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Dal n° 352 - Settembre 2015

Scritto da Fabio PRETTO   

L’8 agosto 1956 nella miniera di carbone di Marcinelle (Belgio) un incendio sviluppatosi in maniera casuale provoca la morte di 262 minatori dei 275 presenti. La maggior parte di questi erano italiani: 136. Il popolo italiano viene a sapere in questa triste maniera cosa significa per altri italiani emigrare per cercare quel lavoro che in Italia non c’è per tutti. Sono le 8.10 del mattino quando la tragedia si compie. Le squadre di soccorso lavoreranno fino al 22 agosto quando i responsabili dei soccorsi pronunciano la frase che toglie ogni speranza ai familiari che ancora sono in attesa di notizie sui loro congiunti:-“Tutti cadaveri”.

Negli anni successivi alla seconda guerra mondiale il Belgio, per risollevare la sua economia, tenta un rilancio industriale attraverso lo sfruttamento delle miniere di carbone. La chiameranno “la battaglia del carbone” e da parte del governo belga c’è la volontà di non ricorrere a mano d’opera straniera ma ben presto questa idea è accantonata e il Belgio deve trovare manodopera in ambito europeo attraverso l’immigrazione. I paesi dell’est che oramai sono governati dai partiti comunisti e in pratica sottomessi all’URSS non sono più in grado di fornire manodopera. Il Belgio si rivolge quindi all’Italia che, oltretutto, è uscita dalla guerra sconfitta e con enormi problemi di occupazione. E mentre durante il Fascismo si cercava di creare lavoro per far rientrare coloro che tra la fine del 1800 e l’inizio del 1900 erano emigrati in varie parti del mondo, i governi democristiani di allora pensarono bene di invogliare i lavoratori italiani a emigrare in Belgio. Solo anni dopo si saprà quello che c’è alle spalle dell’emigrazione italiana nel mondo nel secondo dopo guerra e soprattutto cosa c’è dietro la tragedia dei minatori italiani di Marcinelle.

Già nel 1946 (23 giugno) è firmato un protocollo d’intesa italo-belga, dove si prevede l’invio di 50.000 lavoratori italiani in cambio di forniture di carbone a prezzo agevolato. I puttanieri politici che governavano allora (padri politici di quelli attuali) convincono i lavoratori italiani a trasferirsi in Belgio e mediante l’affissione di manifesti in tutta l’Italia esaltano i “magnifici” aspetti di questo lavoro all’estero: buoni salari, viaggio gratuito, assegni familiari, ferie pagate e pensioni anticipate. Coloro che vanno in Belgio si accorgono ben presto che nei manifesti erano state descritte solo le caratteristiche positive del lavoro e si trovano a essere accolti in baracche fredde d’inverno e infuocate d’estate. Alla faccia degli accordi che presumevano alloggi appropriati. Ma questo i minatori italiani non lo sapevano e tanti, a causa della mancanza di alloggio, non potranno ricongiungersi con i loro familiari. Moriranno senza rivederli. Difficile trovare in quei momenti alloggi in affitto anche perché i belgi discriminavano i lavoratori stranieri. Tipico atteggiamento che i colonialisti belgi porteranno nei paesi africani dove avranno modo di farsi conoscere per le loro crudeltà. A tutto questo si aggiungono le condizioni di lavoro dure e malsane, le misure di sicurezza in pratica nulle, le malattie professionali che i minatori si porteranno addosso tutta la vita. Fra il 1946 e il 1955 nelle miniere del Belgio moriranno 500 italiani.

È con al governo Alcide De Gasperi che il protocollo italo-belga è firmato. È Alcide De Gasperi che manda i lavoratori italiani al macello per ricevere in cambio qualche tonnellata di carbone.

Oggi gli scafisti inviano in Italia manodopera a basso costo a seconda delle richieste del capitalismo mondialista. Quella volta i democristiani inviavano in Belgio i lavoratori italiano a morire nelle miniere su richiesta dei capitalisti belgi. Scafisti ante litteram.

 
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