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Scritto da Avanguardia Liguria   
Sabato 21 Giugno 2014

Stella,  21/06/2014

A scuola dallo stregone secondo gli insegnamenti di Don Juan a Castaneda,
tra il fare (guardare) e il non fare (vedere), azione e distacco

“sapete che in questo preciso momento siete circondati dall’eternità?...e sapete che potete usare questa eternità, se lo desiderate?”

Follia controllata: separarsi dal mondo restando in esso, continuando a viverci. Evolianamente, cavalcare la tigre.

Il mondo è un mistero. Non ti sforzare a volerlo risolvere. Il mondo è un luogo sacro, stupendo, meraviglioso, misterioso, incomprensibile e impenetrabile e non concede facilmente i suoi segreti…

L’unica possibilità è la disciplina… la disciplina è la capacità di affrontare in modo sereno eventualità che esulano dalle nostre aspettative. La disciplina è un’arte, l’arte di affrontare l’infinito senza vacillare.

Eliade individua le 4 idee forza della spiritualità indiana
“il karma: la legge della causalità universale, che rende l’uomo solidale al cosmo e lo condanna a una perenne trasmigrazione: è la legge del karman
La maya: il processo misterioso che genera e sostiene il cosmo e, così facendo, rende possibile l’eterno ritorno delle esistenze, è la maya, l’illusione cosmica, sopportata, peggio ancora valorizzata, dall’uomo finchè è accecato dalla non-conoscenza (avidya)
Il nirvana: la realtà assoluta situata di là dall’illusione cosmica intessuta dalla maya e al di là dell’esperienza umana condizionata dal karman; l’essere puro, l’assoluto, qualunque sia il nome col quale lo si vuole indicare: il Sé (atman), Brahman, l’incondizionato, il trascendente, l’immortale, l’indistruttibile, il nirvana, ecc.;
lo yoga infine come mezzo per raggiungere l’essere, le tecniche adeguate per conquistare la liberazione (moksa, mukti).”
la liberazione non può aver luogo se non ci siamo innanzitutto staccati dal mondo condizione indispensabile per ritrovarsi e dominare se stessi.
Il punto di partenza è la censura lucida di tutte le distrazioni e di tutti gli automatismi mentali che dominano (vedi le tecniche anche di gurdjieff), anzi più propriamente fanno la coscienza profana che si fa invece invadere da momenti disparati e esterni a lui, vive in balia delle associazioni (quelle che hubbard in dianetics chiama restimolazioni).
Queste associazioni disperdono la coscienza, le passioni la violentano, la sete di vita la tradisce proiettandola al di fuori. Il destino del pensiero profano è di essere pensato dagli oggetti. Sotto le parvenze del pensiero libero si nasconde in realtà un disordinato e indefinito scintillio, alimentato dalle sensazioni, dalle parole e dalla memoria. Per questo il primo dovere dello yogin è di pensare e non di lasciarsi pensare, sbarrando i flussi mentali (che creano espansione, di cui si cibano i voladores castanediani che ci riempiono di problemi futili per poi cibarsi delle nostre pseudo preoccupazioni. Questi predatori ci hanno instillato i sistemi di credenze e le consuetudini sociali, ci hanno instillato avidità e codardia, ci hanno reso abitudinari per mantenerci mansueti, l’uomo non è più magico e suoi sogni sono triti e convenzionali per non dire stupidi).
Per questo secondo i testi indiani la schiavitù è generata dall’unione con un mondo dissacrato e con la natura profana, noi possiamo non appartenere al cosmo decaduto, come lo vediamo ora, la natura non possiede vera realtà ontologica essa è divenire. Ogni forma per quanto complessa e maestosa finisce per disgregarsi. Tutto ciò che diviene, si trasforma, muore, scompare, non appartiene alla sfera dell’essere dunque non è sacro. Se la solidarietà con il cosmo è la conseguenza di una progressiva dissacrazione dell’esistenza umana e di conseguenza una caduta nell’ignoranza e nel dolore, il cammino verso la libertà conduce necessariamente a una rottura della solidarietà con il cosmo e con la vita profana. Il fine della Via, lo scopo supremo dell’uomo è la liberazione. (esiste poi nello yoga tantrico un disperato sforzo di riconsacrazione dell’esistenza che è assimilabile al nietzsche che vuole imprimere al divenire il carattere dell’essere).
Per Castaneda il guerriero per essere senza macchia deve essere impeccabile, dove l’impeccabilità consiste nel fare al meglio qualunque attività nella quale ci si sia impegnati, sempre saldo e all’erta, agisce senza aspettarsi ricompense, il guerriero sa che le sue azioni sono inutili ma procede come se lo ignorasse, è pronto a morire, nessuno sopravvive su questa terra, dice che ciò che fa importa e agisce come se così fosse, pur sapendo che così non è, sa che non ha tempo, la morte è sua consigliera e infatti affronta ogni suo atto come fosse l’ultimo, come fosse l’ultima sua battaglia sulla terra, gli da il rispetto che merita e per questo da sempre il meglio di se. È padrone delle sue scelte e ne è responsabile e per esse è pronto a morire, non importa quale sia la decisione presa, non ha tempo di legarsi a niente.
Come dicono le Upanisad “al di fuori di ciò, nulla merita di essere conosciuto”, e questa è la conoscenza suprema e il leitmotiv di tutta la speculazione indiana post-upanisadica.
Per sviluppare tutti i temi toccati da questi 2 grandi, Castaneda e Eliade, non basterebbe una vita….fortunatamente infatti….
Ma per ora contentiamoci di non sprecare questa. Qui e ora.

 
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