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LA “CRISI” PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
Mercoledì 22 Luglio 2015

In questo scritto si analizzerà brevemente lo sfacelo politico attuale; si enumereranno eventi apparentemente eterogenei (come la “decolonizzazione” del terzo mondo, le migrazioni umane, la perdita di sovranità degli Stati europei); ma riconducibili tutti a due fondamentali accadimenti storici: gli accordi di Bretton Wood del 1971 e il trattato di Maastricht del 1992, allorché viene instaurata, in un primo tempo, la dittatura globale del dollaro e, successivamente, il definitivo smantellamento del concetto di “Stato-nazione” in Europa. Dando per scontato che i metalli preziosi, l’oro in particolare, rappresentino valori di riferimento convenzionali e che la banconota sia un’ulteriore degenerazione della rappresentazione di un bene reale, con gli accordi di Bretton Wood si sgancia il dollaro dalla convertibilità aurea. Questa banconota privata, di cui l’euro è elemento complementare, da allora verrà considerata come bene in sé, sì da lasciare aperta la strada ad una delle più grandi truffe della storia. Se la Repubblica Ellenica, oggi, viene presentata come una “nazione di fannulloni” e di “debitori insolventi”, è perché la realtà, in nome di questa truffa, è stata volutamente invertita: “debitore” e “fannullone” sarebbe chi lavora la terra e produce beni reali col sudore del proprio lavoro, non chi fa credere che della carta straccia possa valere come bene in sé! Per la realizzazione di questa truffa, dunque, è stato necessario fabbricare un intero arsenale di menzogne; per esempio: al fine distruggere ogni forma di Stato sociale, è stato coniato il termine “assistenzialismo”: secondo questa mistificazione, qualunque forma di altruismo sociale (l’assistenza agli anziani e ai disabili, il soccorso ai malati, l’educazione giovanile…) sarebbe “parassitismo”, “zavorra frenante la crescita”. “Tra la fine degli anni ‘60 e l’inizio degli anni ‘70 l’economia capitalistica si trovò ad un punto di svolta: si esauriva in quegli anni la spinta della ricostruzione post-bellica (…) La prima motorizzazione di massa, l’avvento della televisione, la diffusione di alcuni elettrodomestici di base, l’edilizia popolare e le grandi infrastrutture furono il punto di arrivo di quel ciclo produttivo (…) Si arrivò, perciò, ad una saturazione del mercato e ad una stasi produttiva che, portando al ribasso il saggio di profitto, rischiava di trascinare nella crisi tutto il sistema economico con la sua impalcatura sovranazionale” (*). Che il capitalismo sia un sistema privilegiante il dinamismo, è arcinoto; e le guerre moderne –di tutte le intensità- ne sono il propellente per eccellenza. Ora, essendo, questo, il tempo in cui il senso dell’onore ha raggiunto il suo minimo matematico, questi stessi conflitti devono essere considerati come qualcosa di massimamente vile: basterebbe pensare al computo dei caduti, in cui la percentuale dei militari (cioè dei professionisti della guerra) va diminuendo proporzionalmente all’accrescimento delle vittime civili. Battersi con un avversario disarmato è da vili! Un esempio di guerra vile per eccellenza è la guerra climatica: una guerra che il cittadino inerme può solo subire. Questa modalità bellica possiede molteplici finalità; ma quello più immediato e visibile è evitare la “stasi produttiva”: distruggere la salute e l’ambiente garantisce i consumi anche in quelle comunità le cui attitudini al consumo sono sempre state minime (si pensi alle residue comunità rurali). Appare come fatto evidente che, “forzando la mano” alla natura, per esempio generando cataclismi meteorologici intensi quanto rapidi, in zone che non hanno mai conosciuto simili fenomeni, si creeranno i presupposti per il forzoso incremento dei consumi, sì da tenere in vita un’industria sfornante prodotti altrimenti inutili. Ciò spiega perché, in questo gioco al massacro, a trarre i maggiori profitti sarà sempre e comunque l’industria chimico-farmaceutica. “Destabilizzare l’ordine pubblico per stabilizzare quello politico” è stato uno dei cavalli di battaglia della guerra fredda: questo stesso obiettivo, oggi, viene perseguito utilizzando basi radio, riscaldatori ionosferici, impianti satellitari terrestri e orbitali (e tanto altro ancora) in grado di generare attacchi elettromagnetici in qualunque zona della Terra (per approfondimenti sul tema, consultare gl’indirizzi-web riportati in calce). Queste destabilizzazioni, come accaduto recentemente nel Nepal, saranno immediatamente seguite dagli inevitabili “aiuti umanitari” (sempre scortati dagli immancabili marines) e da prestiti forzosi a tasso di usura erogati da quelle stesse centrali finanziarie che stanno annientando il tessuto sociale europeo. Memorabili furono gli attacchi HAARP contro le centrali nucleari di Fukushima (al tempo necessari a terrorizzare uno dei più grandi creditori della “Federal Reserve”) e contro Haiti, i cui abitanti furono fatti oggetto del più grande espianto di organi della storia (operazioni chirurgiche effettuate su morenti bambini haitiani a cui partecipò la marina militare italiana, mettendo a disposizione le attrezzatissime sale operatorie della portaelicotteri “Cavour”). “In questo contesto macroeconomico vengono forzatamente chiamati in gioco i paesi del terzo mondo, applicando un disegno che già si era delineato nel dopoguerra con la decolonizzazione forzata e generalizzata. Si può dare qualsiasi giudizio sul periodo di espansione coloniale e si possono anche fare tutti i distinguo tra forma e forma di colonizzazione: in molti casi non si è trattato di occupare spazi vuoti o posizioni geopoliticamente vantaggiose, ma di puro e semplice imperialismo sostenuto dall’armamentario ideologico giudeo-cristiano [benché il revisionismo storico stia scagionando il colonialismo iberico –come dimostrano le etnie predominanti in Messico, in Perù, in Bolivia, in Ecuador… ma non gli USA o il Canada- da qualunque inclinazione genocida, al contrario di quanto accaduto in àmbito protestante, laddove i Nativi d’America furono fatti oggetto di uno sterminio sistematico –N.d.R.] o da quello laico-illuministico, entrambi fusi nel nazionalismo sciovinista e borghese di stampo ottocentesco, a seconda dei bisogni e dei casi. Pur tuttavia, una cosa è certa: se lo sfruttamento delle risorse minerarie e territoriali rispondeva alle mire affaristiche delle grandi compagnie in combutta con le classi politiche borghesi, il sistema coloniale tendeva anche a valorizzare le potenzialità e le risorse agricole ed agro-forestali proprio in vista di un radicamento permanente sul territorio Ciò che la decolonizzazione ha spazzato via non è stato il colonialismo come sistema di sfruttamento, ma gli ostacoli frapposti ad esso dagli insediamenti dei coloni; cioè i contadini, gli specialisti, le piccole imprese di bianchi in virtuale comunanza di interessi con le popolazioni autoctone per difendere uno spazio vitale dalle mire plutocratiche. A conti fatti -e senza nascondere gli sconvolgimenti culturali che, in ogni caso, la presenza degli europei tra le altre razze ha provocato e che ora si ritorcono contro di noi in forma di nemesi storica- il colonialismo storico costituiva un male minore rispetto al neo-imperialismo economico, che ha perfezionato il suo potere proprio da Bretton Wood in poi. Per inciso, non bisogna dimenticare che il lievito di cui si serve la plutocrazia per i suoi fini rimane essenzialmente l’azione culturale o meglio deculturante, trattandosi di mode, ideologie suggestioni tendenti a sradicare gli individui dal proprio humus personificante fatto di tradizioni, linguaggi e costumi specifici, e ad omologarli in una tipologia unica secondo canoni laici, edonistici, individualistici e materialistici conformi alla società planetaria che si va vagheggiando. Difatti, mentre in occidente l’ondata sessantottesca –presto rifluita nell’ideologia laica e libertaria e nel massimalismo proletario- servì solo a suscitare una svolta nel costume, tale da incrementare o favorire nuove forme di consumismo -così come esso progressivamente si prefigurava-, nel terzo mondo la nuova classe , (dis)educata nelle accademie e nelle università occidentali o nell’università «Lumumba» di Mosca, appariva la più conforme ad adottare modelli istituzionali e di sviluppo economico-produttivo cosiddetti democratici, ma totalmente alieni dalle situazioni socio-culturali ed ambientali dei rispettivi paesi” (*). Che l’URSS abbia svolto il compito di indispensabile controparte del capitalismo atlantico, non è dimostrato solo dall’andamento e dall’esito della seconda guerra mondiale. Come già osservato, l’oligarchia parassitaria internazionale, per sopravvivere, non ha bisogno di stasi e di ordine, ma di caos: un capitalismo senza guerre, epidemie, carestie, distruzioni di corpi e di anime… non sarebbe nemmeno immaginabile. L’URSS, dopo il Vietnam e prima dell’Afghanistan (dunque tra il 1975 e il 1980), non servì più ad alimentare il caos affaristico pattuito a Jalta dai distruttori d’Europa, perciò la si lasciò morire speculando sulla sua agonia politica e, come delineato dal teorico dello “scontro di civiltà” (Samuel Huntington), si puntò tutto sul sì detto “terrorismo islamico”: in questo modo, l’oligarchia parassitaria internazionale avrebbe avuto garantita la sua “guerra infinita”! Detto di sfuggita: il sì detto “terrorismo islamico”, di cui il sedicente «Stato Islamico di Iraq e Siria» è manifestazione perspicua, è fenomeno non-islamico nella misura in cui le efferate azioni compiute da questa orda di assassini rappresentano la perfetta antitesi di quanto esposto nel Corano: appare evidente la contraddizione di termini insita nella condotta di individui, i quali tolgono la vita in nome di un Dio che dà la vita e che è vita. Sulla sopravvenuta necessità dello smantellamento degli Stati-nazione europei giova sottolineare quanto segue: la fase nazionalistica, non a caso deflagrata dopo la rivoluzione francese e i sì detti “risorgimenti”, essendo sempre stata solo uno strumentale momento di transizione dal sistema feudale a quello iperliberale, oggi non ha più alcuna utilità. La sì detta “unione europea”, infatti, è il negativo ideologico del concetto di “Sacro Romano Impero”, l’antitesi perfetta dell’aristocrazia del sangue e del suolo. Ora, una siffatta, forzosa unificazione dei popoli europei, che non fosse stata anche supportata e affiancata dall’immigrazione afro-asiatica, non avrebbe avuto alcun senso: ecco perché alle destabilizzazioni finanziarie si connettono le ondate immigratorie e la devastazione del concetto stesso di “famiglia”, elargendo sempre più diritti a pederasti, lesbiche e invertiti di ogni specie. Il già citato “terrorismo islamico” poi, chiude i conti con quelle nazioni afro-asiatiche ancor vincolate al concetto di “Stato sociale” (come accaduto in Iraq, in Libia, e come accade in Siria) e a fornire mano d’opera schiavistica alle grandi multinazionali presenti in una Europa militarmente occupata dal 1945.

“Ritornando al riassetto dell’economia mondiale nei primi anni ‘70, in sintesi, ai paesi del terzo mondo venivano assegnati questi ruoli: avviare un processo di modernizzazione con i capitali cartacei messi a disposizione dalle banche d’affari occidentali e da restituire a tassi usurari. Subordinare il processo di modernizzazione delle infrastrutture civili e dell’apparato produttivo alla tecnologia occidentale. Sottostare alla divisione internazionale del lavoro con l’accoglimento delle tecnologie obsolete e i processi di lavorazione non graditi alle masse operaie sindacalmente garantite ed emancipate dei paesi occidentali. Permettere, nel contempo, alle multinazionali di sfruttare, per talune lavorazioni, il basso costo del lavoro. Diventare uno sbocco di mercato per i prodotti occidentali assumendone, di conseguenza, i modelli ideologici ed esistenziali. Sovvertire l’agricoltura di sussistenza in monocolture specializzate da riversare sul mercato mondiale. Lo stato di indebitamento del terzo mondo è cosa fin troppo nota: ma, forse, si è poco riflettuto sulle finalità occulte: facendo da cassa di compensazione della massa monetaria circolante, i paesi indebitati contengono le spinte inflattive che si avrebbero, se tale massa si concentrasse solo in occidente. D’altra parte, i tassi usurari costringono i paesi debitori a produrre solo per le esportazioni, mentre le imprese produttive che essi finanziano sono in larga parte occidentali. In sostanza, i capitali disponibili non hanno la possibilità di produrre una ricchezza che resti sul posto: del lavoro che creano, altri ne sono i beneficiari; in definitiva, interviene un trasferimento netto di beni e risorse contro una massa cartacea senza valore. Al di là delle cortine fumogene dei mass-media, la realtà è che i paesi creditori non hanno alcun interesse alla restituzione del debito: essi vogliono risorse reali e non carta moneta. Tutto al più, i rientri di capitali che sollecitano (ma alle banche di affari basta solo il rientro degli interessi maturati: l’insolvenza cronica è la condizione ideale che perpetua lo sfruttamento) devono servire per altri crediti, senza ricorrere alla stampa di nuova moneta cartacea che potrebbe alimentare spinte inflattive non desiderate. Oggi, poi, il sistema va perfezionandosi con la pratica degli accrediti: pura moneta astratta consistente in impulsi elettronici, quindi sempre più evanescente, reale solo per la fiducia convenzionale di cui gode” (*).

Trasposta di un ventennio, questa stessa analisi effettuata sul metodo di dissanguamento messo in atto contro il terzo mondo si attaglia perfettamente a quanto sta avvenendo in Europa: un continente unificato solo negli sproloqui propagandistici iperliberali, ma in realtà frammentato in Stati creditori, (Germania su tutti), e Stati debitori (Grecia, Italia, Spagna…), serve solo a perseguire gli interessi finanziari di parassiti che non sono certamente Tedeschi né Greci, né Italiani né Spagnoli: è stato questo, dunque, l’autentico significato del Trattato di Maastricht, e oggi, a distanza di ventitré anni, se ne scorgono tutte le fraudolenti finalità predatrici. Una presunta rivalità, creata opportunamente, oltre a garantire inimicizie di ordine intereuropeo e a lasciare agire indisturbatamente l’invasore, svia l’attenzione dal vero nodo del problema: creare una moneta unica per realtà economiche diversissime, significa gettare volutamente le basi per l’indebitamento cronico di tutti gli Stati della sì detta “area dell’euro”: “creditori” e “debitori” nominali, ma, di fatto, tutti soggetti ai dettami reali della grande usura! Non si creda, dunque, in codesta fantomatica “opulenza tedesca”: piccole e medie imprese, in Germania come in Grecia, hanno egualmente le ore contate; e se l’attuale plenipotenziaria della grande usura (Angela Kesner-Jentzsch) detta i tempi del dissanguamento da una Berlino occupata, è solo perché tenendo in pugno la Germania si tiene in pugno l’intera Europa. Solitamente, infatti, il parassita non attacca le zone periferiche di un organismo sano da iugulare, ma i suoi centri più irrorati di sangue: così, il sì detto “spread”, cioè il differenziale di rendimento tra i buoni del tesoro tedeschi e quelli di altri smobilitandi Stati europei, non potrebbe meglio rappresentare l’impossibilità di equiparare economie di impari industrializzazione sotto una stessa divisa monetaria: su questa irraggiungibile eguaglianza del tenore industriale di paesi diversissimi viene costruita tutta una cospicua letteratura terroristica: pretendere che un paese fondamentalmente agricolo, reggentesi anche sul turismo e sul suo indotto (come la Grecia), possa reggere il confronto con un altro dalla più che bisecolare industrializzazione (come la Germania), è come imporre a un vecchio contadino le stesse prestazioni di un ventenne atletico impiegato in una catena di montaggio. Su queste ineliminabili discrepanze poggia la grande truffa della sì detta “moneta unica europea”, sì come s’era già fatto col terzo mondo, al quale si concesse “libero accesso all’ONU”, a patto ch’esso recitasse la parte dell’eterno debitore di capitali astratti impostigli.

“Finora il gioco ha funzionato in quanto i paesi in via di sviluppo (anche questa definizione rivela tutto il senso di un destino predeterminato), allucinati dal benessere materiale dei paesi capitalistici e soggiogati da un modello di sviluppo inteso come universale, hanno aderito ad occhi chiusi alla teoria liberoscambista; con la convinzione che, ponendo sul mercato mondiale le loro produzioni più redditizie, avrebbero non solo contribuito ad incrementare la ricchezza globale ma anche partecipato, con il gioco del libero scambio, alla redistribuzione di tale ricchezza. Ma questa teoria –già criticabile in astratto- nella fattispecie ha funzionato in modo asimmetrico (…) Le ragioni vanno ricercate in tutto quanto abbiamo fin qui detto, ma anche e soprattutto nella qualità intrinseca di ogni bene, che ha un valore d’uso vincolante più di ogni altro fattore nella determinazione dello scambio. Per esempio: cereali e caffè non hanno lo stesso valore d’uso per evidenti ragioni; pertanto, è più facile, nell’ipotetico scambio caffè-grano, far fluttuare al ribasso il prezzo del caffè che non quello del grano. Nell’esempio fatto, non a caso i maggiori produttori cerealicoli sono gli americani, mentre il Brasile –paese fra i più indebitati del mondo- risulta il maggior produttore di caffè” (*).

A questo punto dell’analisi necessiterebbe compiere una breve escursione sulla nascita e lo sviluppo –teratologico- di multinazionali impegnate nella modificazione genetica di semi –di cui la Monsanto è leader indiscussa, fenomeno i cui obiettivi si possono sinteticamente inquadrare nella seguente filiera: 1) progressivo annientamento dell’autosufficienza agro-alimentare del medio e piccolo coltivatore; 2) implicita espansione della dipendenza dal mercato del transgenico; 3) diffusione di patologie derivanti dalla sostituzione di sementi naturali con sementi geneticamente modificate.

“Distrutte, dunque, le economie locali e l’agricoltura di sussistenza, sono venuti meno anche gli antichi equilibri sociali, le norme, i costumi sedimentati nel tempo e sublimati nella specificità e nella cultura di un popolo, tanto validi da permetterne l’esistenza storica in un determinato ambiente e in un determinato territorio. Oggi, le conseguenze dello sradicamento e della proletarizzazione di massa sono le torme di individui affamati e prolifici che si accalcano nei gironi infernali delle megalopoli, luogo di elezione di ogni stato di emarginazione, spingendo verso il nord del mondo per raccattar le briciole (per ora, almeno) di quei tre quarti di beni che un terzo della popolazione mondiale consuma (ed anche all’interno di quel terzo occorrerebbe effettuare qualche distinguo!). Dunque: affamati e prolifici; pure su questo punto occorre qualche precisazione: i due dati essendo indipendenti. Se questi popoli sono privati delle terre migliori e vedono depauperarsi il proprio territorio a causa di pratiche agricole (monoculture e deforestazioni) distruttive e antiecologiche, pur essi sono incapaci di attivare soluzioni alternative per recuperare un minimo di autosussistenza, in quanto –nella maggior parte dei casi- le conoscenze e le pratiche tribali si sono perse o sono state erose da un modernismo occidentalista che ha sconvolto finanche le abitudini alimentari di quelle popolazioni, grazie alle eccedenze alimentari riservati come «aiuti» (sic!) (*).

Chi è in possesso della conoscenza della terza dimensione della storia, seguendo lo sviluppo degli eventi in Grecia, non potrà esimersi dal prevedere la fine di un’èra. Gl’individui del Vecchio Continente, dopo la carneficina del 1939-1945, a conti fatti, eran stati ben lieti di sottomettersi a un invasore che li soggiogava con un benessere materiale poggiante sullo sfruttamento del terzo mondo “decolonizzato”. Ma il punto d’arresto di questa edonistica espansione –che non avrebbe certamente potuto procedere indefinitamente- coincide con l’istante in cui «colonizzatore» e «colonizzato» smettono d’essere distinguibili: Il ventennio 1971-1992 è l’arco temporale in cui avviene una chiara inversione di polarità, poiché il parassitismo liberale, non potendo più salassare impunemente solo il terzo mondo, per sopravvivere, si ritorce contro gli stessi statunitensi e contro i vinti europei, scaricando su di essi l’abissale debito provocato dallo sganciamento monetario dalla parità aurea. Ecco perché Bretton Wood e Maastricht vanno osservati come la fase di massima espansione di una plurisecolare dittatura finanziaria, di cui oggi viviamo il momento terminale. Se un individuo dalle facoltà intellettuali pressoché nulle, come il cantante Jovanotti, racconta senza reticenze le sue esperienze di “invitato speciale” a una recente riunione di un gruppo mondialista, è perché i più grandi criminali di tutti i tempi hanno accantonato ogni prudenza (tale è il loro strapotere): ciò lascia presagire tempi poco felici non solo per il genere umano, ma per la sopravvivenza stessa del pianeta.

Da ciò deriva la necessità di serrare i ranghi di tutti gli uomini liberi superstiti.

 

(*) Note estrapolate dal testo “Razza e usura” di Umberto Malafronte, èdito per i tipi di “Ar”, Padova, 1991.


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