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Ancora qualche parola sulla cementificazione PDF Stampa E-mail

Dal n° 343 - Agosto 2014

Scritto da Marco MAZZESCHI   

Dopo la recensione su “8 mq al secondo” di Leonardo Fonte sullo scorso numero di Avanguardia, io, come tecnico dell'ambiente (come geologo, per la precisione), avrei dovuto affrontare gli argomenti più tecnici. In realtà, gli aspetti prettamente ambientali li ha affrontati abbastanza diffusamente Finiguerra, c'è poco più da aggiungere. Piuttosto, dovremmo approfondire di più gli aspetti politici, cioè: la causa di questo disastro, in cui siamo finiti per trovarci a vivere e cercare di individuare le strade per venirne fuori.

Voglio ribadire con maggior forza di Leonardo che i temi ambientali sono propri della nostra visione, della Tradizione, della Spiritualità, … del “rispetto”.

Il problema della cementificazione è solo uno dei modi in cui noi continuiamo a violentare la Natura, questo “liquido amniotico” in cui siamo immersi, la cui alterazione ha ripercussioni sulla la nostra condizione di vita. Non possiamo parlare degli effetti della cementificazione disgiungendoli dagli altri aspetti del rapporto di equilibrio con la Natura. Oltre un paio di decenni fa mi capitò di leggere “Entropia” di Jeremy Rifkin, che l'autore aveva già scritto oltre dieci anni prima. Al di là delle leggi fisiche della termodinamica dove l'entropia trova la sua definizione, il principio che esprimeva si basava sulla necessità della ricerca dell'”equilibrio” come modo di interagire con ciò che ci circonda, con il Creato, come dicono i religiosi. Qualsiasi trasformazione di energia ha una sua parte di irreversibilità: qualsiasi nostra azione ha un impatto irreversibile nell'ambiente in cui siamo immersi.

 

A suo tempo, fui colpito dall'accostamento e dall'uso delle leggi scientifiche per spiegare quello che filosofie antichissime quali l'induismo riconoscono da sempre: con ogni azione si deve tendere a raggiungere il massimo effetto con il minimo dispendio di energia e, aggiungerei, il rispetto per l'ambiente di cui facciamo parte. Ecco, questo dovrebbe essere il principio guida per tutte le azioni che compiamo, con l'aggiunta che la finalità dovrebbe essere sempre quella di raggiungere il Bene Superiore e non meri interessi materiali dei pochi che detengono il potere.

Ritornando al fenomeno “cementificazione”, dovremmo considerare che si ripercuote negativamente sull'ambiente per vari aspetti. Ne elenchiamo alcuni.

  1. Si sottrae suolo alla diffusione di piante in grado di compensare in parte l'eccesso di produzione di anidride carbonica dovuta allo sfruttamento di combustibili fossili.
  2. Si sottrae suolo all'agricoltura e, quindi, alla produzione di cibo.
  3. Si impedisce al suolo di assorbire le acque pluviali, con conseguenti sempre più frequenti alluvionamenti, spesso disastrosi, di zone urbane periferiche.

Come prima citazione, il problema cruciale del millennio: il rapido sfruttamento dei combustibili fossili e, come conseguenza, aumento di anidride carbonica, effetto serra, innalzamento della temperatura globale del pianeta, innalzamento del livello dei mari, cambiamenti climatici (aumento di intensità degli eventi meteorici e quantità e forza degli uragani, ecc.). Tutto questo?!? Sì, tutto questo è una conseguenza diretta o indiretta dell'aumento di anidride carbonica nell'atmosfera. Cosa c'entra la cementificazione!?? Il fatto che con il cemento si rende “inerte” una porzione di territorio che ospitando piante sarebbe stata in grado di contrastare l'innalzamento della concentrazione di anidride carbonica. Le piante sono “ghiotte” di anidride carbonica che con la loro fotosintesi compiono il “miracolo” della vita sulla terra. Sono gli unici organismi in grado di catturare l'unica energia disponibile sulla terra: quella proveniente dal sole (l'altra energia di cui è proprio il nostro pianeta è quella di raffreddamento che proviene dal centro del pianeta, ma essa ha scarsissimi effetti sulla biosfera). La sintesi clorofilliana cattura l'energia del sole e la accumula in molecole biologiche “cariche” di questa energia la cui componente principale è il carbonio insieme all'idrogeno. Come effetto di questa reazione abbiamo: l'assorbimento di anidride carbonica (insieme all'acqua), assorbimento di calore, produzione di ossigeno. Il materiale biologico (delle piante o degli esseri che di esse si sono nutriti) restituisce l'energia “ossidandola” (con l'apporto di ossigeno), cioè: bruciandola.

I giacimenti di idrocarburi fossili non sono altro che accumuli di materiale organico (generatisi in qualche caso anche oltre 300 milioni di anni fa), che per situazioni particolari non si è “ossidato”, conservando il suo potere “energetico”. Il problema, non è tanto l'utilizzo attuale di tale energia, quanto l'intensità e la sua compensazione. Fermo il fatto che l'odierno ritmo di utilizzo degli idrocarburi fossili, non potrebbe essere compensato da alcunché, le piante potrebbero mitigare questo effetto. Ogni fazzoletto di terra sottratto alla crescita di piante comporta un aumento di anidride carbonica, alla cui produzione, purtroppo, non riusciamo a rinunciare. È il concetto di “entropia” che ritorna in ballo; sì all'utilizzo dell'energia e la sua trasformazione, ma senza innalzamento di entropia; cioè: a quell'aumento diffuso di energia totale dell'ambiente che ne rende impossibile l'utilizzo. In parole povere, servirebbe una pianificazione globale, quindi politica, per pianificare la conservazione del pianeta.

Un altro aspetto della cementificazione è legato alla sottrazione di terreno alla produzione agricola e all'alimentazione. In realtà, questo è un problema secondario nel nostro paese. Non perché sia un aspetto meno importante, quanto perché superato da “perversioni” ancora più gravi. Ogni essere umano dovrebbe avere disponibile un proprio spazio entro il quale compiere il ciclo della vita: procurarsi il cibo, respirare, bere e smaltire le proprie scorie; il tutto, senza interferire con lo spazio altrui. Con l'evoluzione della struttura della società si sono condivisi gli spazi, specializzando parti del territorio alle funzioni citate, specializzando aree alla produzione del cibo, all'approvvigionamento idrico, allo smaltimento rifiuti, il tutto lasciando inalterato l'equilibrio. Questo è un concetto che Finiguerra riprende a pagina 17. In tempi passati, innominabili, ciò veniva indicato con il termine “autarchia”. Poco importa quanto sia esteso l'ambito territoriale del perseguimento di tale equilibrio, ma esso deve esistere. È chiaro che una tribù della foresta equatoriale riesce ad organizzare il proprio territorio molto meglio e facilmente di quanto possa fare una società cosiddetta “evoluta” e complessa. Per assolvere agli stessi compiti primari, la società evoluta ed estesa ha bisogno di meccanismi di governo perfetti che riescano a garantire le stesse esigenze primarie. Purtroppo i meccanismi perfetti e troppo complessi ben presto degenerano e si rompono. È fin troppo facile riconoscere che la nostra società sta proprio affrontando questa fase. All'inettitudine politico-amministrativa del nostro paese si somma la degenerazione impostaci dall'unione europea, a sua volta diretta dalla finanza internazionale. Ci troviamo quindi una globalizzazione imposta che rende impossibile la ricerca di questo “equilibrio” (produzione alimentare a migliaia di chilometri di distanza dal luogo di consumo e trasporto di rifiuti per lo smaltimento in altri paesi sono gli esempi più eclatanti). Esistono regolamentazioni demenziali sull'utilizzo dei nostri terreni agricoli (e non solo), che hanno portato all'abbandono delle pratiche agricole e al conseguente degrado del territorio. Spesso incontriamo “coltivazioni” di pannelli solari che sono andati a sostituire le piante che da miliardi di anni svolgono il compito di cattura dell'energia del sole in modo molto più efficiente. Finiguerra cita a pagina 16 la drastica diminuzione della superficie agricola utilizzata nel nostro paese. Purtroppo, la cementificazione è solo una delle cause.

L'ultimo punto citato si riferisce al problema idrogeologico. Quando, sempre più frequentemente, sentiamo notizie di frane, alluvionamenti e dissesti idrogeologici ci viene immediatamente in mente la cementificazione come prima causa. In effetti, è quasi sempre così, anche se non è la sola causa. In realtà ha preso piede la folle pratica di cementare l'alveo dei canali e torrenti costringendoli in percorsi angusti e spesso forzati attraverso la loro “tombatura” come viene chiamata oggi la pratica di coprire i canali che attraversano le zone urbane, costringendoli in tratti di condotte forzate. La cementificazione, però, opera in stretta complicità con la pessima, o spesso anche assente, “pianificazione” del territorio da parte degli amministratori. Voglio fare un esempio. Nel mese appena trascorso (luglio 2014, per chi legge) a Milano il fiume Seveso è tracimato almeno tre volte allagando parti della zona nord di Milano. Per chi non conosce Milano posso consigliare di consultare Milano in una mappa di Google. Ci rendiamo subito conto che in tempi recenti la città si è sviluppata come un ventaglio dispiegato verso nord. La zona sud è stata fortunatamente abbastanza preservata dai vincoli imposti dal “Parco agricolo Sud Milano” che hanno stranamente resistito alle tentazioni cementatorie degli amministratori, mentre verso nord uno sviluppo continuo ha praticamente fuso Milano con Monza, espandendosi anche in direzione di Como. È abbastanza ovvio che il fiume Seveso si sia trovato a reagire là dove è stato costretto e imbrigliato in una zona selvaggiamente urbanizzata. Meno ovvio è, però, il fatto che certamente poteva essere fatta una migliore pianificazione. La stessa Milano all'inizio dello scorso secolo era irradiata da numerosi canali d'acqua, i cosiddetti “navigli” che convogliavano le acque del fiume Olona da nord a sud, attraverso Milano. Essendo diventati ormai delle vere e proprie fogne a cielo aperto nel 1929 fu iniziata la loro copertura, terminata in pochi anni, realizzandovi sopra delle strade. Per quanto possa risalire nel tempo, io non ricordo episodi di grossi problemi idrologici della città, se non in tempi recenti, quando in pochi casi l'Olona ha tracimato nelle adiacenze delle nuove zone urbanizzate a nord-nordovest della città e i già citati episodi che coninvolgono il Seveso. Com'è che a seguito della “tombatura” di canali in una vasta zona del centro di Milano non si sono verificati seri episodi di alluvionamento per quasi 80 anni, come invece avviene oggi a seguito di interventi recentissimi (pensiamo a Genova, Olbia, ecc.)?? Viene da pensare che gli amministratori di quel periodo fossero assai più sensibili e scrupolosi nella pianificazione di interventi sul territorio di quanto non siano oggi in questo “regime” democratico.

Spesso operano dei tecnici professionisti che dovrebbero essere espulsi dagli ordini professionali, ma quasi sempre l'esecuzione dei loro progetti viene commissionato e autorizzato da uno strato di burocrati e tecnici delle amministrazioni pubbliche ancora più indegni. Per rimanere in tema strettamente ambientale ed in Lombardia, regione che peraltro amo e considero la mia seconda patria, ricordo che circa 20 anni fa, mi imbattei in un ponte sul Ticino costruito di recente. Non saprei ricordare esattamente il luogo, ma sicuramente si trova vicino al comune di residenza di Finiguerra. Da lontano notai subito che era troppo stretto e che le spalle del ponte erano state appoggiate direttamente nell'alveo, in una zona momentaneamente asciutta, ma che alla minima piena avrebbero sicuramente bloccato il regolare defluire delle acque ed avrebbe causato esondazioni a monte. Avvicinandomi, mi resi conto che probabilmente anche al progettista era venuto questo dubbio e aveva posto rimedio, a suo modo, con una soluzione demenziale: aveva fatto abbassare il letto del fiume sotto il ponte per aumentarne la sezione, scavando e cementando l'alveo, creando così una “vasca” nell'alveo che si sarebbe riempita di detriti in pochi mesi. Ecco, io non so come un ingegnere che applica le leggi idrauliche delle condotte forzate ad un regime idraulico libero possa ottenere una laurea, ma ancora di più mi indigno pensando che un livello burocratico di inetti glielo ha lasciato realizzare.

Il fatto è che l'attuale sistema ha provocato una totale deresponsabilizzazione degli amministratori e della classe politica. Il Bene Comune è stato sconfitto dagli interessi propri del singolo amministratore, che come obbiettivo primario ha l'arricchimento proprio ed una prospettiva verso il futuro limitata al proprio mandato di pochi anni. Il capo tribù citato prima ha sicuramente una visione strategica verso il futuro più illuminata, che punta almeno al benessere dei suoi figli e nipoti.

Le opere pubbliche vengono intraprese solo per movimentare denaro pubblico. Maggiore è il denaro stanziato, maggiori sono le tangenti che circolano. Non importa a nessuno se l'opera serve a qualcuno o meno. Non esiste più la manutenzione ordinaria del territorio, fatta come era una volta da ogni amministrazione con il personale proprio. Prima di pianificare una continua, programmata manutenzione di una strada o di un alveo di un fiume si aspetta che si generi una voragine o uno straripamento, spesso con vittime umane e costi enormi, per poi appaltare gli interventi di ripristino a privati in grado di garantire laute tangenti agli amministratori.

La cementificazione selvaggia dei comuni è incentivata dal fatto che gli “oneri di urbanizzazione” richiesti per le nuove urbanizzazioni, sono una fonte allettante e cospicua di introiti comunali, a cui anche gli amministratori più onesti difficilmente sanno rinunciare, specialmente negli ultimi anni di “magra”. Anzi, in qualche modo, gli abusivismi “rendono” di più. Ad ogni fatidico condono il condonante si trova a dover sborsare più di quello che avrebbe dovuto con regolare procedura. Così, conviene lasciare andar tutto fuori controllo: l'amministrazione comunale risparmia denaro nelle opere infrastrutturali e incassa di più, salvo poi “piangere” ed invocare la “calamità nazionale” quando la natura ci ricorda chi è che “comanda”.

Finiguerra ci ricorda a pagina 55 che per il cittadino esistono strumenti “democratici” da usare contro le decisioni delle amministrazioni pubbliche. Certo, in teoria; appoggiandosi ad associazioni o organizzazioni ben facoltose. La pratica viene di fatto resa impraticabile dalla semplice regola che in qualunque disputa giudiziaria l'amministrazione pubblica soccombente non è tenuta al rimborso delle spese legali della parte vincente. È evidente che un cittadino normale non può perseguire questa strada. Posso citare l'esperienza di un caro amico di Siena, la mia città natale, che negli anni passati si è opposto con tutta la forza ad un intervento pubblico di riassetto sul versante di una collina prospiciente al centro storico, che ne avrebbe stravolto l'aspetto. Ha passato molti anni di tribunali di tutti i gradi fino al Consiglio di Stato, vincendo tutte le cause, spendendo oltre 100 mila euro, subendo angherie di tutti i tipi perché si era messo contro il potere degli amministratori, con conseguenze anche sul suo equilibrio psichico, con il risultato che alla fine di questa trafila vittoriosa, alla prima occasione di edizione del nuovo piano urbanistico, l'amministrazione ha riproposto esattamente gli stessi interventi distruttivi. In ogni caso: noi cittadini paghiamo comunque tutte le spese legali per i procedimenti che i cittadini intraprendono contro l'amministrazione e gli amministratori che abusano del loro potere (contro la legge) per azioni “punitive” personali contro alcuni cittadini non pagano alcunché.

A conclusione di queste mie riflessioni, congiuntamente a quelle di Leonardo Fonte dello scorso mese, non possiamo che riconoscere che abbiamo visioni e sentimenti molto simili a quelli espressi da Domenico Finiguerra e di molti altri ambientalisti che politicamente si pongono in antitesi a noi e che, generalmente, aborriscono qualunque opinione venga dalle nostre parti. Quasi certamente abbiamo visioni differenti su quelle che sono le cause e le soluzione delle problematiche ambientali; ma, citando Domenico (pagg. 9 e 44), che auspica che un giorno “la minoranza che si oppone al sistema possa diventare maggioranza”, noi possiamo garantire che saremo pronti a “marciare” convintamente a fianco di qualunque “minoranza” persegua questi obiettivi.

 
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