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Le otto “R” della decrescita PDF Stampa E-mail

Dal n° 350 - Giugno 2015

Scritto da Andrea CIOCCA   

Da oltre tre secoli l’Occidente, cioè tutta quell’area globale che ha abbracciato il Capitalismo, vive in uno stato di delirio, causato dallo stesso sistema economico usurocratico e capitalista. Nell’odierna epoca tecnologica si manifestano più che mai i disastri sociali ed ecologici da esso perpetrati.

Il cieco progresso, osannato da tutti i politici di tale area planetaria; questo sistema basato sulla dismisura, la cui sola finalità è la crescita fine a se stessa, sta portando il pianeta dritto contro un muro. La schizofrenia produttiva, stimolata dagli azionisti della grande distribuzione, crea situazioni paradossali, che vedono alimenti di ogni tipo spostarsi da una parte all’altra del pianeta, per svolgere i svariati processi di lavorazione prima di approdare nei siti di commercializzazione. Non solo assurdi tragitti che rischiano di deperire il cibo, ma anche un inquinamento smisurato causato appunto dal trasporto stesso.

Tale stato di spreco, di deturpazione ambientale e d’ingiustizia sociale, ha fatto sì che si creassero svariati pensieri e movimenti che cercassero di invertire la rotta o comunque di creare un’alternativa al sistema capitalista. Tra questi, senza dubbio desta interesse il movimento decrescentista dei vari pensatori, prevalentemente francesi, come: Serge Latouche, Cornelius Castoriadis, Ivan Illich ecc.

Serge Latouche chiama la decrescita: utopia concreta, dove utopia acquisisce un’accezione di speranza e di sogno che rimane però nell’ambito reale, quindi concreto, ponendosi come progetto politico di società conviviali autonome ed econome. Consapevole della difficoltà di applicazione, Latouche pone una sorta di tappe che la decrescita deve percorrere affinché si realizzi. Le chiama il circolo delle otto “R”: Rivalutare, Riconcettualizzare, Ristrutturare, Ridistribuire, Rilocalizzare, Ridurre, Riutilizzare, Riciclare. Rivalutare: significa riprendere in esame valori sociali ormai persi: altruismo che dovrebbe prevalere sull’egoismo; collaborazione contro la competizione sfrenata; il piacere del tempo libero sull’ossessione del lavoro; l’importanza della vita sociale sul consumo illimitato; il locale sul globale; il relazionale sul materiale… Soprattutto è necessario passare dalla fede del dominio sulla natura alla ricerca di un inserimento armonioso nel mondo naturale. Insomma sostituire l’atteggiamento del predatore con quello del giardiniere. Riconcettualizzare o ridefinire/ridimensionare: riguarda essenzialmente i concetti di ricchezza e povertà, ma anche quelli di rarità/abbondanza. L’economia capitalista trasforma l’abbondanza naturale in rarità con la creazione artificiale della mancanza e del bisogno attraverso l’appropriazione della natura e la sua mercificazione. Ristrutturare: significa adeguare l’apparato produttivo e i rapporti sociali al cambiamento dei valori. Una concreta fuoriuscita dal progressismo capitalista. Ridistribuire: riguarda la ripartizione delle ricchezze e dell’accesso al patrimonio naturale tanto tra il Nord e il Sud, tanto all’interno di ciascuna società, che otterrà un duplice effetto positivo: ridimensionamento del potere delle oligarchie e una conseguente riduzione del consumo. Rilocalizzare: intende produrre in massima parte a livello locale i prodotti necessari a soddisfare i bisogni della popolazione. Tutte le produzioni realizzabili su scala locale per bisogni locali dovrebbero dunque essere realizzate localmente. Anche la politica, la cultura, il senso della vita devono ritrovare un ancoraggio territoriale. Ridurre: vale a dire ovviamente la riduzione del sovra consumo e dell’incredibile spreco generato dalle nostre abitudini (l’80% dei beni immessi sul mercato sono utilizzati una sola volta prima di essere gettati). Inoltre s’intende anche la riduzione del turismo di massa, che è diventato uno dei principali responsabili dei danni ecologici. Il “muovismo”, la mania di andare sempre più lontano, sempre più in fretta, sempre più spesso, questo bisogno in gran parte artificiale creato dalla vita ultramoderna, deve essere rivisto verso il basso. Bisogna riacquisire la saggezza del passato: gustare la lentezza e apprezzare il nostro territorio. Infine ridurre il tempo di lavoro: disintossicarsi dalla dipendenza del lavoro. Non sarà possibile costruire una società serena della decrescita senza ritrovare le dimensioni della vita che sono state rimosse: il tempo per trovare il piacere della produzione libera, artigianale o artistica, la sensazione del tempo ritrovato per il gioco, la contemplazione, la meditazione, la conversazione, o semplicemente la gioia di vivere. Riutilizzare/riciclare: sta nel contrastare l’obsolescenza programmata, artatamente progettata dalla grossa distribuzione, convergendo verso il riciclaggio (1).

Spesso si ha una visione stereotipata, che induce erroneamente a pensare che la decrescita voglia significare un ritorno a un’epoca passata priva di qualsiasi innovazione; ripiombare in un passato di miseria e umiliazione, una sorta di età della pietra, ma al contrario, decrescita significa ridurre, rallentare, riappropriarsi della propria vita e del proprio tempo, è quindi all’antitesi del mondo della velocità voluto dal Capitalismo. In senso pratico la Decrescita intende stabilire se è necessario possedere dieci paia di scarpe, spesso di cattiva qualità, piuttosto che due di buona fattura; decretare se vivere bene sia necessario avere una supervilla con tre piscine e dieci televisori o sia più opportuno ridimensionare la propria concezione di vita. Porre innanzitutto dei paletti che non permettano lussi sfrenati tanto da creare evidenti disparità sociali. La ricetta o il motto della decrescita consiste nel “fare di più con meno”. Non intende colpevolizzare i cittadini per convertirli all’ascesi, ma di responsabilizzarli in quanto cittadini.

È in definitiva un attacco al pensiero borghese.

1) Serge Latouche, Breve trattato sulla decrescita serena, 2007 Bollati Boringhieri.

 

sul tema della decrescita su “Avanguardia” n. 286, del novembre 2009, vedi l’articolo di L.Fonte: “Un’alternativa al capitalismo e al consumismo: la decrescita economica”, pp. 15-17

 
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