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Lettera aperta al signor Giancarlo Caselli, magistrato (a riposo) della Repubblica Italiana PDF Stampa E-mail

Dal n° 337 - Febbraio 2014

Scritto da Graziano DALLA TORRE   

Signor giudice,

mi rivolgo a voi con questo epiteto (termine questo che ovviamente va inteso nel proprio significato originale, e non certo in quello estensivo, ci mancherebbe!), pur sapendo della differenza tra magistratura ‘inquirente’ (quella alla quale avete sempre fatto parte durante la vostra lunga carriera) e magistratura ‘giudicante’. Ma tant’è, preferisco questa parola che mi fa pensare a qualche vecchio film western, dove i giudici non avevano sicuramente vita facile ma avevano per converso autorità ed autorevolezza, e dove non erano vincitori di concorso ma designati dalla comunità, pratica che – ne convengo – se risulta o risultava confacente alla sensibilità ed allo spirito nordici ovunque essi si manifestino avrebbe, se applicata qui in Italia, esiti ancor più disastrosi di quelli generati dall’attuale sistema. L’alternativa sarebbe l’uso dell’insulso e inflazionato termine di ‘dottore’, insulso poiché se per ‘fare’ il magistrato è richiesta la conditio sine qua non del possesso di una laurea (ed oltretutto di una laurea specifica), va da sé che assommare al nome ed alla qualifica di magistrato il titolo di ‘dottore’ sia assolutamente pleonastico nonché molto, molto ‘italienische’, cioè espressione di una mentalità e di una cultura irrimediabilmente corrotte dal formalismo, dall’apparire, dalla vanagloria; in una parola da quella ‘mediterraneità’ che è segno dominante di tutto quanto parla italiano.

L’idea di questa lettera ha avuto origine dalla notizia, che anche noi abbiamo appreso dalla stampa, del vostro pensionamento dalla magistratura, il 18 dicembre u.s., dopo la bellezza di 46 anni di servizio. Non c’è che dire, un bel traguardo… In realtà, quando già avevo deciso di intitolare la lettera aperta come… lettera aperta (seguendo un percorso del tutto logico!) mi sono accorto che già un paio di anni fa il noto Beppe Grillo, sul suo ‘blog’, ve ne aveva già inviata una, fortemente critica del vostro operato, all’epoca in cui ricoprivate la carica di procuratore capo presso il tribunale di Torino ed eravate impegnato in svariate inchieste in margine alle vicende del c.d. movimento ‘no tav’ della valle di Susa. Ma tant’è, ormai il web e la stampa sono congestionati da migliaia di miliardi di parole e l’essere originali diventa sempre più arduo.

Inoltre, ad essere sincero, tutta l’annosa diatriba relativa alle ormai stranote vicende delle linee ad alta velocità mi ha annoiato. Non è questo l’argomento di questa lettera, come vedremo, ma non sarà inutile perderci un po’ di tempo per esporre alcune considerazioni, considerazioni beninteso fatte a titolo rigorosamente personale da parte di chi scrive.

Il ‘movimento no tav’ si oppone a tali progetti adducendo fondamentalmente alcune motivazioni privilegiate: la prima, è parrebbe la principale, è che le linee deturperebbero irrimediabilmente il paesaggio, l’ambiente naturale e l’ecosistema della Valsusa; che le stesse linee sarebbero costruite utilizzando materiali potenzialmente pericolosi per la salute, nonché che la loro utilizzazione a regime contribuirebbe a provocare ulteriori danni sanitari alle popolazioni stesse; che le progettate nuove linee ferroviarie sarebbero completamente inutili all’economia generale dei trasporti nazionali su rotaia, i quali dovrebbero piuttosto essere potenziati massimizzando l’utilizzo delle linee già esistenti; che, infine (critica questa che faccio senz’altro mia!), l’intera operazione servirebbe esclusivamente ad alimentare la spirale infernale della corruttela che pervade ogni aspetto della vita pubblica italiana.

Ora: gli uomini non scelgono in quale epoca nascere e vivere; qualsiasi essere umano è figlio del suo tempo e del suo spazio ma tutta la storia umana – e precipuamente quella dell’uomo europeo – è una storia di continua tensione verso la conoscenza di sé stesso e della natura, intesa come l’intero ambiente tangibile ed intangibile nel quale l’uomo stesso si trova a vivere o sopravvivere. Esiste oggi, e si è sviluppata a partire dagli anni ‘70, nel mondo euro-occidentale ed in Italia in particolare una vera e propria corrente di pensiero la quale vede in qualsiasi intervento umano sulla natura (ovvero sull’esistente nella sua dimensione fisica) un oltraggio all’equilibrio sostanziale del pianeta ed un attacco alla sua integrità. Sappiamo fin troppo bene come l’umanità abbia portato la Terra allo stato di quasi irrimediabile degrado nella quale si trova attualmente; dovremmo sapere che proprio lo sviluppo di nuove forme di tecnologia dovrebbe insegnare ai popoli desiderosi di apprendere dai propri errori come si possano aprire frontiere e scenari inimmaginabili ancora oggi, alla sola condizione che a governare tali cambiamenti non sia la feccia affaristica ed economicista dei faccendieri e dei banchieri bensì una élite (proprio così, signor giudice, noi – rovesciando l’assunto dell’ora ministro Emma Bonino – crediamo nel governo dei migliori, non in quello di chi viene eletto…); una élite politica i cui unici interessi ed i cui unici obiettivi siano la realizzazione del bene comune, da realizzarsi anche attraverso la mediazione fra gli interessi specifici e speciali delle varie componenti della comunità nazionale, chiamatele classi, settori, gruppi o come caspita volete. Insomma, questo è l’A-B-C della politica, lo sapete meglio di me… Voi, da uomo d’ordine (una volta si diceva così) o meglio da magistrato convinto forse di essere tale (poiché la magistratura e il governo, il parlamento, l’amministrazione pubblica italiani con l’ordine sono incompatibili!) avete scelto, in quei frangenti, di non fare sconti a quel noto ambiente (sino a qualche tempo fa esisteva un ‘noto servizio’ (!) ma non voglio certamente fare paragoni…) che, contiguo al movimento no-tav, ne costituisce l’avanguardia politica-operativa-’militare’ e del quale si è scoperto farvi parte anche qualche giovane figlio di qualche vostro collega… Anche se magari, forse, qualcuno vi ha sussurrato che magari, forse, qualche sconto era il caso di farlo… Resta il fatto che in questo disgraziato ‘paese’ si sotterrano tranquillamente per anni rifiuti tossici nelle campagne (e in Campania se ne accorgono mo’, e chiedono aiuto… al papa!!!), si incendiano dolosamente boschi, si provocano per incuria frane e inondazioni, si lasciano tonnellate di rifiuti abbandonati nelle strade, ma non si vogliono i termovalorizzatori perché… inquinano!

Tornando invece a noi il mio intendimento, nello scrivervi, era essenzialmente quello di prendere atto del fatto che voi siate diventato un modello -ovviamente positivo- per una non indifferente parte della popolazione italiana che in voi vedono un impavido e probo paladino della legge, della giustizia, della convivenza civile e del senso dello Stato, insomma di tutti quegli ideali con cui i telegiornali si riempiono la bocca. A proposito, giudice, avete notato come sia praticamente sparita dal vocabolario ‘buonista’ della lingua italiana la parola ‘Legge’, con la ‘L’ maiuscola? E’ stata sostituita da ‘legalità’, che suona molto più soft, o friendly, o come caspita si dice oggi. Non vi induce a qualche riflessione, questo? Del resto ormai da tempo immemore nessun politicante o giornalista si azzarderebbe a parlare, come sinonimo di Italia, di ‘Nazione’; meglio dire: ‘paese’, molto meno impegnativo e del resto più confacente alla realtà dei fatti.

Il vostro merito, plebiscitariamente riconosciuto dall’Italia autonominatasi ‘per bene’ (ah, una volta il ‘perbenismo’ era la bestia nera della sinistra…) si può sostanzialmente riassumere in questo: essere un magistrato che si è distinto in prima linea nella lotta alle mafie ed alla criminalità organizzata. Per molta stampa italiana questa è ragione sufficiente per il processo di canonizzazione, e del resto io stesso la considero opera altamente meritoria. Se non fosse per alcuni dettagli di poco conto… Perché, signor giudice, voi avete dedicato la vostra esistenza di onesto piemontese vecchio stampo al servizio della repubblica e della sua costituzione fingendo di non vederne il volto deforme e piagato vanamente coperto dalla maschera della retorica; e fingendo di non sapere che la tanto esaltata e oggi deificata costituzione repubblicana altro non fu che l’impossibile mediazione tra le istanze di un sedicente cattolicesimo sociale e popolare in realtà al servizio degli angloamericani (giacché le originali idealità cristiano-sociali vennero di fatto messe in pratica, o perlomeno tentate, dal fascismo) e quelle di un partito comunista stalinista al completo e totale servizio della Russia sovietica; dunque una pura e semplice operazione di bassa politica che avvierà la lunga stagione del consociativismo e della spartizione dei settori più rilevanti che uniti insieme come blocchi ad incastro formano la struttura del potere: potere e poteri economico, finanziario, culturale, editoriale e quant’altro. Tutta la storia repubblicana sino alla fine della ‘prima repubblica’, soffocata dal suo stesso vomito come gli ubriachi all’ultimo stadio, è stata segnata da questo patto di spartizione, del quale anche la vostra santa carta costituzionale è una conseguenza. Soffocamento del resto, sia detto per inciso, eterodiretto da ‘potenze straniere’ che hanno utilizzato allo scopo anche la magistratura, consapevole o meno che fosse; e il solo fatto che quel sistema sia crollato non per la volontà di un popolo ormai irrimediabilmente anestetizzato ma per le trame ordite in qualche ambasciata straniera dovrebbe essere illuminante… Come illuminante dovrebbe essere la semplice constatazione che dalla padella del consociativismo DC-PCI l’Italia è passata nella brace della dittatura europea.

Ancora: fingete di non sapere, signor giudice, che proprio la mafia (in questo caso quella siciliana) fungerà da potentissimo trait d’union e da testa di ponte tra le forze armate americane e le cellule liberali, massoniche, vaticane e monarchiche che, più o meno defilate sotto il Regime, si preparavano a diventare la ‘nuova’ classe dirigente antifascista, mentre lo stesso avverrà nell’area napoletana con la camorra. E infatti, se come recita il noto proverbio, “il buongiorno si vede dal mattino” le premesse per il futuro sfascio della repubblica già c’erano tutte! Epperò, oltre alle mafie, continua ad allignare nel paese più bello del mondo questa malapianta che ha infestato una buona parte di una certa borghesia e che si può descrivere semplicemente come la pianta della vanità, della supponenza, dell’arroganza o, per usare una parola di moda, dell’autoreferenzialità. Nel deserto morale della società odierna e nella palude malarica della politica e dell’economia ove la corruzione ed il malaffare stanno eguagliando gli standards africani, questa pseudo intellettualità autonominatasi vestale della purezza e dell’onestà ha piano piano occupato gli spazi che contano della politica, della cultura, dell’università, della stampa e dell’editoria, proprio quegli spazi che, come abbiamo detto, si erano spartiti i due grandi partiti rivali; eredi morali e ideali di quel coacervo culturale passato alla storia italiana ed europea come movimento del ‘68, essi hanno visto concretizzarsi non già il sogno della rivoluzione marxista che era dei loro padri bensì la visione, molto più complessa, lungimirante e, se possibile, inquietante di una società ‘metamarxista’ che è proprio il modello di società tecnocratica, postliberale, radicale che ha plasmato le istituzioni sovranazionali europee di Bruxelles, Strasbourg o Lussemburgo, e attraverso esse tutte le nazioni del continente. Così non è affatto azzardato affermare che, contrariamente a quel che appare, il barbuto di Treviri abbia vinto su tutta la linea; non certo in Russia, o in Cina o a Cuba ma proprio negli uffici ovattati e ipertecnologici della city londinese, di Wall Street a New York, di Francoforte, Hong Kong, Tokio e di tutte le capitali finanziarie mondiali.

Ma tutto questo non è certo materia di riflessione per gli epigoni di quegli altri ‘barbuti’ che negli anni ‘60 e ‘70 hanno messo a ferro e fuoco le maggiori città italiane: puzza troppo di ‘complottismo’, ergo di ‘destra’; meglio convincersi di essere (ancora) dei perseguitati dalla ‘reazione’ (ah, il buon vecchio Peppone da Brescello…), di essere l’ultima linea di difesa all’arroganza dei nemici dell’umanità, della libertà, della fratellanza universale… E’ questo l’ambiente che ha nominato voi e una decina di vostri colleghi salvatori della patria e della civiltà, padri della repubblica e difensori dei sacri principi democratici e costituzionali; questo ambiente, sul cui potere di influenza sulla politica non mi sembra possa esservi discussione, ha deciso questa nomina honoris causa sostanzialmente sulla base di qualche anno dedicato a rivestire la carica di procuratore del tribunale di Palermo, anni costellati da alcuni successi in quella che si suole definire come ‘lotta alla mafia’.

Non ho dubbi, personalmente, che voi siate quella che si definisce una persona onesta, e comunque non è questo il punto. Già, perché il ‘punto’ è che voi e tutti quelli come voi, tutta quella parte della magistratura che, di concerto con alcune ben definite frange politiche, non perde occasione di pontificare ad ogni piè sospinto di ‘legalità’ (legalità appunto, ma non Legge con la ‘L’ maiuscola) itinerando comizi-spettacolo nelle scuole e nelle università, acclamati come gli ultimi custodi dell’integrità della patria (pardon, del ‘Paese’: le patrie non esistono o se esistono sono ‘reazionarie’ e comunque si, l’Italia non è patria di nessuno… ), tutti voi insomma vi muovete per le strade delle città italiane senza vedere, sentire, toccare ed odorare quello che oramai è diventato questo vostro ‘paese’. A bordo di auto blindate e scortate da nugoli di poliziotti andate a tenere i vostri sermoni, da nord a sud, predicando che bisogna rispettare la legge (legalità…) e che i ‘giovani’ (concetto peraltro ormai estensibile alla soglia dei quarant’anni…) devono essere educati, guarda un po’, a non rubare, non uccidere, non trafficare in stupefacenti o in prostitute più o meno minorenni. Questa paccottiglia del tipo ‘popolo viola’ che oggi vi porta sugli scudi ha ereditato ed assorbito -a torto o a ragione- l’universo ideale del vilipendio e della distruzione degli scalcinati pilastri sui quali si reggeva non tanto la società -già irrimediabilmente guasta dopo le vergogne della guerra civile- quanto l’idea della società in sé stessa. Così voialtri signori magistrati sguazzate con noncuranza tra i miasmi della decomposizione italiana facendo finta di credere che basti infilarsi una toga e scandire ad alta voce la roboante formula ‘in nome del popolo italiano’ per ricreare magicamente un ordine che non è mai esistito. Attorniati da chilogrammi di carta di codici, commenti, commenti ai commenti, giurisprudenza, pareri legali e quant’altro, comminate (rare) condanne ben sapendo che non verranno mai eseguite, o assoluzioni dettate da cavilli procedurali e interpretazioni fantasiose e creative della legge stessa; nell’oceano infetto della corruzione della politica e degli affari, della criminalità organizzata e delle mafie onnipotenti ed onnipresenti imbastite processi infiniti e surreali che si protraggono per decenni, mentre i capi banda vengono scarcerati per vizi di procedura o, se stanno in carcere, fanno il bello e il cattivo tempo come fossero nelle loro case. Ascoltate ‘testimoni’ (quasi sempre delinquenti che cercano sconti di pena) che vengono trasferiti in segreto e ascoltati dietro ad un paravento, scortati da poliziotti con il cappuccio sulla testa (il poliziotto che si nasconde il viso! Se vogliamo un simbolo forte della disfatta totale di questo pseudostato ecco, possiamo senz’altro assumere l’immagine di questi poliziotti con il volto coperto mentre traducono un mafioso che ride sguaiatamente mentre i suoi lo acclamano, liberi, al suo passaggio!) E mentre un terzo del territorio nazionale viene gestito direttamente dalle bande criminali che dispensano ‘giustizia’, posti di ‘lavoro’, licenze commerciali, lauree, cariche pubbliche, paradiso e inferno, voi magistrati (o quantomeno alcuni di voi) pensate veramente di potere amministrare la Giustizia con la ‘G’ maiuscola… Tra i cinici tra di voi, e tra i poliziotti o i funzionari pubblici e quant’altro, che aspettano la fine del mese tirando a campare sapendo esattamente qual è la realtà e i veri o presunti ‘idealisti’ (e quelli veri ci sono, e spesso hanno pagato con la vita o con l’ostracismo…) beh, non so proprio chi scegliere…

Perché, fatte le debite distinzioni, mi viene in mente il celeberrimo dipinto di Hieronymus Bosch, “La nave dei folli”. Più che una nave è una barca, dove una piccola accolta di personaggi è intenta a gozzovigliare mentre il battello se ne va alla deriva e all’affondamento. Il grande pittore olandese, con quell’opera, volle ammonire il suo pubblico, in una ottica cristiana, a concentrarsi sull’essenza, cioè su Dio, anziché sulle vanità mondane. Ma possiamo anche ‘scomodare’ il Vangelo: non si possono servire contemporaneamente Dio e mamonas, Dio e il diavolo.

Personaggi come i giudici -per limitarci ad essi- Falcone, Borsellino, Livatino, Chinnici, Saetta ed altri sono stati degli eroi borghesi, ma anche se erano dalla parte ‘giusta’ sono morti comunque dalla parte ‘sbagliata’. Perché a guardare bene non ci sono parti opposte. Il colore è lo stesso, una oceanica distesa grigia…

Con i migliori saluti.

 
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