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Adolf Hitler, il mio amico di gioventù PDF Stampa E-mail
Tematiche - Il Mondo della Tradizione
Scritto da Parsifal   
Giovedì 26 Febbraio 2015

Introduzione e 1° capitolo

 

Quegli amici che hai e la cui amicizia hai messo alla prova,

aggrappali alla tua anima con uncini d’acciaio.” (W. Shakespeare)

Nell’analisi storica è sempre stato un mio cruccio non riuscire a trovare biografie esaustive circa personaggi storici di rilievo. Ciò che ha sempre smosso il mio interesse era la ricerca di fonti che descrivessero bene non solo le fasi della maturità di un dato personaggio storico, ma anche la sua vita giovanile e i suoi anni relativi ai primi tentativi di formazione culturale. Il lettore pensi ad esempio alla figura di Giacomo Leopardi: cosa potremmo noi oggi capire del pensiero di questo grande poeta italiano se non avessimo a disposizione i suoi diari e, ancora, che idea potremmo farci del suo pensiero se fosse a noi ignota la sua primissima giovinezza? Probabilmente oggi avremmo dei pensieri completamenti diversi da quelli attuali e certi suoi scritti, come il sublime “Dialogo della Natura con un Islandese”, sarebbero criptici o perlomeno dal significato meno profondo.

Spostiamo quindi il nostro sguardo a un personaggio della storia più recente: Adolf Hitler. Inutile aggiungere qualcosa sulla sua persona, visto che egli probabilmente è la figura storica sulla quale più è stato scritto negli ultimi decenni. Il lettore dovrebbe però tenere a mente un concetto particolare: che si riconosca in Hitler un genio della politica o un demonio incarnato, egli è stato comunque un punto unico di svolta nel corso storico. Nel bene o nel male, non solo la Germania o l’Europa, ma il mondo intero subì un processo di cambiamento che proprio nella figura del Führer del popolo tedesco vede il suo epicentro: proprio come l’orizzonte degli eventi di un buco nero la comparsa di quel giovane caporale austriaco rappresentò il punto di non ritorno dello sviluppo storico mondiale.

Il lettore quindi può capire l’interesse che dovrebbe caratterizzare ogni storico circa l’analisi della biografia di Adolf Hitler. Chi scrive, in particolare, dopo avere analizzato le biografie canoniche circa la vita politica del Führer, era profondamente interessato circa la conoscenza dei suoi anni giovanili. Purtroppo però, a meno di rincorrere le fantasie di certi scrittori che cadono nel mitico o nel grottesco, abbiamo poche fonti che raccontano le vicende della vita di Hitler riguardanti gli anni antecedenti al primo conflitto mondiale. Una sicuramente attendibile è quella parte del Mein Kampf intitolata Mein Leben, sezione autobiografica nella quale sono trattati anche gli eventi riguardanti la prima giovinezza del futuro Führer. Si tenga però a mente che il Mein Kampf era uno scritto d’esposizione ideologica improntato alla propaganda, di conseguenza anche tale biografia potrebbe essere in qualche modo “propagandata”.

Pur con tutti i suoi limiti ideologici e le sue analisi talvolta davvero acute, talvolta grettamente di parte, un altro testo di degna importanza è l’ “Hitler. Eine biographie” scritto da Joachim Fest. Questo importante testo, pur nei limiti già citati, tratta già un quadro più ampio sugli “anni oscuri” della giovinezza del Führer. La lode più importante da enunciare è l’indicazione di tutte le fonti analizzate da Fest prima della stesura del testo e proprio tra queste fonti ho trovato un testo che potrebbe gettare nuova luce circa la giovinezza di Adolf Hitler.

August Kubizek,1907

August Kubizek,1907

Nella bibliografia non manca infatti la voce “Adolf Hitler, mein Jugendfreund” scritto da August Kubizek. Chi era costui? Non penso di sbagliare nel dire che era l’unico col quale il giovane Hitler, orfano proletarizzato nell’Austria di inizio Novecento, strinse forte amicizia. In questo libro Kubizek racconta la relazione d’amicizia che lo strinse al futuro Führer del Reich, descrivendo la vita che conducevano nella Linz del tempo, le passioni, le idee e le speranze che alimentavano lui ed il suo amico. La domanda immediata che dovrebbe sorgere è la seguente: “La testimonianza di Kubizek è del tutto affidabile?” . La risposta non è altrettanto immediata. Sicuramente August non fa parte di quella serie di traditori che dopo la guerra smisero il bracciale del partito per rimpinzarsi con i dollari statunitensi. Egli anzi si iscrisse al NSDAP proprio nel momento in cui le cose per Hitler stavano volgendo al peggio, quasi per dimostrare la sua sincera fedeltà all’amico. Proprio a causa di quest’atteggiamento egli dovrà patire un anno di violenti interrogatori all’interno di un campo di concentramento alleato. D’altronde però bisogna per correttezza d’analisi dire che un tale eccesso di fedeltà verso un caro amico avrebbe potuto portare Kubizek a ingigantire alcuni eventi eda smorzarne altri. A questo si deve aggiungere che egli scrisse il libro quasi per “riabilitare” la vituperata immagine di Hitler e che già durante gli anni d’ascesa del regime egli fosse stato contattato per scrivere una biografia autorizzata sul Fuhrer.

In ogni caso, nonostante l’interesse che un tale racconto potrebbe destare, non esiste traduzione italiana dell’Adolf Hitler, mein Jugendfreund . Ho preso quindi la decisione di tradurre questo testo, così da mettere a disposizione di chiunque sia interessato allo studio storico un ulteriore strumento, che potrebbe rivelarsi più che utile e non poco interessante.

Non voglio quindi dilungarmi oltre nell’introduzione al testo e lascio al lettore informazioni volutamente oscure ed esigue, al fine di non togliere il gusto della lettura. Si tenga però a mente che Kubizek non nutriva alcun interesse circa la politica e che quello che egli racconta quindi può esulare da queste tematiche: August voleva solo raccontare di un’amicizia e degli anni passati in compagnia del suo amico Adolf. Non si può dire se quanto scritto sia sempre e comunque vero, ma certamente è assolutamente verosimile.

Il consiglio quindi non può che essere quello di seguire la pubblicazione dei capitoli del testo sul portale dell’Associazione Culturale Thule Italia e di ascoltare Kubizek che ci parla tramite il suo libro “Adolf Hitler, il mio amico di gioventù” .

Pasquale Piraino

Capitolo 1

Sono nato a Linz il terzo giorno dell’Agosto del 1888. Prima di sposarsi mio padre lavorava come assistente presso un mobilificio di Linz. Di solito consumava il suo pranzo presso un piccolo caffè della città e fu lì che conobbe mia madre, che lavorava in quel luogo come cameriera. Si innamorarono e si sposarono nel Luglio del 1887.

All’inizio la giovane coppia visse nella casa dei genitori di mia madre: lo stipendio di mio padre era troppo esiguo, ma il lavoro era pesante ed inoltre mia madre abbandonò il suo quando scoprì di essere incinta di me. Così nacqui nelle condizioni più misere. Un anno dopo nacque mia sorella Maria, ma morì in tenera età. L’anno successivo nacque Teresa: lei morì all’età di quattro anni. La mia terza sorella, Carolina, si ammalò gravemente, combatté la malattia per alcuni anni, ma morì all’età di otto anni. Il dolore di mia madre era sconfinato. A causa di questo durante la sua vita ha spesso avuto paura di perdermi, poiché io ero l’unico dei suoi quattro figli che le rimaneva e per questo tutto l’amore di mia madre fu interamente riversato su di me.

Nel frattempo mio padre decise di mettersi in proprio ed aprì una tappezzeria presso il n. 9 di Klammstrasse. Il vecchio palazzo Baernreitheraus, vetusto e malandato era eppure ancora in piedi e divenne la casa della mia infanzia e della mia giovinezza; la cupa ed angusta Klammstrasse sembrava ancora più misera se paragonata ai viali luminosi che la circondavano ricchi di prati ed alberi. Le condizioni poco salubri della nostra prima casa devono certamente avere contribuito alla morte delle mie sorelle, ma nel Baernreiterhaus le cose erano differenti. La bottega era al piano terra mentre al primo c’era il nostro appartamento, che consisteva di due stanze ed una cucina. Ma ancora mio padre non era riuscito a liberarsi dai problemi economici, il lavoro andava male: più di una volta egli pensò di chiudere l’attività e di farsi assumere da qualche produttore di mobili. Ma ogni volta riuscì a vincere all’ultimo momento le sue difficoltà.

In seguito iniziai a frequentare la scuola, un’esperienza molto spiacevole. Mia madre pianse spesso per i cattivi voti che portavo a casa e la sua tristezza era l’unica cosa che mi spingeva ad impegnarmi di più. Mentre mio padre non aveva dubbi nel credere che io avessi dovuto continuare la sua attività (perché altrimenti avrebbe fatto da schiavo per tutta la vita?), mia madre desiderava che io continuassi gli studi nonostante i deludenti risultati; lei pensava che per prima cosa avrei dovuto frequentare per quattro anni la scuola di grammatica, quindi iscrivermi al liceo magistrale. Io non volevo sentirne, così fui felice quando mio padre decise di farmi frequentare un istituto tecnico non appena avessi compiuto dieci anni. In questo modo, pensò mio padre, il mio futuro era definitivamente tracciato.

Per molto tempo inoltre fu presente un altro elemento che influenzò la mia vita al punto che per esso avrei sinanche venduto la mia anima: la musica. Questo amore si manifestò pienamente quando, all’età di nove anni, mi venne donato un violino come regalo di Natale. Ricordo precisamente ogni singolo dettaglio di quel Natale ed oggi, in piena età matura, penso che la mia vita cosciente sia iniziata in quel momento. Il figlio maggiore dei nostri vicini di casa era un allievo insegnante e mi impartì le prime lezioni di violino: imparai a suonarlo bene in poco tempo.

Quando il mio primo insegnante di violino andò a lavorare nei paesi io cominciai a frequentare il primo anno del conservatorio di Linz, ma non ne fui molto entusiasta, forse perché possedevo delle conoscenze più avanzate rispetto agli altri allievi. Dopo le vacanze decisi di prendere altre lezioni private, stavolta con un vecchio sergente maggiore della banda dell’esercito austroungarico, che mi fece immediatamente notare come ancora io fossi inesperto e cominciò da principio ad insegnarmi il violino secondo il gusto militare. Ciò che suonavo con il vecchio Kopetzky era davvero un fracasso. Alle volte, quando perdevo la fiducia in me stesso a causa dei suoi rudi modi da sergente maggiore egli mi consolava assicurandomi che, con più impegno, sarei sicuramente stato scelto come apprendista musico presso l’esercito, secondo lui la maggiore gloria per un musicista. Abbandonai in seguito le lezioni con Kopetzky e continuai a seguire i corsi del conservatorio, dove venni seguito dal professor Heinrich Dessauer, un insegnante sensibile, dotato e capace. Così iniziai anche lo studio della tromba, del trombone e della teoria della musica, arrivando a suonare nella banda studentesca.

Cominciavo già ad accarezzare l’idea del rendere la musica il lavoro della mia vita, quando mi scontrai contro la dura realtà. Avevo appena concluso l’istituto tecnico quando dovetti iniziare a lavorare con mio padre come apprendista. A volte in passato, quando c’era carenza di manodopera, dovetti dare una mano in bottega e così il lavoro mi era già familiare. Era piuttosto noioso e consisteva nel ritapezzare i vecchi mobili sostituendo l’imbottitura, tutto tra nuvole di polvere in mezzo alle quali si soffocava. Quali vecchi materassi venivano portati presso la nostra bottega! Tutte le malattie che erano state superate (ed anche quelle non superate) dai loro proprietari avevano lasciato il segno del loro passaggio su questi materassi. Non c’è da stupirsi che i tappezzieri non vivano a lungo. Presto però conobbi anche l’aspetto più piacevole del mio lavoro: in esso sono necessari dei buoni gusti ed un certo sentire artistico, cosa che non lo rende tanto dissimile dall’arredamento degli interni. Quando superai l’apprendistato mio padre volle che iniziassi a lavorare presso altre botteghe: afferrai quale fosse la sua idea, ma il mio pensiero principale era di continuare i miei studi musicali, non di migliorare le mie capacità di tappezziere. Così decisi di rimanere presso la bottega di mio padre, in modo da potere disporre del mio tempo libero più liberamente che sotto un altro datore di lavoro.

“Di solito ci sono troppi violini in un’orchestra, ma mai abbastanza viole.” Oggi sono grato al professor Dessauer per avermi insegnato questa massima e convinto a diventare un suonatore di viola. In quei giorni la vita musicale di Linz si svolgeva su di un alto livello: August Gollerich era il direttore della società sinfonica. Essendo un allievo di Liszt ed un collaboratore di Richard Wagner a Bayreuth, Gollerich era la persona che riuscì a risollevare la vita musicale di Linz, che i maligni chiamavano “città di paesani” . Ogni anno la Società sinfonica teneva tre concerti sinfonici ed un concerto speciale, eseguito con un coro accompagnato dall’orchestra. Mia madre, nonostante le sue umili origini, amava la musica e difficilmente perse uno di questi spettacoli. Sin da ragazzino venivo condotto a questi concerti, durante i quali mia madre mi spiegava tutto ed io, quando imparai a suonare diversi strumenti, li apprezzai sempre di più. Il mio più grande sogno era di suonare in quell’orchestra la viola o la tromba.

Ma ancora il mio lavoro era quello di aggiustare vecchi materassi polverosi. In quegli anni mio padre soffriva tutte le malattie tipiche dei tappezzieri; una volta dei persistenti problemi ai polmoni lo tennero a letto per sei mesi, così io dovetti da solo occuparmi della bottega. Queste sono state le due cose che hanno accompagnato la mia giovinezza: il lavoro , che spesso fiaccò le mie forze e persino i miei polmoni, e la musica, che era il mio unico amore. Non avrei mai creduto che ci potesse essere una connessione tra le due. Eppure ci fu. Uno dei clienti di mio padre era un membro del governo di provincia e si occupava anche del teatro. Un giorno venne da noi per far riparare i cuscini di un set di mobili rococò. Quando il lavoro venne ultimato mio padre mi mandò a consegnarli presso il teatro; il direttore mi disse di sistemare i cuscini ai loro posti, sul palco. Era in corso una prova. Non so quale pezzo stessero provando, ma era certamente un’opera. Ricordo ancora l’emozione che mi prese quando stetti sul palco, in mezzo ai cantanti. Mi sentii rinato, capii di scoprirmi davvero per la prima volta. Teatro! Che parola! Un uomo davanti a me, splendidamente vestito, mi sembrava un essere di un altro mondo. Cantò in modo tanto glorioso che io non potrei immaginare come quell’uomo possa parlare normalmente. L’orchestra gli rispose con la sua potente voce. Adesso mi trovavo in un ambiente familiare, ma tutto ciò che la musica sino a quel momento aveva significato per me non aveva più alcun senso in quegli istanti. Penso che solo nell’unione con il palco del teatro la musica possa raggiungere una vetta più alta e solenne, la più luminosa che si possa immaginare. Eppure io cosa ero, se non un povero artigiano, che sistemava di nuovo i cuscini nelle poltrone rococò. Che triste lavoro! Che triste esistenza! Teatro: questa era la parola che io avevo a lungo cercato. La fantasia e la realtà si confusero nella mia eccitata mente. Quell’imbarazzante figuro con i capelli arruffati, che stava dietro le quinte indossando il grembiule, con le maniche della camicia arrotolate e che smosse i cuscini, quasi per giustificare la sua presenza, era veramente un povero tappezziere? Un povero sempliciotto disprezzato, spinto dai clienti a destra e a sinistra come se fosse un attrezzo, collocato in un dato posto in base alle esigenze del momento e poi messo da parte non appena il suo compito fosse terminato? Sarebbe stato assolutamente naturale se il piccolo tappezziere con i suoi strumenti nelle sue mani si fosse fatto avanti da dietro le quinte e, ad un cenno del direttore d’orchestra, iniziato a cantare la sua parte solo per provare al pubblico in platea, anzi a tutto il mondo, che egli in realtà non era un pallido ed emaciato assistente della tappezzeria nella Klammstrasse, ma che il suo posto era veramente sul palco del teatro!

Così mi cullai tra il sogno e la realtà. Nessuno a casa aveva sentore del mio stato d’animo; piuttosto che spiccicare una sola parola riguardo alla mia aspirazione segreta, mi sarei morso la lingua. Nascosi le mie speranze ed i miei progetti persino a mia madre, ma lei in qualche modo capì quello che occupava i miei pensieri. Avrei dovuto aggiungere altro alle sue già molteplici preoccupazioni? No, e così non c’era nessuno con il quale potermi confidare. Mi sentivo terribilmente solo, come un reietto, così triste come lo può essere solo un ragazzo al quale per la prima volta sono rivelate la bellezza della vita ed i suoi rischi.

Il teatro fece nascere in me un nuovo coraggio. Non persi una singola rappresentazione delle opere, per quanto stanco io potessi essere dopo il lavoro, nulla mi poteva trattenere dal recarmi lì. Naturalmente, a causa del basso stipendio che mio padre mi passava, potevo permettermi solo i biglietti per la galleria. Così mi recavo spesso nella così chiamata “Promenade”, dalla quale avevo la vista migliore; inoltre scoprii che nessun altro settore del teatro possedeva un’acustica migliore. Appena sopra la Promenade vi era il palco reale, sostenuto da due colonne in legno: queste erano molto ricercate dai frequentatori della Promenade, perché erano l’unico appoggio che permetteva di sollevare il proprio sguardo e di godere di un’ottima vista del palco. Per quelli che invece stavano contro il muro queste colonne erano perennemente un ostacolo alla visuale scenica. Ero piuttosto felice di riposare la mia stanca schiena contro quei lisci pilastri dopo un’intensa giornata lavorativa. Naturalmente, per assicurarsi quei posti, occorreva arrivare prima degli altri.

Spesso sono le cose più banali che rimangono più a lungo impresse nella memoria. Posso ancora vedere me stesso mentre corro al teatro, ancora indeciso se sedermi accanto al pilastro a destra o a sinistra: accadde una volta che una delle due colonne, quella a destra, fosse già presa. Qualcuno era ancora più impaziente di assistere all’opera di quanto lo fossi io.

A metà tra l’offeso e l’incuriosito fissai il mio rivale. Aveva un colorito piuttosto pallido, un giovane smunto della mia stessa età circa; i suoi occhi luccicavano mentre osservava la rappresentazione. Ipotizzai che provenisse da una classe sociale migliore della mia, poiché era vestito con particolare cura e manifestava un certo atteggiamento altero. Ci osservammo a vicenda senza proferire parola. Poco tempo dopo l’intervallo dell’opera iniziammo a parlare: nessuno di noi due ne apprezzava la messa in scena. Discutemmo insieme e fummo entrambi felici della nostra critica negativa. Mi impressionarono sin da subito la sua padronanza dialettica e la sua sicurezza nel parlare, in questo lui mi era indubbiamente superiore. D’altronde però quando cominciammo a parlare di questioni riguardanti prettamente la musica, mi accorsi della mia superiorità culturale. Non ricordo esattamente la data di quell’incontro, ma sono sicuro che fosse intorno al giorni di ogni Santi del 1904.

La discussione proseguì per un po’ di tempo, ma lui non mi raccontò nulla dei suoi affari personali e neanche io credetti fosse necessario parlargli dei miei. In maniera sempre più concitata cominciammo a parlare di tutte le rappresentazioni teatrali viste e ci accorgemmo che entrambi provavamo lo stesso entusiasmo per il teatro. In seguito, finita la rappresentazione, lo accompagnai a casa sua, presso il n. 31 di Humboldtstrasse. Quando ci salutammo egli infine mi disse il suo nome: Adolf Hitler.

 

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