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Povera patria… PDF Stampa E-mail

titolo:  Dal n° 332 - Settembre 2013

Scritto da Graziano DALLA TORRE   

“Povera patria...” Così cantava Franco Battiato in una sua canzone del 1991; e nel 2009, dunque ben 18 anni dopo, è la volta della ancora più incisiva ed amara “ Inneres auge”, nella quale stigmatizza l’infame circo del malaffare che imperversava (e imperversa) sull’Italia essendo allora il ‘turno’ - nella occupazione della postazione ‘governativa’ (?!) - dei cialtroni del PD+L, dei quali andrà sicuramente ricordato l’inconfondibile stile plebeo e predatorio nella mala gestione degli affari pubblici derivato direttamente da quei maestri incontestati in materia che furono la dirigenza nazionale e locale di quello che impropriamente prendeva il nome di partito socialista e del suo indiscusso capo Bettino Craxi.

Il ‘buon’ Battiato ha del resto recentemente sperimentato l’agone della politica come assessore regionale in Sicilia, carica dalla quale ha avuto il buon gusto di dimettersi quasi immediatamente dopo avere toccato con mano il conformismo e l’inconcludenza degli alter ego dei succitati personaggi, ovvero del PD meno L. Ma tant’è, c’è sempre chi continua a pensare che “comunque bisogna tentare di cambiare le cose democraticamente dall’interno del sistema ecc. ecc.”

Le parole di queste canzoni mi sono ritornate in mente proprio negli ultimi giorni quando il circo della politica romana attorniato dai clown che più convenientemente vengono definiti ‘operatori dell’informazione’, ha preso a commentare la sentenza di definitiva condanna di Silvio Berlusconi pronunciata dalla ‘suprema’ corte di cassazione nell’annoso procedimento per frode fiscale tra gli innumerevoli nei quali è implicato come imputato l’ex primo ministro italiano.

Sullo stato disastroso della giustizia in Italia non serve aggiungere altro, se non rilevare come tre gradi di giudizio (e la corte di cassazione può ordinare il rifacimento dell’intero processo!) costituiscano una assoluta mostruosità giuridica, utile soltanto a garantire ad imputati carichi di avvocati e di soldi la possibilità di procrastinare indefinitamente una probabile condanna definitiva o, meglio, a ottenere una assoluzione anch’essa definitiva. Meno ancora ci importa del merito della sentenza stessa, posto che è abitudine invalsa fra i politicanti nazionali plaudere alla magistratura quando questa pronunzia una sentenza a loro favorevole e, al contrario, accusarla di ‘politicizzazione’ quando invece le sentenze pronunziate si rivelano punitive. Pochi sembrano rendersi conto che di norma è il potere legislativo a stare al di sopra di quello giudiziario, il quale altro non può fare che applicare norme e pene stabilite dai legislatori… Quello che va invece sottolineato è come gli squallidi figuri della corte berlusconiana – uomini dappoco, insignificanti ed opportunisti, che occupano le loro poltrone soltanto perché insediati dal loro capo e che senza di lui precipiterebbero immediatamente nell’oblio e nel dimenticatoio – non abbiano perso tempo nel preannunciare mobilitazioni ed iniziative, dal ricorso (ancora!) alla corte europea dei diritti dell’uomo alla ‘soluzione politica’ (la stessa invocata, ma questa volta da altri, per i reduci del terrorismo rosso), vale a dire l’annullamento di fatto della sentenza, soprattutto nella parte che prevede l’interdizione dai pubblici uffici e quindi l’ineleggibilità di Berlusconi.

Nel frattempo il governo di occupazione coloniale ben rappresentato da entrambi gli ‘schieramenti’ lavora nell’ombra al suo progetto di svendita totale e definitiva degli ultimi residui di sovranità nazionale, al servizio del governo ombra (ma in realtà il solo vero ed autentico governo in grado di decidere e fare alcunché) rappresentato dall’unione europea e dalle lobbies mondialiste. E poiché quando la stampa italiana parla di ‘giustizia’ lo fa esclusivamente in rapporto alle fisime di questo o quel politicante e degli eventuali rapporti suoi e del suo partito con le aule dei tribunali, appare piuttosto chiaro che della giustizia con la ‘G’ maiuscola non importi nulla a nessuno. E, infatti, la semplice lettura della stampa di regime basta ogni giorno a mettere i brividi agli ultimi sparuti uomini ‘perbene’ (ah, il ‘perbenismo’… cosa potrebbe significare oggi questa parola?) che si ostinano, o sono costretti, a vivere in questo Paese… Certamente non fanno più minimamente scalpore le diuturne e continue notizie relative a ruberie e corruzione nell’ambito delle amministrazioni pubbliche o che vedono coinvolti politicanti di ogni coalizione e partito; e come potrebbero più scandalizzare qualcuno quando è la stessa gente comune ad avere perso il senso comune di onestà e rettitudine nonché ogni sentore di dignità pubblica e collettiva? Per non parlare dell’amore di patria e del sentimento di appartenenza nazionale, sentimenti storicamente probabilmente mai esistiti.

Così, una nazione (sì, in questa accezione!) nel migliore dei casi di piccoli uomini se non di veri e propri malfattori ha finito per pervadere ogni cellula del tessuto sociale col risultato che oggi si può ben dire che, contrariamente a quanto talvolta asserito da qualche ‘buonista’ di turno, dal punto di vista morale non esista alcuna discrepanza tra quello che comunemente si definisce come ‘il popolo’ e la sua classe dirigente, sia locale che centrale. Mai come in questo caso si invera il vecchio detto che recita che “ognuno ha quello che si merita”; e chi meglio di un personaggio come appunto Silvio Berlusconi può simboleggiare l’osmosi quasi perfetta tra un popolo ed il suo leader? Ma lo stesso avviene in migliaia di realtà locali, dove le camarille partitiche di volta in volta di destra, di centro e di sinistra occupano le istituzioni creando in breve tempo una rete di interessi particolari che coinvolgono, oltre agli stessi politicanti, anche una area diffusa costituita da ‘professionisti’, imprenditori, commercianti et similia. È impressionante notare come la stessa stampa di regime fornisca le notizie relative ai sempre più frequenti casi di corruzione e ruberie in modo quasi asettico, considerando tali episodi – e facendoli considerare dai suoi lettori – come appartenenti alla più assoluta normalità. Vengono pubblicati a getto continuo, dalle maggiori case editrici, libri e pamphlet accuratamente documentati che analizzano e scandagliano gli episodi ed i sistemi del malaffare nei più svariati settori della vita associata – la politica, la sanità, il ciclo dei rifiuti, le pensioni, le attività produttive – senza che la palude della “società civile” o dell’opinione pubblica che dir si voglia mostri la pur minima increspatura sulla superficie dell’acqua stagnante che la compone. Sono ormai decine i giornalisti che si sono fatti un nome ed un cospicuo conto corrente bancario dedicandosi all’analisi ed al racconto di questa vergognosa realtà, senza che questo loro impegno susciti molto di più di qualche dibattito televisivo. Rivelazioni che in una situazione di ‘normale’ presenza di un senso morale radicato nella collettività popolare sarebbero più che sufficienti a scatenare una rivolta in stile… egiziano, passano sotto assoluto silenzio limitandosi alla tipica “chiacchiera da bar”, in un finto sentimento di indignazione peraltro presto dissolto dalle beghe quotidiane.

Si continua a leggere di fatti incredibili, come quello concernente le pensioni da svariate decine di migliaia di euro mensili erogate a ex funzionari pubblici o semipubblici che, ancora relativamente giovani ed energici, vedono bene di arrotondare l’emolumento accaparrandosi incarichi e ‘consulenze’ (in che caspita consistano tali consulenze lo sanno solo loro) retribuite con assegni pari allo stipendio lordo di decine di anni di lavoro di un normale operaio o impiegato. Reazioni? Nulla. Il vuoto più totale. Anzi, qualcuno oserà dire che “è tutto conforme alla legge”, il solito mantra utilizzato da tempo immemorabile da tutti questi piccoli uomini per giustificare i loro intrallazzi (ricordate l’appartamento romano di D’Alema?) con il piccolo particolare che sono proprio questi figuri a “fare le leggi”. E tali fatti costituiscono soltanto un esempio degli innumerevoli episodi e situazioni che quotidianamente allignano in Italia, tutti ben pubblicizzati – come abbiamo visto – ma che egualmente finiscono con il passare sotto silenzio, vuoi perché i media confidano nell’effetto saturante di dati e fatti ripetuti ad nauseam nella psiche di una opinione pubblica già sufficientemente anestetizzata, sia perché, e soprattutto, il popolo stesso il quale dovrebbe essere sovrano finisce con il ritrovarsi in tali situazioni come se fossero uno specchio riflettente la loro propria anima intrinseca.

E questo perché una massa considerevole della popolazione italiana può essere ben considerata come perfettamente allineata ai difetti e ai vizi dei propri governanti; tutte le critiche, anche feroci, che l’uomo comune riversa su costoro altro non sono che frutto dell’astio nei confronti di chi può ‘permettersi’ comportamenti e privilegi invece negati, per forza di cose, alla gente comune. A riprova di ciò basti considerare l’atmosfera di illegalità diffusa che coinvolge ad ogni livello l’uomo della strada; non serve affatto addentrarsi nei luoghi usualmente associati alla delinquenza per imbattersi in attività criminali, essendo ormai coinvolti in episodi legati a tipiche vicende criminali (come ad esempio il settore degli stupefacenti) anche personaggi che svolgono normali attività professionali e che non sono riconducibili a quelli che un tempo venivano definiti come “delinquenti abituali, professionali e per tendenza”.

Quanto alla criminalità vera e propria sappiamo bene che essa è ormai endemica alla società e che, fatto ben più grave, ha ormai intrecciato un fitto reticolo di interessi, complicità e collusioni con le istituzioni ad ogni livello e non soltanto per quanto attiene ai reati tipici connessi alle pubbliche funzioni come la corruzione e gli illeciti ad essa correlati, ma anche in relazione alle tipiche attività criminali di cui si è detto.

Poiché il disprezzo della legge non riguarda specificamente le leggi ridondanti, inique, ridicole e soprattutto confezionate ad uso delle lobbies politico-economiche (che anzi queste dovrebbero per amore di giustizia essere ignorate) ma bensì il principio stesso di legge, autorità e di ordinata vita associata, ne consegue un imbarbarimento della vita pubblica e collettiva ad ogni livello, nella circolazione stradale, nei rapporti condominiali, in quelli di lavoro, in quelli commerciali e tra imprenditori, nel decoro urbano, sino ad arrivare allo strapotere della criminalità sia da strada che organizzata. Il governo PD(L), suscitato e tenuto insieme dai padroni occulti con l’avallo (anche) dell’ex comunista del Quirinale, si arrabatta a fare finta di far qualcosa; in realtà gli unici provvedimenti a cui mirano questi servi dei servi, nello sfacelo della disgregazione sociale totale e con l’impoverimento lento ma costante della classe lavoratrice, sono quelli sul ‘femminicidio’ (?!) che, posto che gran parte degli omicidi propriamente detti o non vengono risolti o comunque non vengono puniti adeguatamente, dovrebbe formalmente cambiare questa tendenza negativa. Quello sulla ‘omofobia’, che sancisce sic et simpliciter non la legittima punizione degli atti di violenza bensì la repressione di ogni forma di espressione deviante dal modello imposto dall’Unione europea. O quello, ben più corposo e sempre caldeggiato dalla citata Unione, che porterà anche in Italia (proprio strano che sinora se ne fosse tenuta fuori...) le leggi repressive in materia di ‘razzismo’ e di ‘revisionismo negazionista’, leggi contro la libertà di opinione e di ricerca storica che sanciranno il definitivo chiudersi del cerchio, anzi il definitivo chiudersi della porta sulla cella carceraria nella quale si sta trasformando l’intera Europa.

E così, un poco alla volta, il piano mondialista si sviluppa dallo stato embrionale a realtà concreta. Per gli uomini liberi, a prescindere dalle loro idee e dalle loro visioni del mondo, varrà sempre di più quel motto attribuito a Thomas Jefferson che recita: “Quando l’ingiustizia e l’iniquità si fanno legge, la resistenza diventa un dovere.” Anche gli ultimi uomini onesti, anche gli uomini ‘tranquilli’ che non si sono mai ‘immischiati’ di politica e si sono dedicati soltanto alla famiglia e al lavoro, anche per costoro, e soprattutto per costoro, questa frase è da meditare.

 
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