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Il governo della borghesia ruba nelle tasche dei pensionati PDF Stampa E-mail

Dal n° 349 - Aprile - maggio 2015

Scritto da Fabio PRETTO   

Una delle azioni più infami che lo stato borghese, soggiogato alle multinazionali del malaffare, ha messo in atto, è quella di mettere le mani nelle tasche, o meglio sulle pensioni, di chi ha lavorato tutta una vita. Questo stato sta costringendo i pensionati ad una vita di stenti dopo che hanno lavorato per quarant’anni, magari contribuendo al cosiddetto miracolo economico. Miracolo economico sul quale sono vissuti i padri democristiani di queste “fighette” radical-chic che governano (si fa per dire!) l’Italia. Il primo grosso attacco alle pensioni l’ha portato, nel 1992, il “socialista” Amato. Quello che il coro della borghesia destra e sinistra voleva mandare magari al Quirinale. Poi i governi che si sono succeduti alla guida di questa disgraziata repubblica hanno continuato l’opera, smantellando il sistema delle pensioni italiano. Un sistema delle pensioni che dal 1969 con la riforma Brodolini (unico ministro che può essere definito “socialista” nell’Italia repubblicana) introduceva il sistema cosiddetto retributivo mediante il quale si calcolava la pensione. Lo stato erogava al lavoratore una cifra mensile pari all’80% dell’ultima retribuzione. Pressapoco per 40 anni di lavoro 80%, per 35 il 70%. Inoltre l’età delle pensioni era fissata a 60 anni per gli uomini e a 55 anni per le donne. Negli ultimi decenni i notabili dello stato demo-borghese hanno cominciato a colpevolizzare le generazioni precedenti facendo loro credere che con il “sistema delle pensioni retributivo” fossero vissute sopra le loro possibilità, che avevano minato il futuro delle pensioni dei loro figli, che avevano contribuito al collasso dei conti dell’INPS e conseguentemente arano fra quelli che avevano contribuito a ingrandire il debito pubblico in Italia. Niente di più falso! I notabili dello stato demo- borghese hanno fatto bene il loro dovere di mestatori innescando una “guerra fra poveri”, in questo caso padri e figli, per attuare i loro piani ignobili e continuare a maneggiare a loro piacimento soldi e beni dello stato.

La “pensione su base retributiva” non era per niente una regalia dello stato ai lavoratori come si vuol far credere! Il lavoratore all’inizio della sua attività lavorativa in pratica stipulava un contratto mediante il quale versava mensilmente una parte del suo stipendio nelle casse dell’INPS. Altrettanto faceva il datore di lavoro. Quindi: mensilmente l’INPS riscuoteva una quota da parte del lavoratore e una quota da parte del datore di lavoro. Queste quote sarebbero altrimenti finite nello stipendio e quindi per la pensione si può tranquillamente parlare di “stipendio differito nel tempo”.

Facciamo finta che queste quote invece di essere versate all’INPS (allo stato quindi) fossero versate a un ente assicurativo privato. Alla scadenza del contratto (35/40 anni) con gli interessi messi insieme nelle tasche del lavoratore sarebbe finito un vitalizio creato appunto con gli interessi. La compagnia assicurativa si sarebbe trattenuta il capitale versato. Anche conoscendo la natura usuraia di queste compagnie il vitalizio che si sarebbe creato, non avrebbe avuto niente da invidiare a quello che l’INPS versava ai lavoratori. Nessuna regalia quindi ma solo la restituzione degli interessi maturati. Questa era la pensione retributiva che i lavoratori percepivano.

Ma da quando lo stato demo-borghese ha deciso di colpire i lavoratori e di rastrellare anche i loro soldi per far vivere i suoi notabili (questi si che sono vissuti al di sopra delle loro possibilità con i soldi del popolo!!) si è cominciato, come dicevamo, ha inculcare nelle teste dei lavoratori la tesi che essi fossero vissuti sopra le loro possibilità. Le casse dell’INPS erano invece state saccheggiate per pagare lauti stipendi, trattamenti di fine rapporto e vitalizi ai dirigenti dell’INPS. Le casse dell’INPS erano state saccheggiate dagli industriali per la cassa integrazione. L’ex FIAT degli Agnelli è un esempio di tutto questo sistema. Poi si è cominciato a parlare (o meglio straparlare) della cosiddetta “aspettativa di vita” per alzare l’età pensionabile.

Una parentesi in merito “all’aspettativa di vita”. Quest’argomento è trattato in maniera completa e chiara dall’On. Michele Rallo in un suo articolo scritto sul settimanale “Social” e riportato sul numero di settembre/ottobre del periodico “Intervento”. In pratica, Michele Rallo fa notare che seguendo i ragionamenti degli scienziati politici in circolazione arriveremo a ragionare sul fatto che una persona, nata nel 2007 avrebbe un’aspettativa di vita pari a 104 anni, e, quindi, secondo loro, potrebbe anche lavorare fino a 80 e più anni. Una cazzata. Aggiungiamo noi che poi a rendere l’aspettativa di vita sempre più alta contribuisce anche la pratica eliminazione della mortalità infantile. Un dato di non poco conto.

Ma ritorniamo alle pensioni. Abbiamo fatto un raffronto fra INPS ed eventuali fondi privati. Ma forse non occorre nemmeno fare quest’esempio, basterebbe guardare ai conti che avevano certi enti previdenziali autonomi dall’INPS. Autonomi ma sempre statali e che pagavano pensioni a lavoratori dipendenti di alcune particolari categorie. Quei fondi rispetto all’INPS erano con i conti un ottimo stato poiché i soldi incamerati servivano solo e sempre per la previdenza dei lavoratori iscritti.

Alla fine lo stato borghese guidato dai fighetti radical-chic di Matteo Renzi ha potuto gloriarsi di aver presentato all’Europa dei banchieri e dei mercanti la “riforma delle pensioni”. Una riforma con modello contributivo che lascia immaginare quanto potranno versare i giovani d’oggi che lavorano qualche mese all’anno per avere alla fine della loro vita lavorativa una pensione decente. Pensioni integrative? Ci viene da ridere al solo pensare a chi sono finiti in mano quei soldi grazie ai fondi integrativi voluti dallo stato borghese e appoggiati dai sindacati di regime. Il modello delle pensioni che è stato imposto non ha niente a che vedere con il nostro modello sociale. Forse era troppo “fascista”! Questo è il modello anglosassone dei “non diritti” utile non al popolo ma alle banche e ai mercati.

Sembra però che i popoli europei siano giunti al limite della sopportazione e da vari stati partono segnali preoccupanti. Segnali preoccupanti per la nomenclatura europea. Segnali interessanti per i popoli che vogliono ribellarsi al mondialismo e al capitalismo.

 
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