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PRIMO MAGGIO 2013 PDF Stampa E-mail
Scritto da Comunità Politica di AVANGUARDIA   
Martedì 30 Aprile 2013

Foto: Quale sia il propellente ideologico degli attuali dominatori del mondo è presto detto: nella comunità tradizionale, la pena degli uomini che vivevano di fatica doveva essere mantenuta, sì da rendere possibile a una piccola schiera di Uomini Olimpici la produzione del mondo dell’arte.   Oggi, dopo l’avvenuta inversione di tutti i valori, la pena degli uomini viene esponenzialmente accresciuta ma per la mera sopravvivenza di parassiti usurai.  Insomma, mentre la schiavitù di un tempo serviva al bene dei Migliori, i quali, per illuminazione a cascata, lo “irradiavano” su tutti quanti stavano sotto, quella attuale serve solo ai peggiori, i quali si nutrono del sangue altrui lasciando dietro di sé morti, macerie e rifiuti.

Quella di lavorare per guadagnarsi il pane quotidiano è stata una necessità indotta dalle forze della sovversione, un impulso onnipotente propagatosi su tutta la superficie terrestre di pari passo al trionfo del capitalismo.

Il lavoro, nella società capitalistica, ha completamente smarrito ciò che aveva davvero di nobile, ciò che liberava l’uomo dalle catene della corporeità, ciò che lo rendeva così simile all’arte. Artista e artigiano, infatti, in età precapitalistica, erano figure quasi coincidenti: entrambe miravano a un Oltre il semplice guadagno. Dover lavorare per dover sopravvivere, e a qualunque costo, ha fatto dell’uomo uno schiavo. E', questa, una delle più grandi inversioni dell’età moderna. In verità, tutto ciò che riguarda l’uomo moderno è uno spregevole niente, l'incubo di un’ombra che ha definitivamente smarrito la Via. Ecco perché il lavoro è divenuto una vergogna: smarrito ogni orientamento tradizionale, si è fatto di questo “diritto da schiavi” qualcosa a tal punto importante da dovere essere festeggiato in massa. Ma tutto ciò che diventa fine a se stesso è destinato alla crisi e al tramonto: ecco perché l’occupazione di massa, questa immane catena di montaggio che ha stritolato intere generazioni di schiavi, non poteva non ripiegarsi su se stessa e miseramente morire.

Se la disoccupazione, oggi, va prevalendo ovunque sull’occupazione, non accade per caso. Tutto ciò si compie perché il ciclo si è esaurito, e il "diritto al lavoro" si è rivelato finalmente per quel che è: una prigione delle anime costruita dai guardiani della sovversione, e non avrebbe potuto essere altrimenti. E non si creda che la disoccupazione renda liberi dalla schiavitù del lavoro: essa, al punto in cui è stato trascinato l’uomo moderno, è una schiavitù elevata alla seconda potenza, e i segni si scorgono da per tutto.

“Quanto alla tradizione corporativa quale fiorì nel Medioevo romano-germanico, in essa ebbe particolare risalto la dignità di essere liberi negli appartenenti alla corporazione, l’orgoglio del singolo di appartenervi; all’amore per il lavoro considerato non come un semplice mezzo di guadagno, ma come un’arte e una espressione della propria vocazione, e all’impegno delle maestranze facevano riscontro la competenza, la cura, il sapere dei maestri dell’arte, il loro sforzo pel potenziamento e l’elevazione dell’unità corporativa complessiva, la loro tutela dell’etica e delle leggi di onore che questa aveva in proprio. Il problema del capitale e della proprietà dei mezzi di produzione qui quasi non si affacciava, tanto era naturale il concorso dei varii elementi del processo produttivo per la realizzazione dello scopo comune. Del resto, si trattava di organizzazioni che avevano “in proprio” gli strumenti di produzione, strumenti che nessuno pensava di monopolizzare per fini di sfruttamento e che non erano vincolati a una finanza estranea al lavoro. L’usura del “danaro liquido” e senza radici –l’equivalente di ciò che oggi è l’uso bancario e finanziario del capitale- veniva considerato cosa da Ebrei e ad essi lasciata, era lungi dal condizionare il sistema.

Che tutto ciò corrisponda a una condizione di normalità e che il problema si riduca alla ricerca di forme e condizioni tali da poter fare valere di nuovo nell’epoca moderna, sconvolta dalla “rivoluzione industriale” (parallela a quella del Terzo Stato e alla ebraicizzazione dell’economia), le idee basilari dell’ordine corporativo –tutto questo dovrebbe apparire abbastanza chiaro a ogni persona dotata di sano discernimento” (1).

Nota 1) Julius Evola: “Gli uomini e le rovine” (pg. 168). Edizioni “Mediterranee”, Roma 1967-2001

Foto: Quale sia il propellente ideologico degli attuali dominatori del mondo è presto detto: nella comunità tradizionale, la pena degli uomini che vivevano di fatica doveva essere mantenuta, sì da rendere possibile a una piccola schiera di Uomini Olimpici la produzione del mondo dell’arte.   Oggi, dopo l’avvenuta inversione di tutti i valori, la pena degli uomini viene esponenzialmente accresciuta ma per la mera sopravvivenza di parassiti usurai.  Insomma, mentre la schiavitù di un tempo serviva al bene dei Migliori, i quali, per illuminazione a cascata, lo “irradiavano” su tutti quanti stavano sotto, quella attuale serve solo ai peggiori, i quali si nutrono del sangue altrui lasciando dietro di sé morti, macerie e rifiuti.

 
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