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Eliade lo yoga immortalità e libertà PDF Stampa E-mail
Scritto da Avanguardia Liguria   
Giovedì 22 Maggio 2014

Nel testo eliade individua le 4 idee forza della spiritualità indiana

“il karma: la legge della causalità universale, che rende l’uomo solidale al cosmo e lo condanna a una perenne trasmigrazione: è la legge del karman

La maya: il processo misterioso che genera e sostiene il cosmo e, così facendo, rende possibile l’eterno ritorno delle esistenze, è la maya, l’illusione cosmica, sopportata, peggio ancora valorizzata, dall’uomo finchè è accecato dalla non-conoscenza (avidya)

Il nirvana: la realtà assoluta situata di là dall’illusione cosmica intessuta dalla maya e al di là dell’esperienza umana condizionata dal karman; l’essere puro, l’assoluto, qualunque sia il nome col quale lo si vuole indicare:  il Sé (atman), Brahman, l’incondizionato, il trascendente, l’immortale, l’indistruttibile, il nirvana, ecc.;

lo yoga infine come mezzo per raggiungere l’essere, le tecniche adeguate per conquistare la liberazione (moksa, mukti).”

Cercherò ora di riassumere il tema cercando di restare il più possibile fedele al testo:

il problema di ogni filosofia è la ricerca della verità ma per l’india non è una ricerca fine a se stessa ma diventa preziosa solo in funzione della liberazione. Solo in funzione della liberazione il saggio indiano è disposto a compiere sacrifici.

Questa liberazione non può aver luogo se non ci siamo innanzitutto staccati dal mondo condizione indispensabile per ritrovarsi e dominare se stessi.

Altra considerazione è l’aspetto iniziatico dello yoga, non si può imparare da soli, è indispensabile la direzione di un maestro, di un guru, infatti nella tradizione brahmanica l’iniziato è il due volte nato.

Il punto di partenza è la concentrazione su un solo punto, che sia un oggetto che sia un pensiero. Ha come risultato la censura lucida di tutte le distrazioni e di tutti gli automatismi mentali che dominano (vedi le tecniche anche di gurdjieff), anzi più propriamente fanno la coscienza profana che si fa invece invadere da momenti disparati e esterni a lui, vive in balia delle associazioni (quelle che hubbard in dianetics chiama restimolazioni).

Queste associazioni disperdono la coscienza, le passioni la violentano, la sete di vita la tradisce proiettandola al di fuori. Il destino del pensiero profano è di essere pensato dagli oggetti. Sotto le parvenze del pensiero libero si nasconde in realtà un disordinato e indefinito scintillio, alimentato dalle sensazioni, dalle parole e dalla memoria. Per questo il primo dovere dello yogin è di pensare e non di lasciarsi pensare, sbarrando i flussi mentali (che creano espansione).

Per questo secondo i testi indiani la schiavitù è generata dall’unione con un mondo dissacrato e con la natura profana, noi possiamo non appartenere al cosmo decaduto, come lo vediamo ora, la natura non possiede vera realtà ontologica essa è divenire. Ogni forma per quanto complessa  e maestosa finisce per disgregarsi. Tutto ciò che diviene, si trasforma, muore, scompare non  appartiene alla sfera dell’essere dunque non è sacro. Se la solidarietà con il cosmo è la conseguenza di una progressiva dissacrazione dell’esistenza umana e di conseguenza una caduta nell’ignoranza e nel dolore, il cammino verso la libertà  conduce necessariamente a una rottura della solidarietà con il cosmo e con la vita profana. Il fine della Via, lo scopo supremo dell’uomo è la liberazione. (esiste poi nello yoga tantrico un disperato sforzo di riconsacrazione dell’esistenza che è assimilabile al nietzsche che vuole imprimere al divenire il carattere dell’essere).

Come dicono le Upanisad “al di fuori di ciò, nulla merita di essere conosciuto”, e questa è la conoscenza suprema e il leitmotiv di tutta la speculazione indiana post-upanisadica.

Per sviluppare tutti i temi toccati dal grande eliade non basterebbe una vita….fortunatamente infatti….

Ma per ora contentiamoci di non sprecare questa.

 

 
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