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Nelson Mandela: anche il N.W.O. ha bisogno di miti PDF Stampa E-mail

Dal n° 336 - Gennaio 2014

Scritto da Graziano DALLA TORRE   

Il 5 dicembre u.s. è morto, a 95 anni, Nelson Mandela. Militante, leader e attivista politico del popolo nero sudafricano, primo presidente nero della repubblica sudafricana dal 1994 al 1999 dopo le prime elezioni indette dopo la fine del regime ‘bianco’.Una vita scandita e segnata soprattutto da quei 27 anni di carcere patiti a causa della propria militanza, molti dei quali trascorsi in un carcere di massima sicurezza. Insomma, indubbiamente un combattente, al quale comunque riteniamo debba essere tributato un meritato rispetto.

Il 10 dicembre, nello stadio di Johannesburg, si è svolta la cerimonia pubblica ufficiale di commiato, che ha preceduto i funerali solenni del 15 successivo, e che ha visto la presenza di un numero impressionante (una novantina) tra capi ed ex capi di Stato e di governo; tra i tanti: Obama, Bush, Clinton, Carter, Hollande, Sarkozy, Letta, Cameron, Blair, Major, Roussef, Raoul Castro, alcuni re o regine o eredi al trono (di Belgio, Paesi Bassi, Danimarca) tra i quali spicca il principe Carlo, personaggi del ‘bel mondo’ dello spettacolo come C.Theron, Naomi Campbell, ‘Bono’ degli U2 e compagnia... Insomma, non c’è che dire, davvero non male per un rivoluzionario! Del resto Mandela era diventato una ‘icona’ (come si usa dire oggi) del pensiero unico umanista e - va da sé - mondialista, uno di quei personaggi, siano essi politici, scienziati, artisti, attori del cinema o quant’altro, davanti ai quali la genuflessione è obbligatoria e sui quali la ‘buona stampa’ mondiale ricama le sue sperticate lodi.

Saremmo curiosi di sapere, e del resto non dovrebbe essere difficile vista la relativa facilità di accesso ai documenti del passato recente, come la pensassero qualche decennio fa i più anziani di questi personaggi che già rivestivano cariche istituzionali, o i padri ideologici dei più giovani che allora erano solo ragazzi ma che discendono direttamente proprio da quei padri. Saremmo curiosi di vedere se allora, in piena ‘guerra fredda’, questa gente avrebbe così entusiasticamente applaudito alla icona Mandela quando il Sudafrica rappresentava un tassello fondamentale dello schieramento difensivo filoamericano per la propria insostituibile funzione di baluardo all’espansionismo sovietico e cinese nell’intero continente africano; quando le varie agenzie di intelligence e di sicurezza americane fornivano fior di consulenti ed istruttori alle forze armate e di polizia sudafricane e rhodesiane (sicuramente le migliori del continente, ma non ci voleva molto...) o a quelle molto più sgangherate del Portogallo coloniale, il tutto nel nome della guerra santa anticomunista. E ancora più curiosi saremmo di scoprire, eventualmente, come oltre ad americani e britannici altri non si peritassero di offrire il proprio appoggio militare, economico, finanziario e logistico al regime razzista di Pretoria, ovvero proprio il piccolo grande stato di Israele, le cui quinte colonne sparpagliate per l’intero orbe terracqueo da sempre e ferocemente si battono contro tutti i razzismi con relativi ‘rigurgiti’, tutti tolto ovviamente il proprio, di razzismo...

Perchè per molti versi un rivoluzionario Mandela lo è stato davvero, anche se tale appellativo non rivela di per sé stesso una connotazione né positiva né negativa: è una parola con un proprio significato specifico, dunque assolutamente neutra. Perchè Mandela è stato un combattente per una idea, ha perseguito la propria battaglia e per essa è stato perseguitato, come nella Storia è avvenuto per migliaia di militanti politici.

Resta l’interrogativo sul senso e sul significato della battaglia di Mandela; da un lato è stata sicuramente una lotta con una fortissima connotazione nazionalistica, essendo il partito dell’ A.N.C. caratterizzato come partito di raccolta della grande maggioranza delle popolazioni nere del Sudafrica, anche se con significative eccezioni come gli Zulu.Ed ebbe anche una forte connotazione di tipo sociale, con la presenza di connotazioni ‘socialistiche’ nel senso di una alleanza non solo tattica con i regimi che allora venivano definiti del ‘socialismo reale’, nonché palesata da una storica alleanza con il partito comunista sudafricano. Come tutte le organizzazioni politiche costrette su posizioni di semiclandestinità e di soggezione ad una forte repressione, e contestualmente al vantaggio di un forte appoggio popolare, anche il ANC come organizzazioni simili in altre parti del mondo (I.R.A. ed E.T.A. sono le citazioni più consone, ma gli esempi potrebbero moltiplicarsi) ha finito per sviluppare al proprio interno una accentuata caratterizzazione che oseremmo definire paramafiosa, se tale termine non fosse suscettibile di essere equivocato.

Il controllo della popolazione immediatamente soggetta alla propria autorità anche territoriale, come in certi quartieri come l’ormai famosissimo SoWeTo, porta inevitabilmente al formarsi di una leadership che difficilmente può essere criticata, ed accetta di esserlo, per non dire ostacolata. La creazione di una struttura partitica ed organizzativa piramidale ed esclusiva, il controllo totale non solo politico ma anche economico sulle popolazioni ricadenti nella propria sfera di influenza, lo svilupparsi di forme dapprima embrionali e poi sempre più perfezionate di strutture economiche, produttive e sociali come asili infantili, scuole, mense e ricoveri per i poveri hanno trasformato l’ANC in una holding anche affaristica che ha finito per garantire ai suoi vertici politico-militari sia centrali che locali innumerevoli probende ed occasioni anche di arricchimento. Certo questo non sposta di molto l’asticella del valore complessivo di una lotta durata quasi un secolo e fondata sulla sacrosanta aspirazione all’indipendenza sociale, economica e politica, ma occorrerà tenerne conto.

La storia del Sudafrica, per molti versi ricalca la storia generale del colonialismo europeo in Africa, Asia, Americhe, Oceania, ma per altri se ne discosta significativamente. In questo caso all’inizio di tutto vi fu un piccolo presidio della Compagnia olandese delle Indie sul Capo di Buona Speranza, al solo fine di rifornire di viveri e acqua le proprie navi dirette in estremo oriente, ove le colonie erano già sviluppate e floride (almeno per gli olandesi...); la successiva penetrazione britannica innescò le prime tensioni con i coloni olandesi e il successivo abbandono della colonia da parte dei Paesi Bassi - abbandono dovuto a ragioni geopolitiche particolari e all’oggettiva difficoltà di tenere testa alla potenza britannica - consegnarono decine di migliaia di coloni olandese, tedeschi e francesi ugonotti - nel frattempo cresciuti in numero ed in terre possedute ed accomunati oltre che da un protestantesimo calvinista fanatico anche da una lingua nuova e sviluppatasi autonomamente chiamata ‘afrikaans’ - alla sovranità della corona britannica. Quel che ne seguì è generalmente noto: una guerra di guerriglia sanguinosissima che vide gli afrikaner soccombere dopo una lotta rabbiosa e valorosa; la sperimentazione, da parte britannica, del primo esempio di campo di concentramento e sterminio con l’intento dichiarato di addivenire ad una ‘soluzione finale’ (e molto definitiva) che spegnesse la presenza boera in sudafrica; la grande migrazione di questi ultimi verso le inospitali terre del nord; la successiva e progressiva riconquista, sostanzialmente per via elettoralistica, del predominio afrikaner nella colonia; l’arretramento britannico con una sorta di tacito patto che sanciva la formale sudditanza della colonia stessa alla corona con la consegna del potere amministrativo agli afrikaner; l’inizio della politica dell’apartheid (separazione) nei confronti della maggioranza africana e delle minoranze indiane ed asiatiche in genere o comunque non bianche; la rottura definitiva con la Gran Bretagna.

Sul colonialismo, la nostra Comunità Politica ha avuto modo di esprimere più volte il proprio pensiero, sancendo la più totale opposizione morale ed ideale nei confronti di quel particolare fenomeno storico, anche quando ad avventurarsi lungo tale infelice strada fu il fascismo mussoliniano. La nostra Visione del Mondo ci impone il postulato della sovranità e della dignità dei popoli, di tutti i popoli, nello spazio fisico, culturale e spirituale che il destino ha assegnato storicamente ad essi; noi rifiutiamo di avallare le guerre di conquista e di aggressione, a meno che non siano fortemente giustificate dalla Storia passata e mirate a riparare torti gravi; così diciamo: l’Africa agli africani, con ciò comprendendo non soltanto la potestà politica ma anche la potestà sulle enorme ricchezze naturali di cui questo disgraziato continente dispone. E quanto vale per l’Africa vale ovviamente per tutti i continenti.

Il ‘nuovo’ Sudafrica in realtà si avvia sia pure lentamente al destino cui sono inevitabilmente giunti tutti i nuovi Stati sorti dalla ‘decolonizzazione’ africana nei primi anni ‘60.I pochi leaders autenticamente rivoluzionari che con coraggio e determinazione animarono i movimenti indipendentisti vennero ben presto inglobati in un sistema caratterizzato da autentiche nullità umane, e questo nell’ipotesi più benevola; i nuovi regimi dell’Africa nera e del nord Africa arabo non hanno tardato affatto a rivelarsi come nidi di ladri, truffatori e corrotti e spesso assassini psicopatici, con agli ordini stuoli di sbirri parimenti psicopatici i quali vennero affatto impropriamente dotati di uniformi ed etichettati come ‘soldati’ o ‘poliziotti’.Dalla dominazione coloniale europea quei popoli passarono ipso facto alla dominazione cleptocratica dei nuovi padroni ammantati da una pomposa retorica di volta in volta nazionalistica, socialista, etnocentrista... In realtà dietro la retorica non si faticherà a scorgere i maneggi infami con gli stessi ex padroni coloniali e soprattutto con le holding economiche e finanziarie celate dietro ad essi; maneggi che, come già detto, hanno prodotto la svendita delle ricchezze naturali, soprattutto minerarie, di quelle terre al miglior offerente in cambio di flussi ininterrotti di dollari incamerati dalla famiglie e dalle tribù dei dittatori locali, spesso facenti parte delle classifiche degli uomini più ricchi del pianeta.

Il Sudafrica ha visto crollare un regime iniquo, ma iniquo non certo (e questa è la ‘opinione’ di chi scrive) perché basato su quella politica di apartheid tanto demonizzata dai potentati democratici, liberali o marxisti, quanto perché tale politica era funzionale ad un regime il cui intento consisteva nello schiavizzare un popolo che aveva il diritto naturale ad autogovernarsi, magari male, sulla propria terra, operando su quel popolo un massiccio sfruttamento finalizzato all’espansione di una economia capitalistica appena mascherata da una patina, anche qui, di retorica etnonazionalistica europea. Ma il nuovo Sudafrica, che è nato comunque ereditando le infrastrutture economiche ed industriali decisamente superiori dell’intero continente pare non avere alcuna intenzione di trarre giovamento dalle lezioni del passato. La corruzione, la struttura paramafiosa del partito di governo, la spartizione interetnica della ricchezza si sposano con la continuazione dello sfruttamento capitalistico delle classi lavoratrici, come drammaticamente dimostrato alcuni mesi orsono dalla sanguinosa repressione degli scioperi dei minatori.

Il Sudafrica è oggi ‘normalizzato’ e non crea più imbarazzo nei salotti della finanza e della politica mondiale; peccato che l’unica consolazione delle masse proletarie nere sia costituita da sapere di essere sfruttate da una borghesia parassitaria nera infeudata alle multinazionali anziché dalle stesse multinazionali riparate dietro ai fucili ed ai manganelli della polizia e dell’esercito bianchi afrikaner.

Con la possibilità concreta che il regime del partito unico dell’ANC decida di far sfogare le pulsioni violente di questa enorme massa di manovra indirizzandola verso la popolazione bianca senza distinzione alcuna. In ogni caso rimarrà la realtà di una Africa perennemente incapace di prendere in mano il proprio destino e di creare uno spazio di pace, benessere e prosperità per tutti i suoi abitanti sbarazzandosi definitivamente degli ‘gnomi’ di ogni razza e colore che da almeno due secoli si spartiscono le sue enormi ricchezze.

 
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