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Vergogna? Per chi? PDF Stampa E-mail

Dal n° 334 - Novembre 2013

Scritto da Graziano DALLA TORRE   

“Vergogna!” ha esclamato il papa Francesco, che con la supponenza e la spocchia tipici dei falsi modesti – alla schiera dei quali sicuramente appartiene – non vuole che al nome segua l’aggettivo numerale ordinale, pensando forse di essere anche... l’ultimo ad usare quel nome.

Si riferiva, lo avrete capito, alla strage avvenuta nel mare di Lampedusa nei primi giorni di ottobre dove uno dei tanti barconi zeppi di ‘migranti’ (ah, la magia delle parole artefatte...) è affondato con il suo carico di ‘passeggeri’ - in massima parte africani orientali - trascinandone sul fondo ed annegandone più di trecento. Affondamenti tutt’altro che infrequenti (proprio qualche giorno prima, sempre in Sicilia, si sono contati una ventina di morti...) e tutt’altro che destinati a finire (come tragicamente confermato poche settimane dopo!) poiché, va da sé, sino a quando continuerà il flusso degli ingressi cosiddetti clandestini dall’Africa verso l’Italia attraverso il Mediterraneo continuerà a rimanere alto il rischio che tali ecatombe continuino a ripetersi.

Non siamo qui per accodarci alla costernazione generale, papale o presidenziale o altro che sia; non siamo qui per pontificare (è il caso di dirlo...) sulle tragedie come questa con il sottofondo di musichette stucchevoli come suole sempre fare in circostanze analoghe il più squallido, insulso ed assurdo tra i telegiornali italiani, ovvero ‘Studio aperto’ sul canale ‘Italia 1’...

Quanto avvenuto merita però una riflessione pacata ma anche franca, aldilà delle vuote farneticazioni e del cicaleccio che rimbalzano esattamente speculari da una parte e dall’altra del vuoto e miserabile circo del politicantismo italiota, un circo desolante ove i pagliacci si affannano sul palcoscenico cercando non già di divertire (arte nobile ormai in disarmo) ma di ammannire ogni sorta di oscenità ad un ‘pubblico’ ormai irrimediabilmente anestetizzato in attesa che la nave (visto che oltretutto è di barche che affondano che stiamo parlando!) si decida finalmente ad affondare essa stessa.

Sul problema e sul fenomeno migratorio abbiamo diffusamente parlato e scritto da queste pagine, per anni; possiamo dire che quello che ha maggiormente caratterizzato la Comunità Politica di Avanguardia nel panorama neofascista italiano e forse europeo (o chiamatelo come volete... è tanto per capirci) è stato proprio l’approccio eretico al fenomeno immigratorio. Eretico nei confronti delle posizioni ‘canoniche’ che riguardo tale problema hanno assunto la quasi totalità dei partiti e movimenti della destra radicale sia italiana che europea. Questo approccio (certo unito al disegno della nostra progettualità politica generale, come tratteggiata compiutamente nel progetto rivoluzionario denominato “Eurasia-Islam”) ci è costato il sospetto e l’ostracismo di questi ambienti; abbiamo detto e scritto molto, ma è anche vero che spesso siamo stati fraintesi, magari volutamente ed intenzionalmente (del resto non si dice: “dai nemici mi guardo io, dagli ‘amici’ mi guardi Iddio!”?) perdendo così a volte la possibilità di fare una corretta opera se non di proselitismo quanto meno di informazione rivolta a tutti coloro i quali potessero essere attratti, sia pure confusamente, dal nostro progetto politico.

La tragedia di Lampedusa (perché di questo si tratta) ripropone a chi voglia vedere negli avvenimenti passati e presenti i prodromi di quelli futuri, non tanto l’emergenza -che questa è ormai endemica ed istituzionalizzata - quanto l’essenza del problema di fondo, ovvero di quello che sta dietro alle ondate di folle che si trasferiscono da una terra ad un’altra e da un continente ad un altro per motivazioni eminentemente economiche; e di come questo dramma storico e sociale sia stato e venga sfruttato dal sistema globale del nuovo ordine mondiale come funzionale ai suoi propri disegni.

L’emigrazione/immigrazione di tipo economico è, in epoca moderna, una conseguenza del sistema economico e politico capitalistico globale, che ha reciso e dissolto i vincoli ed i rapporti comunitari di tipo tradizionale ovunque nel mondo. Non vi sono ormai più nazioni o territori al mondo nei quali il capitalismo non costituisca il modello economico prevalente e dominante, a meno di non volersi riferire a esigue ed isolate comunità tribali barbare o semibarbare.

L’Italia, anche o forse soprattutto per la propria posizione geografica, si trova da ormai più di un ventennio ad essere investita in pieno dalle periodiche ondate provenienti dalle coste nordafricane; ma sarebbe riduttivo attribuire soltanto alla geografia la ‘responsabilità’ di tale stato di cose, poiché i governi che si sono succeduti in questi decenni hanno ampiamente dimostrato -non poteva essere altrimenti, del resto! - la propria spaventosa inefficienza anche sulle politiche di intervento relative a tali tematiche, e ciò anche da parte di quella coalizione berlusconiana-finiana-leghista che pensava di attrarre consensi popolari (o meglio, elettorali) proprio cavalcando un diffuso sentimento ostile alla immigrazione, o perlomeno all’immigrazione incontrollata, presente in ampi settori della popolazione. Si è ben visto come anche tali governi non abbiano nemmeno impostato una autonoma politica nazionale su tali temi, seguendo semplicemente e pedissequamente le istruzioni della ormai sempre più onnipresente ed onnipotente Unione Europea.

Esiste da tempo una vulgata, che continua a circolare in Italia alimentata dalla casta politica, dai media, dalla scuola e dall’università, dalle chiese di varia denominazione, dai sindacati e dalle associazioni imprenditoriali, insomma da tutti quelli che contano e dettano la musica; la quale afferma che il sistema produttivo italiano abbia storicamente avuto, ed abbia attualmente, necessità di manodopera immigrata a basso costo e non qualificata per svolgere tutte quelle mansioni che i cittadini italiani non vorrebbero più svolgere. Non ci sentiamo di contestare totalmente tali affermazioni, poiché è chiaro che vi è del vero. Tuttavia è anche chiaro che tale ‘teoria’ sia stata trasformata, esercizio tipico della prassi delle democrazie totalitarie e massificanti europee, in un atto di fede incontestabile e indiscutibile, come è accaduto o sta accadendo per il ‘verbo’ sterminazionista e pansessualista. L’Italia è un paese che nel passato ha pagato un prezzo altissimo all’emigrazione, sia europea che intercontinentale e qualsiasi discendente di quegli emigranti sa bene quali difficoltà ed asprezze dovettero affrontare e subire i loro padri, nonni o bisnonni i quali andarono in soccorso, in qualità di manovalanza generica, di sistemi produttivi industriali in forte espansione o di strutture agricole ad alta produttività e dove le classi operaie locali non erano oggettivamente in grado di garantire la copertura di una richiesta di manodopera in costante e progressiva ascesa. Mi domando: l’Italia degli anni ’10 del 21° secolo possiede una economia bisognosa di braccia o di cervelli? Lascio ai lettori la risposta, anche se invero dei secondi ci sarebbe un disperato bisogno, non tanto nell’industria ma proprio tout court! L’emigrazione economica è sempre il marchio di una sconfitta per quelle nazioni che la subiscono, è la sconfitta della dignità di quella propria nazione, la dimostrazione dell’incapacità di governarsi e di provvedere ai propri bisogni, dell’incapacità di creare, più che di produrre; essa espone parti consistenti della popolazione nazionale all’onta di dovere chiedere, se non mendicare, il pane ad una terra straniera; alla vergogna di essere e di sentirsi stranieri e comunque vituperati, giacché la diffidenza verso il forestiero è insita nel patrimonio genetico dell’Uomo; ed espone infine in molti casi al paradosso, difficilmente spiegabile o giustificabile, di abbandonare terre benedette da Dio per la rigogliosità delle proprie risorse e ricchezze naturali, per muoversi verso terre affogate nel grigiore del freddo, delle piogge e delle nebbie. È anche per tutto questo che il nostro giudizio su tale particolare problema non può che essere negativo, aldilà di qualsiasi valutazione pratica sulla necessità del ricorso alla mano d’opera immigrata; come detto, che l’Italia ne abbia bisogno oggi è quantomeno dubbio, ma se anche ne fosse indiscutibilmente dimostrata la necessità qualunque valutazione ‘morale’ sarebbe fuori luogo. Esso è e resta un problema del capitalismo, un suo frutto avvelenato al pari dell’inquinamento ambientale o delle crisi di sovrapproduzione. Per questo riteniamo che, in definitiva, il nostro giudizio sull’immigrazione debba esulare totalmente dalla circostanza che essa possa rivelarsi ‘utile’ o ‘inutile’ alla economia nazionale (espressione che naturalmente ha perduto ogni significato, in barba alle dichiarazione di qualche ‘nostalgico’). Per questo l’assunto secondo il quale gli immigrati sarebbero vitali per l’economia italiana e i suoi cicli produttivi o per quel che si vuole ci lasciano totalmente indifferenti: se anche fosse, un simile ragionamento presupporrebbe una ideologia puramente economicistica chiaramente estranea alla nostra idea del mondo. Il problema è un altro. Il problema è che per la c.d. estrema destra la battaglia anti immigratoria è diventata, già a partire dagli anni ’90, il principale cavallo di battaglia politico-culturale, esattamente come prima lo era l’anticomunismo. Vi sono in Europa partiti e movimenti politici (ad esempio, il Front Nationale francese o il British National Front) che hanno fatto esattamente questo, ovvero impostare una linea politico-culturale utilizzando quasi esclusivamente lo spartito della polemica anti immigratoria. Lasciamo a costoro la loro propria responsabilità storica e politica che deriverà da queste posizioni, sottolineando però, per amore di onestà, che quasi mai tali movimenti si richiamano esplicitamente ai fascismi storici ed al socialismo nazionale, dovendo essere più correttamente inquadrati nella cornice di quel nazional-conservatorismo che, rispettabile fin che si vuole, non può e non deve essere confuso ed accostato alle idealità autenticamente rivoluzionarie che hanno segnato la ‘nostra’ storia ed il ‘nostro’ retaggio. Che poi i mass media mondialisti reiteratamente ed ossessivamente (e, va da sé, del tutto interessatamente) accostino tali formazioni alle esperienze storiche dei Fascismi non ci può né deve toccare. In ogni caso – e ne abbiamo più volte e diffusamente parlato da queste pagine – non possiamo non vedere in queste battaglie delle battaglie di retroguardia, combattute sul terreno voluto dal nemico; quello stesso nemico – chiamatelo N.W.O. o Z.O.G. o quello che volete – che provvederà poi ad appiccicare loro le etichette che riterrà più opportune, come a fenomeni da baraccone.

Qualcuno ricorda ancora, nel settembre 2000, la mobilitazione davanti alla villa d’Este di Cernobbio (CO) in occasione del forum Ambrosetti, nota convention mondialista dei padroni e padrini dell’alta finanza? Poteva (e doveva) essere l’inizio di una reale e autentica lotta globale al sistema globale, una lotta ai fondamenti e alle fondamenta del Sistema lanciata e guidata finalmente dalla destra radicale e rivoluzionaria... Fu una fiammata d’alcool, subito estinta senza lasciare traccia. Altri pensieri occuperanno poi quelle teste, altre parole d’ordine usciranno da quelle bocche; sono le stesse che risuonano ancor oggi in quegli ambienti, parole vuote, esauste, esangui. Il treno intanto è passato senza che nessuno abbia voluto o sia riuscito a salirci, e quello successivo nessuno sa quando ripasserà.

E allora? Allora, se è giusto evocare la vergogna, essa deve ricadere sul ridicolo pseudo stato chiamato Italia, che non può opporre proprio un bel niente agli sbarchi ed agli ingressi illegali o legali che siano. Nel caos e nello sgretolamento generali anche l’invasione allogena strisciante è diventata un dato di fatto, una statistica. Come le frane e le alluvioni, le auto blu, le ruberie della casta, i processi a Berlusconi, la camorra e i ‘cachet’ milionari ai presentatori del festival di Sanremo.

Non può opporre orgoglio e coesione nazionale, non può opporre identità forte e senso di appartenenza, non può opporre fede o speranza nel futuro, non può opporre nemmeno il futuro della gioventù, sempre più esigua numericamente e sempre più idiota moralmente e psichicamente. Non può opporre nemmeno, e perlomeno, il pugno di ferro alla gola dei ‘passatori’ e dei trafficanti di uomini, spesso unici artefici di queste carneficine, poiché la legge serve solo a riempire i codici-mattone ostentati da avvocati e magistrati. Che vogliamo fare? Possiamo consolarci pensando che vi sia una mano invisibile a guidare questo corso storico, il che è assolutamente probabile; possiamo ipotizzare un disegno di ‘miscegenation’ indotto dalla cupola segreta che governa il mondo; anch’esso assolutamente probabile. Ma poi? Senza un progetto rivoluzionario totale non si va da nessuna parte. Tutto il resto, oltre che noia, è retorica. La retorica dei telegiornali, dei prefetti, dei sindaci, dei magistrati, dei preti. La retorica dei servi, più o meno potenti, più o meno addentro le segrete cose ma sempre servi. La retorica lasciamola ai Napolitano/Grasso/Boldrini/Letta... O a Francesco senza ‘primo’.

 
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