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Europa: giù dagli scudi! PDF Stampa E-mail
Scritto da Coordinamento politico provincia di MESSINA   
Venerdì 16 Marzo 2012

Milioni di ben pensanti crederono ingenuamente, in molti casi lo scrissero con enfasi, che la caduta del Terzo Reich avrebbe “donato” all’Europa un inesauribile periodo di pace, di prosperità: una nuova “età dell’oro” condotta sotto egida ebraico-statunitense: lo statuto delle Nazioni Unite è stato concepito allo scopo! Da allora sono trascorsi più di sei decenni, quasi un’intera vita umana, e su un punto tutti debbono convenire: quella sequela di buoni proponimenti è rimasta alla stregua di una promessa mai mantenuta. Nel secondo dopoguerra, infatti, le DESTABILIZZAZIONI si sono moltiplicate esponenzialmente come le cellule del tessuto necrotico di una cancrena. Per paradossale che possa sembrare, il sistema socio-politico che più di tutti -nel corso della storia- si è profuso in millanterie umanitarie, si è rivelato -invero- come il più acre nemico dell’uomo. Il secondo dopoguerra, dunque, potrebbe essere osservato non come un’età di pace, ma come l’epoca in cui viene istituzionalizzata una specie di GUERRA ANOMALA PERMANENTE: “In un quadro di conflittualità permanente… l’obiettivo strategico non poteva più essere rappresentato dalla conquista di un territorio, bensì da quella delle menti, dei cuori e delle coscienze delle popolazioni. Così, la “guerra non ortodossa” prevede l’impiego massiccio e capillare dei mezzi di comunicazione di massa non di divisioni corazzate, di slogan suggestivi non di fucili, di sogni non di aerei da combattimento” (1).

Liquidata la Germania nazionalsocialista, i “vincitori” della seconda guerra mondiale compresero di non dover più premere il grilletto contro il relitto-Europa: per “tenerla a bada” sarebbe bastato molto di meno e, insieme, molto di più. Per far ciò, le centrali di potere annidatesi negli Stati uniti d’America, cioè i centri nevralgici del più perfetto meccanismo ad usura e, al contempo, della massima potenza bellica mondiale, hanno seguito una specie di percorso di assoggettamento delle menti e dei corpi di rara coerenza. Nulla è stato lasciato al caso, e narrare la storia del secondo Novecento, la prima decade del nuovo secolo, significa ripercorrere uno SCHEMA DI DOMINIO GEOMETRICAMENTE PERFETTO.

 

Potremmo citare una teoria pressoché indefinita di IMPOSTURE architettate dagli invasori d’Europa (dalle scientiste alle economico-finanziarie), tutte immancabilmente infarcite di tecnicismi lessicali pressoché incomprensibili ai più; potremmo anche enumerare le tappe di questo CONFLITTO A BASSA INTENSITA' condotto contro tutti i popoli del Vecchio Continente, ma è evidente che lo spazio a nostra disposizione si esaurirebbe in una fredda teoria numerico-letteraria per lo più conosciuta. Tra queste, tuttavia, necessaria al nostro breve esame, ne elencheremo una: quella risalente al 7 febbraio 1992, data di sottoscrizione del “Trattato di Maastricht”. Il testo di quella oramai lontana MACCHINAZIONE è un campionario di oscurità lessicali, di farragini economico-finanziarie volutamente perseguite al solo scopo di DEPISTARE l’intraprendente cercatore di verità. Tra i sì detti “PARAMETRI” di quel trattato, cioè tra le grossolane LIMITAZIONI IMPOSTE alla residua SOVRANITA’ NAZIONALE, ce n’è uno che ci interessa maggiormente: quello relativo al sì detto “DEBITO PUBBLICO”.

“Valenti” economisti dissertano -fino al prosciugamento delle ghiandole salivari- sulla “CRISI” in corso. Che questi figuri agiscano in mala fede, è certo! Se così non fosse, non avrebbero eccessive difficoltà ad ammettere che “CRISI” e “RECESSIONE” sono INTENZIONALMENTE PERSEGUITE (al fine di mettere in ginocchio il CONCETTO STESSO DI “STATO-NAZIONE”); che il CONCETTO DI “DEBITO PUBBLICO” (contratto non si sa bene con quale demone) è una montagna la cui sommità va sempre più allontanandosi da quel “POVERO SCALATORE” che è il lavoratore salariato, il pensionato, il risparmiatore; che, se si riducono gli Stati a entità spettrali senza nessun autentico potere, né politico, né economico, né finanziario, non si può andare poi, per salotti e tribune televisive, a sbavare sulla inadeguatezza di “governi” che nessuno ha mai votato, sulla loro pochezza politica ed economica; che, se ad uno Stato si sottrae la sovranità militare, la sovranità monetaria, non gli si può -successivamente- sguinzagliare contro certi galoppini sinarchici -alla Scott Ritter- ad accusarlo di essere divenuto una misera colonia sionista, un luogo esotico in cui venire a trascorrere le vacanze, una terra su cui sarebbe meglio che, in luogo della bandiera “nazionale”, sventolasse definitivamente lo Stars and Stripes statunitense.

Al su citato Scott Ritter, membro di spicco della STIRPE ELETTA arricchitosi al tempo delle ispezioni ONU, prima che divenisse caustico sputatore della pappa mondialista precedentemente ingurgitata, si potrebbe chiedere: chi avrebbe ridotto l’Italia, l’intero continente in questo stato, dopo due guerre mondiali, una “guerra fredda”, miriadi di conflitti di svariata intensità che han mietuto decine di milioni di vittime innocenti (civili sopra tutto)? Ma di tal fatta è l’arroganza di questi discendenti di schiavi, ai quali si sono lasciati aperti gli usci dei ghetti. Forse, costui ha compreso che l’Italia, l’Europa intera non si rialzeranno mai più, che le ferite subite le dissuaderanno -per sempre- dal sobbarcarsi "sulle spalle" un altro conflitto necessario a liberarsi dagli invasori, tanto in profondità è penetrato il bisturi della sovversione… Forse, costui ha pure compreso che, creando una SUCCURSALE DEL DEBITO STATUNITENSE (chiamata impropriamente “Banca centrale Europea”), i sì detti europei del futuro saranno solo degli sconfitti genetici intrinsecamente incapaci di un moto di ribellione, e che, per questo, la GRANDE ISRAELE, cioè la più perfetta macchina guerrafondaia mai costruita, non potrà più ricavare i suoi copiosi introiti.

 

Nota:

  1. Vincenzo Vinciguerra: “L’Organizzazione”. Edizioni di “Avanguardia”, Trapani.

 

 
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