la porzione della Prussia occidentale rimasta al Reich, isolata dalla Vistola; la provincia di Posen, testimonianza dell’opera di incivilimento tedesca, abbandonata alla Polonia, e l’Alta Slesia – terra tedesca formatasi ad unità fin dal 1335 - divisa arbitrariamente in due parti (..) La rapina delle terre tedesche si accompagnò, già a partire dagli anni Venti, ad atti terroristici, maltrattamenti, mutilazioni, uccisioni, contro la popolazione tedesca. Nel 1939, il 1° settembre il governo di Varsavia trasmetteva via radio, a brevi intervalli, l’appello N.59: tale appello è una delle prove che le violenze contro i tedeschi avevano il carattere di un’azione organizzata da un organo centrale e diretta dalle autorità ufficiali”. Così il Dott. Hans Schadewaldt nel volume “Documenti della crudeltà polacca” di cui in appresso.

Sui crimini commessi dai polacchi – civili coadiuvati da militari, poliziotti, gendarmi – contro il gruppo etnico tedesco in Polonia, a partire dal 1920, permane, dopo settant’anni, la pressoché totale disinformazione da parte degli “storici di corte”, dei media e dei politici allineati.

Già pochi mesi dopo i massacri perpetrati a Bromberg, Pless, Stopanica, Posen, ecc., il Ministero degli Esteri del Reich aveva pubblicato una impressionante documentazione fotografica nel volume, a cura del Dott. Hans Schadewaldt, che in edizione italiana venne distribuito col titolo “Le atrocità polacche contro la minoranza tedesca in Polonia”, Volk und Reich Verlag, Berlino 1940, ed in seconda edizione ampliata nello stesso anno, “Documenti della crudeltà polacca”, di cui alleghiamo soltanto qualche esempio fra le numerose agghiaccianti illustrazioni degli assassinati (questi documenti fotografici sono stati censurati, pour cause, per oltre mezzo secolo; nessun “Corriere della Sera”, nessun “la Repubblica”, nessun “Avvenire”, nessun “Libero” le ha pubblicate; a nostra conoscenza alcune delle foto sono state portate alla luce dalla rivista nordamericana non-conforme “National Vanguard” (diretta da un professore universitario) nel n° 18 del 1973, poi dal periodico “l’Uomo libero”, ed ancora nel 2010 nel testo del Dottor Valli sottocitato. Di recente, l’editrice Effepi di Genova ha curato una ristampa di “Documenti della crudeltà polacca” con allegato un CD).

L’indimenticato analista storico-politico Gianantonio Valli, documentatissimo (nei suoi grossi volumi spesso la sezione bibliografica è più corposa del testo intero di altri autori), fa il punto della situazione:

“… quanto accaduto agli allogeni tedeschi massacrati dai «concittadini», beneplacitanti e istiganti le autorità polacche sia civili che militari, non solo nel luglio-agosto 1939, ma soprattutto nei primi giorni del settembre. Oltre alle migliaia di civili vessati ed uccisi negli anni e nei mesi avanti il 1° settembre (dal marzo 1933 l’Auswärtiges Amt riceve 15.000 rapporti sulle violazioni compiute dai polacchi contro i Volksdeutschen, mentre dal marzo a fine agosto sono 75.535 i profughi ricoverati nei campi di raccolta del Reich, nel numero non essendo compresi quelli rifugiatisi a Danzica o non passati per i campi di raccolta, e oltre 50.000 quelli internati dai polacchi), sconvolgenti sono le immagini degli assassinati nei primi giorni di guerra. Corrono ancora, invero, per tali assassinati, le pudiche cifre di 500 (di cui 150 per la sola «domenica di sangue» di Bromberg, 3 settembre) o 2000 (cifra allegata nel 1959 dal polacco Karol Pospielszalski dell’Institut Zachodni di Posen), 3500, 3841, «un minimo di 4-5000», 4500-6000, «almeno 5000», «circa 7000» e «non meno di 7000» per altri.

E in tutte le fonti troviamo la scusante, per gli assassini polacchi belve umane istigate dall’irresponsabilità anglo-francese, dello «stato di necessità» per garantirsi da una «quinta colonna», il che dovrebbe in qualche modo attenuare il bestiale comportamento della «povera» Polonia.

Invero, il numero di cadaveri di allogeni tedeschi rinvenuti e identificati al 1° febbraio 1940 non è di 500 né di 5437 come usualmente riportato (il secondo dato si riferisce ai cadaveri identificati fino al 17 novembre 1939), ma di 12.857, deportati a partire dal luglio 1939 con altri 45.000 Volksdeutschen strappati da 1131 cittadine e villaggi di Posnania e Pomerelia, costretti a marciare in quaranta grandi colonne per centinaia di chilometri ad oriente: a 58.000 uomini, donne e bambini si devono quindi globalmente contare gli uccisi (oltre 20.000, riassumono Hans Werner Woltersdorf e Heinz Thomann, dei quali 12.857 identificati… e si tenga presente che nell’intera campagna erano morti «solo» 10.572 militari tedeschi) e i sequestrati (nell’articolo del 28 dicembre 1941 su Das Reich Goebbels parla, errando, di 60.000 assassinati) tra i 625.000 Volksdeutschen nelle sole prime tre settimane del settembre 1939.

[Deanna Spingola, citando un censimento polacco (6 aprile 1939?) fa ascendere a 741.000 i componenti del gruppo di etnia tedesca residenti in Polonia].

Tormenti e massacri spaventosi, pianificati ai più alti livelli governativi (vedi il comunicato n.59, lanciato da Radio Varsavia il 1° settembre) e dalle autorità civile o militari periferiche. Ma le vittime dei massacri non sono solo civili: quanto agli allogeni tedeschi presenti quali militari in forza nell’esercito polacco, gli assassinati dai loro ufficiali o «commilitoni» o, per usare due eufemismi, gli scomparsi e i «dispersi» sono, al febbraio 1940, oltre 5.400.

A contraltare, e a parte le vittime fatte dall’immediata reazione tedesca a tanto scempio, per la quale reazione il 4 ottobre 1939 Hitler emette un decreto di grazia e non luogo a procedere contro i «colpevoli», stanno i 156 polacchi che, identificati e giudicati dai Sondergerichte, verranno giustiziati quali responsabili.

A dar prova della scrupolosità della giustizia tedesca basti rilevare che uno dei più grossi processi, quello contro Jan Drzewiecki e altri 37 individui imputati dell’assassinio di 230 Volksdeutschen, si protrae fino al 1° aprile 1942 e si conclude con 21 condanne a morte, una a cinque anni di lavori forzati e 16 assoluzioni motivate in 177 pagine”.

 

 

(G.Valli: “L’ambigua evidenza – L’identità ebraica tra razza e nazione”, edizioni Effepi, Genova 2010, pp. 631-643).

 
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