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Giustizia e Spiritualità, i cardini di una rivolta nazionale e sociale PDF Stampa E-mail

Dal n° 330 - Luglio 2013

Scritto da Davide D’AMARIO   

“Nella sua essenza, il cameratismo si regge su di un vincolo di servizio,

un patto in funzione di un terzo elemento: una persona straordinaria, una idea, un compito eccezionale,

forse, nella ipotesi più attenuata, un comune universo di simboli”

(Ernest von Salomon)

Crediamo che l’attuale crisi sociale che coinvolge sostanzialmente tutto il territorio europeo, ed in particolare la nostra Italia, segni una congiuntura storica. 2013-2015 cambieranno radicalmente anche la coscienza collettiva nei riguardi alle aspettative sociali e lavorative di questo continente e della nostra nazione. Forse tale impoverimento delle classi sociali medie, lo sprofondare di quelle popolari nell’oscena dipendenza giornaliera, saranno foriere di una predisposizione a gettar all’aria il “tavolo” del gioco capitalista. Sia chiaro, non crediamo assolutamente che ciò si verifichi senza che un avanguardia politica ed una personalità forte e decisa, quindi rivoluzionaria si affacci in questa landa desolata. Ma bisogna sperare e prepararsi. Giustizia e Spiritualità i cardini di una Rivolta Nazionale e Sociale.

Ripartiamo da esempi storici, anche lontanissimi nella nostra memoria, ma che rappresentano esempi di gestione del lavoro, cioè l’innovazione socializzatrice dell’esperimento di San Leucio, paradossalmente voluto da un monarca, ma poi tale “costruzione socialistica” ha fatto scuola alle più diverse filosofie politiche, siano esse il Cattolicesimo, l’Anarchismo e il Fascismo. Tale esperimento viene sintetizzato bene dalle parole di Paolo Stefanato (“L’antica seteria di San Leucio”) : «…I pilastri della Costituzione di San Leucio-Ferdinandopoli erano tre: l’educazione veniva considerata l’origine della pubblica tranquillità; la buona fede era la prima delle virtù sociali; e il merito la sola distinzione tra gli individui. Tre principi sui quali varrebbe la pena di riflettere tutt’oggi, a più di due secoli e una decina di generazioni di distanza. Era vietato il lusso. Gli abitanti dovevano ispirarsi all’assoluta eguaglianza, senza distinzioni di condizioni e di grado, e vestirsi tutti allo stesso modo. La scuola era obbligatoria, a partire dai sei anni di età: i ragazzi erano poi messi ad apprendere un mestiere secondo le loro attitudini e i loro desideri. Obbligatoria anche la vaccinazione contro il vaiolo. I giovani potevano sposarsi per libera scelta, senza dover chiedere il permesso ai genitori. Le mogli non erano tenute a portare la dote: a tutto provvedeva lo Stato, che s’impegnava a fornire la casa arredata e quello che poteva servire agli sposi. (…) I capifamiglia eleggevano gli anziani, i magistrati (che restavano in carica un anno), e i giudici civili. Ogni manifatturiere, ovvero ogni dipendente delle manifatture della seta, era tenuto a versare una parte dei guadagni alla Cassa della Carità, istituita per gli invalidi, e i malati. Insomma: uguaglianza, solidarietà, assistenza, previdenza sociale, diritti umani. Ferdinando IV aveva fatto centro prima che la stessa Rivoluzione francese portasse a casa le sue conquiste. Al momento della promulgazione delle leggi, gli abitanti erano centotrentuno. Tutto ruotava intorno alla fabbrica. Una seteria meccanica, sostenuta dal re “con mezzi potentissimi”, che sfruttava la materia prima generata dai bachi allevati nelle case del Casertano e oltre. Dai primi filatoi e dai telai fino alla costruzione di una grande filanda. Si producevano stoffe per abbigliamento e per parati, in una ricca gamma di rasi, broccati, velluti. Nei primi decenni dell’Ottocento, con l’introduzione della tessitura Jacquard, la produzione si arricchì di stoffe broccate di seta, d’oro e d’argento, scialli, fazzoletti, corpetti, merletti. Si svilupparono anche dei prodotti locali, i gros de Naples e un tessuto per abbigliamento chiamato Leuceide. L’ideale di San Leucio resse perfettamente per molti anni, poi fu man mano eroso dalle invasioni napoleoniche e dalla forte crescita della popolazione. L’utopia di San Leucio non finì, come vorrebbe la leggenda maliziosamente raccontata dai liberali, per colpa delle “scappatelle” del sovrano con le operaie. Finì quando nel 1861, a seguito della invasione sabauda, il Regno fu annesso al Piemonte: il setificio fu dato ai privati, e lo statuto divenne carta straccia.” Tale indicazione anche per denunciare l’attuale inferno sociale che vive per esempio l’industria dei filati e d’abbigliamento italiano. Una crisi creata da capitalismo liberista già prima dell’invasione predatrice dei “negrieri” cinesi.

Sia chiaro, i principii della nostra “Politica Sociale” son gli ordinamenti e le direttive del Direttorio del Partito Fascista Repubblicano e quelle del Fronte Tedesco del Lavoro. Quindi le basi della nostra odierna propaganda sociale e lavorativa ha robuste basi. E questa nostra eredità socialista ci consente soprattutto oggi di analizzare l’odierno attacco mondialista al lavoro, quindi all’industria anche pesante della nostra Italia. Senza produrre, bisogna esser chiari, non ci sarà nessun futuro in questa nazione. Quindi non bisogna sempre piegare ad una ideologia verde che vorrebbe soppiantare nella propria filosofia l’uomo. La Germania nazionalsocialista è l’esempio che può coniugarsi la produzione e il rispetto della vita, dell’ambiente. Il caso Ilva di Taranto insegna. Quell’acciaieria può divenire esempio di come una risorsa e un pilastro è divenuto sotto gestione privatistica e capitalista un dramma umano. Inquinamento ambientale e Assassinio hanno dimostrato come l’antifascismo economico riduce lavoro e produzione.

Abbiamo esempi da riscoprire in materia di lotta anticapitalista, una di queste è quella di Tullio Cianetti, ministro delle Corporazioni nel 1943, che spese la sua intera carriera politica all’interno del fascismo per tentare di realizzare le sue idee circa il corporativismo e la socializzazione delle grandi aziende, ma che ricorda principalmente perché fu l’unico, subito dopo la storica seduta del Gran Consiglio del fascismo del 25 luglio 1943, a scrivere a Mussolini per ritirare il proprio voto all’ordine del giorno Grandi, lettera che giunse sulla scrivania del duce nel mattino successivo. Cianetti secondo me giustamente non fu condannato alla fucilazione, mentre sempre secondo la mia opinione fu uno sbaglio condannarlo al carcere durante la RSI. La figura politica di Cianetti all’interno del sindacalismo fascista dimostra di come esistessero delle forze autenticamente rivoluzionarie e antiborghesi, che potremmo benissimo definire «socialiste», da esse emerge un sindacalismo fascista che mantiene una fitta rete di contatti e di scambi con i sindacati e con i governi di vari Paesi d’Europa, sia dell’Occidente «plutocratico» (Francia e Gran Bretagna), sia della Germania nazionalsocialista, sia di alcuni Paesi dell’Europa centro-orientale dominati dallo strapotere degli agrari (Romania, Iugoslavia); e ciò, in larga misura, indipendentemente dalle linee ufficiali della politica estera fascista, rivelando tutta una rete di amicizie, anche personali, e di reciproca volontà di collaborazione, tra il fascismo e taluni gruppi e personalità della sinistra operaia europea. Nel 1943, Cianetti salì alla carica di ministro delle Corporazioni, ed ebbe in sorte di fronteggiare le prime agitazioni operaie del Nord Italia, verificatesi nel marzo di quell’anno, si sforzò nella sua azione di persuadere Mussolini della necessità di affrettare la socializzazione delle grandi aziende (programma che sarà ripreso, e parzialmente realizzato, all’epoca della Repubblica Sociale Italiana). Pare che fosse stato stabilito di portare la decisione in sede di Gran Consiglio del fascismo, per il mese di agosto. Se ciò risponde a verità, molte cose diverrebbero chiare circa i retroscena del complotto del 25 luglio 1943. Ha scritto Enrico Landolfi nel suo saggio «Tullio Cianetti. Un gerarca interlocutore della sinistra democratica e libertaria» (nel già citato «Rosso imperiale, pp. 111-113): «Nell’aprile del ‘43, quando si trattò di sostituire alla segreteria del partito il giovanissimo Aldo Vidussoni triestino, mutilato, medaglia d’oro della guerra di Spagna nel carnet di Mussolini non figurava il nome di Carlo Scorza, bensì quello di Tullio Cianetti. L’intervento in extremis di Ciano e Farinacci impedì in extremis una nomina tanto caratterizzata a sinistra; ma a bloccare la presa del potere nel PNF dei “comunisti” cianettiani, contribuì, in modo certo determinante, il Quirinale, che fece notare al duce sembra con un personale pronunciamento del re, la “inopportunità e pericolosità” di una designazione del genere, anche perché i cianettiani erano partecipi non soltanto dei sindacati e delle corporazioni, ma perfino del pur accantonatissimo Gran Consiglio del Fascismo, rappresentati da uomini quali Rossoni, Pareschi e Gottardi (di altri non sappiamo, non ci sentiremmo però di escludere presenze ulteriori), tutti venticinqueluglisti e condannati a morte con sentenza eseguita sugli ultimi due per non aver ottemperati al suggerimento del ministro delle corporazioni di inviare a Mussolini una lettera di ritrattazione di un voto giudicato, dopo essere stato espresso, “di destra”. Come si vede, i Savoia, lungi dall’essere emarginati dal Littorio secondo quanto si pretende ancora oggi in sede storica, contavano tanto da potersi permettere veti efficaci relativamente a questioni di grande momento interne al partito dominante. Da rilevare che alcune settimane successive alla investiture di Scorza il capo del fascismo, irritato per tutta una serie di iniziative del segretario da lui non condivise, decise di opera - sempre con Cianetti - un nuovo cambio della guardia a Palazzo Wedekind - ma poi ritenne operazione ad altissimo rischio un braccio di ferro col sovrano, per l’occasione certo spalleggiato da settori moderati, di destra, “prudenti” del partito, mentre la situazione militare lambiva le sponde della tragedia e quella interna si appesantiva via via che trascorrevano i giorni. Tuttavia, per controbilanciare la battuta d’arresto Mussolini non solo confermò l’uomo di Assisi alla testa del ministero corporativo ma accettò la sua idea di approntare immediatamente un progetto di socializzazione delle aziende, e in particolare di quelle grandi. Traguardo d realizzazione: l’ottobre (forse il giorno ventotto, anniversario della Marcia su Roma) Cianetti insistette per accorciare i tempi, motivando ciò con la necessità di fare presto per non dare tempo alle forze conservatrici, quelle sociali non meno di quelle politiche, di passare al contrattacco per paralizzare o insabbiare il disegno socializzatore. Il duce accettò le obiezioni e si impegnò a varare l’operazione in un Consiglio dei Ministri di agosto…». La Casa Savoia e la destra fascista ebbero paura della socializzazione, ebbero paura i capitalisti e forse anche i circoli dell’esercito tedesco in Italia, nonché i conservatori di ogni risma compresi quelli nella diplomazia tedesca.

Per non concludere e rimandare il lettore ad approfondimenti più precisi, vorremmo tornare brevemente al Fronte Tedesco del Lavoro (Deutsche Arbeitsfront), fondato il 5 maggio del 1933, il cui primo congresso si tenne a Berlino il 10 maggio. Il Fronte sarà il grimaldello con cui il Partito Nazionalsocialista tenterà fin dalla salita al potere di scardinare il sistema usuraio ed ebraico del capitalismo in Germania. Brevemente ricordiamo alcuni articoli del “programma nazionalsocialista”: punto 7 lo stato è tenuto ad assicurare “innanzitutto la possibilità di lavoro e di sussistenza dei cittadini”; punto 9 “Tutti i cittadini devono avere uguali diritti e uguali doveri”; punto 10 “Il primo dovere di ogni cittadino deve essere produrre, intellettualmente e manualmente”; punto 11 “l’abolizione dei redditi non derivanti dal lavoro”. Questi non son predisposizioni sulla carta, ma saranno la direttrice di marcia delle camicie brune. In poche semplici parole il Nazionalsocialismo renderà il lavoro indipendente dal mercato dei capitali. Ristabilirà la dignità del lavoro. Con l’obiettivo finale di rendere l’operaio tedesco libero ed indipendente. Ricordiamo che Hitler nella prima seduta del nuovo Reichstag il 23 maggio 1933 congedò i socialdemocratici con queste lapidarie parole: «… Signori, non c’è più bisogno di voi». Dopo lo scioglimento dei sindacati i loro compiti furono riuniti nell’Organizzazione nazionalsocialista delle cellule di fabbrica (NSBO). Come si può vedere, pur tra mille problemi e ostacoli, Hitler da subito cerca di strutturare la propria lotta sociale contro le storture del capitale (è del 20 gennaio 1934 la “legge sull’ordinamento del lavoro nazionale”). Al congresso del Fronte del lavoro del 1935 Adolf Hitler dichiarava: «…La più grande fierezza della mia vita sarà quella di poter dire un giorno, alla fine della mia esistenza: ho conquistato l’operaio tedesco al Reich tedesco». Quindi l’importanza del Fronte del Lavoro nella weltanschauung nazionalsocialista è palese, tanto da esserne ritenuta la “scuola superiore”. Educare al senso di comunità il Popolo non l’individuo. La struttura capeggiata da Ley si divideva in tre Squadre di lavoro: sanità pubblica; istruzione professionale e “Forza attraverso la gioia” (quest’ultima incaricata di esaltare la bellezza del lavoro, incoraggiare i viaggi, il turismo, favorire le vacanze, sport, istruzione popolare e tempo libero), quest’ultima spero possa esser meglio analizzata in futuro.

In Italia purtroppo il fascismo dovette venir a patti con l’ingombrante monarchia sabauda (filo-inglese e massonica), con la conservazione sociale strutturata nella nazione dal clericalismo e dalla presenza del Vaticano. Purtroppo anche nel Partito troppe e importanti erano le personalità reazionarie e di destra. Spirito nel 1934 annunciò l’imminente vittoria del “corporativismo super-sindacale, anticapitalista, aziendale”, ma solo nel crepuscolo della RSI fu elaborato un piano economico integrale. Con la partecipazione del lavoratore alla gestione dell’azienda e alla basilare distribuzione degli utili, il fascismo repubblicano cercò di volgersi sulla via di un programma socialista e nazionale.

Soprattutto oggi bisogna imporre la massima di Sombart “Il bene comune è preminente rispetto al bene del singolo”!

 
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